Cultura
Fiaba civile del Sud tra identità e ricordi
Il professore cosentino offre una visione reale del Mezzogiorno con gli strumenti del simbolismo e dell’allegoria
Ettore Jorio, professore di Diritto civile della Sanità e dell’Assistenza sociale all’Unical, ha dato alle stampe il suo nuovo libro dal titolo Il Sud non aspettava il castello (Rubbettino), nel quale restituisce un’analisi precisa, dettagliata e veritiera della condizione del Mezzogiorno. Lo scrittore cosentino vuole valorizzare l’immagine di una terra dignitosa, caratterizzata da partenze e da ritorni, dal duro lavoro e da rapporti che stanno in piedi nel tempo. Mette, volutamente da parte, ogni idealizzazione o inutile retorica, muovendosi tra presente e passato e ripercorrendo le vicende che hanno segnato questo micro-mondo, a partire dall’Unità d’Italia passando per le migrazioni fino a giungere alla nostra contemporaneità. Un Sud, insomma, protagonista della sua storia, un Sud con le sue risorse, un Sud presente in Italia e nel mondo, e non un Sud ideale, marginale, assente, sofferente. Nel testo si riprende il genere fiabesco che, più di ogni altro, sa autenticare la realtà e la presenta senza tanti fronzoli. Jorio, in particolare, ricorre alla metafora di Cenerentola. Il Mezzogiorno è il soggetto narrante (la figura della ragazza Cenerentola), perché dalla sua voce si percepisce un luogo che parla, lavora, resiste, emigra e costruisce comunità. La “casa”, in cui prende vita la storia, è l’Italia unita in cui ci sono disuguaglianze e gerarchie tra le persone. La “matrigna”, alter-ego di quella di Cenerentola, è incarnata dalle dinamiche di potere che pongono il Sud sempre ai margini, pur non annullando del tutto la sua esistenza. Per l’autore, il linguaggio è fondamentale, perché la percezione che abbiamo della presenza tangibile di qualcosa dipende da come viene narrata. Jorio interpreta il fenomeno dell’emigrazione come valvola di sfogo di una cultura meridionale, che si espande nel mondo e che dà l’idea che la mobilità sia, al contempo, ferita ma anche rigenerazione. Vi sono altre allegorie tra cui quella della “fata madrina”, che trova la sua raffigurazione nella solidarietà tipica della gente del Sud, e quella della “carrozza”, che metaforizza l’incontro e, quindi, la possibilità di trasformazione con l’ingresso, anche doloroso, ad un altrove. Queste metafore fanno leggere, realisticamente e senza vittimismi, un mondo complesso. Sul piano linguistico, il libro alterna linguaggio narrativo, riflessivo e anche evocativo, rendendo semplice la lettura e aiutando il lettore a interpretare quanto si dice. La prefazione è a cura di Antonio Uricchio, mentre la postfazione è di Gioacchino Criaco, i quali propongono una riflessione da meridionalisti, senza rinunciare alla dimensione simbolica e narrativa, necessaria per intendere bene il reale. Lo scopo è cambiare lo sguardo, attraverso un racconto che si muove sia sul piano simbolico-allegorico che su quello interpretativo. Jorio vuole lanciare un messaggio importante specialmente ai giovani: “Non cercate di farvi raccontare dagli altri la vostra terra”. Il Sud non è solo mancanze e partenze, ma intelligenza, nuovi inizi, dignità e resilienza. Basta vittimismo o assenteismo, ci vuole vera consapevolezza della propria storia. Il libro è dedicato a chi va avanti e sa da dove viene, senza che altri riscrivino il suo vissuto.
