Amare Dio è avere la gioia dentro

Nella pellicola emerge l’idea del Signore come di un Padre che sorride alla sua creatura

Nel film Dio ride, prodotto da Indiana Production, PiperFilm e Ogi Film, in distribuzione nelle sale dal 29 ottobre, il regista toscano Giovanni Veronesi presenta la storia di frate Leopoldo da Casamacchia (Pierfrancesco Favino), un predicatore vissuto nell’Italia del ‘600 e, più precisamente, nel periodo della Controriforma, che ricorre al riso come mezzo per evangelizzare il popolo. Cresciuto in convento, ignorante, buono, profondamente innamorato di Dio, frate Leopoldo è capace di attirare a sé molta gente, parlando con un linguaggio diretto e mantenendo sempre impresso, sul suo volto, il sorriso.
Muovendosi per la campagne e per i monasteri toscani, e sfidando le paure e i pregiudizi di un fase storica nevralgica per la Chiesa, il religioso racconta i passi del Vangelo proponendo una teologia della Grazia e della prossimità, in netta opposizione ai metodi ortodossi della Curia romana, legata in maniera viscerale all’idea della distanza incolmabile tra l’uomo e Dio e al fatto che la salvezza passi per il terrore, per la disciplina e per l’obbedienza ai poteri forti.
Per frate Leopoldo la risata è la forma più alta di gratitudine nei confronti del Creato e del Creatore. Il suo metodo di predicazione, semplice e giocoso, fa tremare le frange ecclesiastiche e annullando qualsiasi distanza o gerarchia tra le Scritture e i credenti. Egli testimonia un Dio che non ricorre alla paura per farsi ascoltare, un Dio che si fa seguire dagli uomini sfoderando l’arma del riso e ridendo con loro, un Dio pronto a condividere la felicità con i suoi figli, che accolgono la sua Parola come segno del suo amore. Il modo di operare anticonformista del fraticello disturba presto la Chiesa del tempo.
Papa Innocenzo X vuole approfondire la questione e invia un inquisitore, il cardinale Maculani (Silvio Orlando), affinché possa cercare una soluzione a questo possibile caso di eresia. Ne esce fuori un quadro inquisitorio che prevede la prigionia del religioso e un interrogatorio, nel corso del quale Leopoldo sfodera le sue abilità oratorie piegando, perfino, le certezze consolidate di Maculani. Bisogna, tuttavia, puntualizzare che Veronesi è riuscito a spulciare fonti documentali certe sul conto del cardinale Maculani, domenicano, e di Innocenzo X, personaggi storici conosciuti e rinomati, dei quali ha offerto una ricostruzione attendibile, ma si è scontrato con la mancanza di una biografia appropriata sul conto di Leopoldo da Casamacchia. La pellicola, quindi, non consta del tutto di elementi realmente accertati, ma si muove tra storia e fiction.
È possibile un richiamo a materiali ispirati a tradizioni locali, che hanno aiutato gli sceneggiatori nella realizzazione della pellicola. Il conflitto tra Leopoldo e le istituzioni costituite, quindi, non è per prima cosa politico ma si gioca sull’uso di un linguaggio efficace e di una comunicazione pragmatica, prossima a chi ascolta.
Favino ha spiegato che, nel lavoro di realizzazione del film, ha dovuto lavorare molto sul linguaggio e sulla ricostruzione storica. Il personaggio principale è stato creato attingendo alla figura autentica del “guitto”, un giullare che Dario Fo aveva trasformato da essere con stereotipi negativi in uno strumento potente di satira politica, di narrazione popolare e di resistenza culturale, una sorta di attore girovago che smaschera le false credenze e prende in giro le autorità, con uno stile grottesco. Il film parla quindi della libertà e del difficile rapporto dell’uomo con il potere. Veronesi si è ispirato, per produrre la pellicola, ad una citazione di papa Francesco che disse: “Si può ridere anche di Dio, basta continuare ad amarlo”.