Cultura
Alla ricerca di Dio seguendo la via indicata da San Francesco
Nembrini e Rosini rileggono i testi francescani edulcorandoli dalle interpretazioni canoniche
“Francesco non chiede d’essere guardato: è un dito teso verso la luna, un fuoco che indica Dio e ci consegna – nudi e liberi – alla gioia”. Scrivono così Franco Nembrini, già docente di religione e fondatore della scuola paritaria “La Traccia” a Calcinate, e don Fabio Rosini, parroco della Basilica di S. Maria degli Angeli e dei Martiri, nel libro intitolato Francesco. Il dito e la luna (Tau Editore). Il volume raccoglie una serie di interventi che i due studiosi hanno tenuto sulla figura rivoluzionaria di san Francesco d’Assisi e sulla sua spiritualità, incluse le riflessioni fatte nei quaresimali della Diocesi di Roma. Nella prefazione, Gigi De Palo consiglia al lettore di mettere da parte quanto ha sempre saputo del Poverello, ripartendo dal sapere autentico e genuino contenuto nei suoi scritti. Non si tratta di una biografia, ma di una vera e propria opera di “demistificazione”, finalizzata a svelare il vero volto del santo, in controtendenza rispetto all’immagine che, storicamente, è stata tramandata di lui. Se, da un lato, è vero che amò la natura, che si rese povero tra i poveri e che si spese per la pace tra gli uomini, dall’altro è altrettanto vero che, pur essendo giovane, ebbe i nervi d’acciaio e una tempra formidabile. I due autori hanno tentato una rilettura dei capolavori francescani, liberandoli dalle interpretazioni canoniche, universalmente accettate da tutti e quasi stereotipate. Hanno passato in rassegna il Testamento, la Lettera a un ministro, il brano sulla perfetta letizia e, ovviamente, il Cantico di Frate Sole, tutti testi rivolti a credenti e non. Al di là delle analisi già fatte da secoli, emerge, in queste opere, la figura di un uomo scomodo ma vivo, forte e deciso. L’Alter Christus era, al contempo, tenero con gli ultimi e duro nella scelta, decisa e consapevole, di abbracciare la libertà, come segno di liberazione totale dai vincoli terreni. Ma Francesco era anche uno che agiva in base all’ascolto, “obbediva” (da “Ob” che vuol dire “dinanzi” e “Audire” che significa “ascoltare”), ascoltava il Signore che gli parlava e che lui accoglieva. Fu proprio nell’obbedienza che trovò il bene e, quindi, la sua libertà. Mostrava gioia nella sofferenza ed era risoluto e radicale, in modo impressionante, nel parlare con la morte, chiamandola addirittura “sorella”, grazie alla forza che gli veniva dall’Altissimo che è il principio che vince ogni fine. Il santo aveva ricevuto in dono l’umiltà e aveva una fede immensa nel sacramento dei sacerdoti, perché in esso intravedeva, corporalmente, il Figlio di Dio presente nel mondo. Nembrini e Rosini spiegano come il Serafico sia il perfetto compagno di viaggio, capace di interloquire con chiunque e di dare conforto nelle fatiche e nelle solitudini di oggi. Ciò che insegna a tutti e, in particolare, ai giovani non è guardare a quella che è stata la sua vita, ma seguire il suo “dito” che punta alla “luna”, alla ricerca di qualcosa di infinitamente più grande che è Cristo. Nel santo, quindi, non prevale una memoria psicologica, che mira all’auto contemplazione di sé, ma teologica o provvidenziale come riflesso del rapporto con il Signore e della strada per arrivare a Lui. Dio-Altro rende dolce tutto ciò che è amaro, e Francesco l’ha potuto constatare approcciandosi ai lebbrosi che rappresentano “l’amarezza” della vita ma che, con l’intervento provvidenziale, si tramutano nella “dolcezza di animo e di corpo”. Togliendo tutte le cristallizzazioni improprie che, da sempre, circondano il fratello universale, la sfida che lanciano gli autori ai lettori del testo è quella di chiedersi quanto siano disposti a giocarsi della loro vita, affinché possano tendere all’ideale di autenticità e di verità che viene dal Salvatore.
