Qohelet, la vita oltre la vanità

L’uomo è istruito a porsi domande e a vivere pienamente delle cose terrene della vita, come dono di Dio

Il Qohelet o Ecclesiaste è un piccolo gioiello della letteratura biblica veterotestamentaria. Affronta i grandi interrogativi dell’esistenza umana, senza però offrire delle risposte semplici. Scritto in ebraico, il testo avanza una riflessione sul bene e sul male e sembra avere, come chiave di lettura, l’espressione “Tutto è vanità” (“hebel”), significando che tutto non è altro che cosa vana e fatua. Qohelet applica questa qualifica o squalifica di “effimero, insicuro e incomprensibile” a molte cose concrete, in primo luogo alle ricchezze e ai piaceri, al sapere e alle opere umane. L’uomo sembra trarre solo un’utilità fugace dalle realtà oggettive, specialmente dinnanzi al destino unico che accomuna tutta l’umanità: la morte. Ne consegue che non arriverà mai ad essere saggio totalmente, o giusto in modo perfetto. Questa disanima sul valore o sul senso di tutto ciò che l’uomo realizza, in quest’esistenza transitoria, conferisce un tenore pessimistico o di rassegnazione a tutta l’opera. Qohelet, tuttavia, non si chiude al prossimo, né tanto meno a Dio. Ciò che gli interessa veramente è l’uomo universale (“adam”), il mortale di tutti i tempi, e ciò che lo preoccupa di più è il destino comune che condivide con i suoi simili. Se il futuro dell’esistenza è segnato dal fatto di dover perire, allora la vita sembrerebbe un’assurdità. L’uomo, in realtà, deve impegnarsi a trovare le risposte importanti per l’esistenza, che è l’unica cosa con la quale può misurarsi. È chiamato a condurre una ricerca continua senza accettare altri presupposti, se non quelli della sua fede in Dio creatore della vita. Qohelet, nel testo, cerca di dare delle risposte plausibili ai discepoli ai quali si rivolge: la sapienza vale più della stoltezza, benché sia pura utopia pretendere di raggiungere la piena saggezza; l’uomo ha come certezza il fatto di dover morire; l’uomo ignora del tutto il mistero di Dio e i suoi piani, che sfuggono ad ogni razionalità. La vita, ciononostante, vale la pena di essere vissuta, e i beni di questo mondo (mangiare, bere, fare l’amore, usare le cose e lavorare) sono degni di considerazione perché sono dono di Dio. Qohelet ha la certezza, solo possibile nella fede umana e teologale, che vi sarà una giustizia finale di Dio, anche se egli non sa ancora né quando né come si darà (Qo 3, 17; 8,12); e che per ultimo vi sarà un Consolatore a favore delle vittime. L’assurdità più grande, secondo l’autore, è che la morte rappresenti la conclusione livellatrice di tutte le attività terrene. Ma è proprio essa che consente all’uomo di godere dei doni di Dio e di tutto ciò che ha ricevuto. Lo scriba dotto di questo libro sacro è un “uomo dell’assemblea”, cioè un maestro che parla ai suoi discepoli e li istruisce. Si attiene a ciò che accade “sotto il sole” o “sotto il cielo”, senza escludere il senso del movimento delle cose e del tempo. Il libro di Qohelet è attribuito ad un figlio di Davide, re in Gerusalemme (“Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re a Gerusalemme” (Qo 1, 1)) e, più concretamente, re di Israele. Una lunga tradizione ritenne il libro un’opera di Salomone, ma in realtà è una finzione letteraria, il cui scopo è collocare il testo all’ombra del più famoso dei saggi in Israele. Gli esegeti collocano il Qohelet a ridosso dell’epoca persiana (IV secolo) o della tappa ellenistica (III secolo), entrambe caratterizzate dalla mancanza di giustizia nei tribunali e nella società, dallo sfruttamento dei poveri, dall’insicurezza degli affari e dalla cupidigia del denaro. Si incastona perfettamente dentro l’orizzonte culturale israelita, presupponendo un giudaismo postesilico in cui la gente è sistemata, possiede oggetti e ricchezze e ha accesso alla cultura dei maestri preparati. Il Qohelet si colloca subito dopo il libro di Giobbe, ma prima di quello di Daniele, del secondo libro dei Maccabei e dell’Ecclesiastico originale, tutti degli inizi del II secolo a.C. Si è voluto stabilire un unico genere letterario riconducibile al “dialogo”, usato molto da Platone e in Oriente; altri hanno parlato di “diatriba”, impiegata prima dai cinici e poi dagli stoici; altri ancora vedono, semplicemente, una collezione di sentenze (pensieri). Qohelet si serve, inoltre, di un genere molto noto in Egitto e altrove, il “Testamento regio”, scritto come propaganda di una particolare dinastia, di cui si sottolineano gli aspetti più corrotti e subdoli. Il Qohelet è, prima di tutto, un’antropologia vera e propria, grazie all’alto numero di vocaboli per designare l’uomo, come cercatore del senso vero e del mistero divino: “adam” (essere umano), “ish” (uomo), “leb” (cuore o mente), “basar”, “nepes” o “ruah” (corpo, vita, spirito), ma anche “amal” (sforzo/fatica), e “inyan” (affanno/compito).