Don Antonio Angelo De Marco è diacono, l’omelia del Vescovo

Il 18 ottobre, nel Santuario basilica Sant’Angelo di Acri, don Antonio Angelo De Marco è stato ordinato diacono per l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria di mons. Giovanni Checchinato, arcivescovo di Cosenza – Bisignano.

Di seguito l’omelia integrale.

​”Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, le parole appena ascoltate e che concludono il brano del vangelo odierno. Ed è ciò che del brano resta più citato e memorizzato, per la struttura letteraria dell’espressione e per l’uso che se ne è fatto nei secoli, a proposito e a sproposito. Basti pensare che fior di commentatori si sono serviti di questa affermazione di Gesù per giustificare la ininfluenza della fede nel vissuto sociale; i sostenitori di questa posizione affermano che per essere cristiani basta compiere i doveri religiosi del culto, dell’osservanza delle pratiche di pietà e di devozione, perché quello che succede fuori da questo recinto non ci interessa.Ma ce ne sono altri che – sempre a partire da questa affermazione evangelica – sostengono la utilità di tutte quelle alleanze fra “trono ed altare” che abbiamo ben conosciuto arrivando fino a sostenere la legittimità di governi teocratici. In realtà abbiamo bisogno prima di tutto di rimettere nel contesto questa affermazione e cogliere tutta la dinamica relazionale che porta Gesù a dire quanto abbiamo ascoltato: ci sono in realtà tutti gli ingredienti per rendere pessima la relazione che si instaura fra i protagonisti del racconto.C’è infatti una alleanza strumentale fra farisei ed erodiani (gruppi che non avevano una prospettiva umana e teologia omogenea), c’è la compiacenza nei confronti di Gesù (sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio), c’è la malizia nel formulare un dilemma che non ammette risposte a favore di Gesù; qualunque cosa infatti avesse risposto ci sarebbe stata una reazione negativa nei suoi confronti, o da parte della folla e degli stessi discepoli dei Farisei o da parte delle autorità romane sostenute dagli erodiani.E sembra strano che l’affermazione fatta da Gesù possa situarsi sulla stessa lunghezza d’onda dei suoi interlocutori, pur essendo rivelatrice di un acume comunicativo non comune, che Gesù spesso ha usato con i suoi interlocutori, rivelandone ipocrisia o banalità di lettura delle situazioni.Abbiamo invece bisogno di andare allo stile di Gesù, quel suo modo di essere e di parlare con cui ci ha rivelato il “volto del Padre”, a partire della dimensione più radicale del suo essere in mezzo a noi, quella della Incarnazione.Non aveva certo bisogno di dire ai suoi interlocutori “rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” per mostrare come la sua logica non fosse quella del sovrano che viene a “salvare” i suoi sudditi dall’alto delle sue prerogative e disponibilità. Gesù viene a salvarci mettendosi in mezzo a noi, condividendo gioie e speranze, tristezze e angosce (cfr GS 1) dell’umanità e rivelandoci come la verità della salvezza non si trova nell’immagine del potente di turno, ma nella scelta della condivisione della vita. ​Quando risponde ai suoi interlocutori Gesù dice: “il mio Dio è diverso”. Non assomiglia proprio al vostro rappresentato sulla moneta del tributo. Perché il vostro Dio si fa conoscere grazie al suo potere e alle sue ricchezze, il mio si fa cogliere nella condivisione scelta per amore.E ancora Gesù mostra attraverso quella espressione quanto aveva già rivelato ai suoi discepoli in una delle tante diatribe accadute fra di loro: “I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti”. (Mt 20,25-28) ​Quando succede che la Parola infuocata del vangelo viene sottoposta a “rieducazione” da noi, perché ci sembra troppo esigente, troppo forte, troppo paradossale trasformiamo quel fuoco in acqua tiepida, che non è buona neanche per fare il thè. E quando mettiamo dei recinti costruiti dalle nostre mani attorno alla potenza e al paradosso del Vangelo, lo rendiamo pappetta insipida e disgustosa. E’ l’operazione fatta dai farisei di quel tempo e che talora capita di fare anche a noi quando riduciamo la profezia a sapienza solo umana.Con quella frase Gesù ricorda il potenziale inesauribile della sua Parola e la indisponibilità a farsi ridurre “al buon senso”, al “giusto mezzo”, al “sapiente equilibrio”. In effetti non c’è parola più sbilanciata sull’uomo, sul suo destino, sulla sua realtà quotidiana di quella della Scrittura in genere, ma del Vangelo in specie. Ed è una parola sbilanciata non sul potere, ma sul servizio, non sui beni ma sulla condivisione, non sul successo ma nell’offerta della propria vita. ​”A che serve la vita se non per essere data?” recita un personaggio dell’opera teatrale di Paul Claudel (L’annonce faite à Marie): è lo stile di Gesù che incarna lo stile di Dio, che è perfetta gratuità d’amore come scriveva san Bernardo: “L’amore è sufficiente per se stesso, piace per se stesso e in ragione di sé. È a se stesso merito e premio. L’amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all’infuori di sé. Il suo vantaggio sta nell’esistere. Amo perché amo, amo per amare.” (Discorsi sul Cantico dei Cantici, disc. 83,4-6; Opera omnia, ed. Cisterc. 2 [1958] 300-302) ​E chi sono i destinatari dell’amore se non coloro che di questo amore hanno avuto poca esperienza perché non sono stati amati? Ecco che la logica di Gesù si concentra sugli ultimi, sugli invisibili agli occhi del mondo, sui luoghi più problematici e meno appariscenti della storia.Scrive papa Leone 14°: “La Chiesa, come una madre, cammina con coloro che camminano. Dove il mondo vede minacce, lei vede figli; dove si costruiscono muri, lei costruisce ponti. Sa che il suo annuncio del Vangelo è credibile solo quando si traduce in gesti di vicinanza e accoglienza. E sa che in ogni migrante respinto è Cristo stesso che bussa alle porte della comunità” (Dilexi te). ​E ancora, la vita diventa dono quando con tanta delicatezza si impara ad amare senza chiedere il contraccambio. Un gesuita che mi è caro ha scritto un giorno dietro ad una immaginetta un pensiero, che è un po’ la sintesi della sua vita: “Amare silenziosamente, nascostamente, senza mettere la firma personale di proprietà, quasi senza farsene accorgere, senza dirlo neppure a se stessi, lasciandosi cancellare dal tempo… Questo sì che è morire! Di quella morte con Cristo che porta in gestazione la vita di molti”.Quanto sembrano e sono in effetti lontane le questioni oziose rappresentate dai farisei! E quanto siamo lontani dal vangelo quando con questi sofismi farisaici finiamo col perderci tempo anche noi…​Caro Antonello, il diaconato che ricevi stasera è un dono per il servizio alla Chiesa, agli ultimi soprattutto. Ce lo ricorderà la preghiera di ordinazione facendo memoria della Scrittura, quando recita: “Agli inizi della tua Chiesa gli Apostoli del tuo Figlio, guidati dallo Spirito Santo, scelsero sette uomini stimati dal popolo, come collaboratori nel ministero. Con la preghiera e con l’imposizione delle mani affidarono loro il servizio della carità”.​Il servizio della carità, che non si compra perché è servizio, che non si misura perché è carità, che non si capisce davvero fino in fondo perché appartiene alla logica paradossale del vangelo, è dono di grazia che ti rende simile a colui “che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti”.Sia la tua vita, per la grazia del ministero che ricevi “parola sbilanciata non sul potere, ma sul servizio, non sui beni ma sulla condivisione, non sul successo ma nell’offerta di te”.​Buon cammino diaconale!