Cultura
Don Mazzolari, la tromba dello Spirito Santo
Scoperte 3 lettere e 1 cartolina scritte dal presbitero cremonese e indirizzate a Giovanni Luzzi
Un’attenta ricerca archivistica ha riportato alla luce tre lettere e una cartolina inedite, redatte dal Servo di Dio, don Primo Mazzolari, tra il 1918 e il 1921, oggi custodite presso l’Archivio storico della Chiesa riformata di Poschiavo, in Svizzera. Sono state divulgate per far luce sulla bellezza dell’azione pastorale di questo presbitero, nato a Boschetto, frazione di Cremona, il 13 gennaio 1890, e morto a Cremona il 12 aprile 1959. Le prime tre missive furono inviate dalla Francia e da San Donà di Piave, dove don Mazzolari ricoprì il ruolo di cappellano militare, seguendo le truppe italiane negli anni del primo conflitto mondiale. La quarta fu redatta il 5 novembre 1921, dopo che il sacerdote ricevette l’incarico di guidare, prima la comunità parrocchiale di Bozzolo, in provincia di Mantova, e poi quella di Cicognara, dove rimase per un decennio. I documenti autografi sono indirizzati al pastore protestante e teologo riformato svizzero, Giovanni Luzzi, che aveva fatto pervenire a don Mazzolari alcune copie della traduzione e revisione italiana della Bibbia, su cui aveva lavorato a partire dai testi originali. Tra i due nacque uno stretto rapporto di amicizia e di profonda stima, che andava al di là delle differenze confessionali, e che guardava al dialogo ecumenico come strada maestra per avvicinare cattolicesimo e protestantesimo. Sul piano politico, don Mazzolari fu favorevole all’interventismo democratico e si oppose all’ideologia fascista, in nome di una società più solidale. Questa sua tendenza rappacificatrice è evidente nella prima delle quattro epistole risalente all’8 agosto 1918, nella quale il religioso loda l’operato dei soldati poveri al fronte, costretti a sollevare le armi ma prossimi al Vangelo. Sono loro “che fanno il bene, che me lo insegnano attraverso una continua lezione di sacrificio che è davvero carità, la carità paziente, benigna, la carità che non insuperbisce, che non cerca le cose proprie, che non gode dell’ingiustizia, che tutto soffre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”, scrive Primo. “Solo da questa carità disarmata – prosegue – può germogliare la pace, non imposta dall’alto ma nata dal basso, dal sacrificio degli umili”. Una pace che può fiorire in seno ad una fraternità, vissuta nella semplicità e nella sequela di Cristo. La situazione bellica sviluppò nel presbitero la voglia di andare verso l’altro, e di abbracciare tutti senza fare nessuna differenza religiosa né culturale. La sua coscienza radicata nel Verbo divino si sposava con un’idea di speranza, resistente perfino agli orrori dei bombardamenti. “La speranza – scrive – vede la spiga, quando i miei occhi di carne non vedono che il seme che marcisce”, perché essa guarda oltre e vede sempre la pienezza del bene, anche quando la realtà sembra buia. Parlando della sua esperienza come cappellano, sempre nella prima lettera, menziona l’incontro con religiosi di altre nazionalità, tra cui cappellani francesi, americani e inglesi, auspicando un’unione tra le Chiese e il superamento delle diversità e delle ostilità nazionali, che hanno impedito un’efficace azione evangelica. “Per domani bisogna trovarsi concordi e fare cristiani”, una delle sue frasi più profetiche. “L’amore non conosce staccionata: varca ogni siepe, valica ogni montagna (…). Le mura s’arretrano davanti l’amore del Padre”, scrive il “parroco d’Italia” nel suo libro “La più bella avventura. Sulla traccia del ‘prodigo’” (1934), confermandosi garante di un cristianesimo non fatto di regole astratte, ma di testimonianze vive e concrete a favore di tutti e, specialmente dei poveri, in stretta comunione di fede e di obbedienza ad una Chiesa che respinge avidità e ricchezza individuale. Diffuse le sue idee attraverso il quindicinale “Adesso”, talmente innovativo da essere censurato dal Vaticano. Solo alla fine della sua vita i rapporti con la Santa Sede si distesero, prima con Giovanni XXIII che, nel 1959, lo definì “la tromba dello Spirito Santo nella Bassa Padana”, e poi con Montini che riconobbe il passo lungo del profeta sacerdotale. Di lui papa Francesco, in occasione della sua visita a Bozzolo nel 2017, disse: “Viveva un’idea di Chiesa in uscita, che cammina e si occupa e preoccupa anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare”. Le epistole ritrovate sono sorprendentemente attuali, capaci di parlare alla nostra contemporaneità, segnata da inquietudine e smarrimento.
