Diocesi
Don Mattia Rossi è diacono, l’omelia integrale di mons. Checchinato
In Cattedrale la celebrazione eucaristica nei primi vespri della solennità dei Santi Pietro e Paolo, durante la quale Mattia Rossi è stato ordinato diacono per l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria di mons. Giovanni Checchinato, arcivescovo metropolita di Cosenza – Bisignano. Don Mattia Rossi è originario della comunità parrocchiale Santa Maria di Porto Salvo di Paola.
Alla celebrazione hanno presenziato il sindaco di Paola Roberto Perrotta, il delegato del sindaco di Cosenza Francesco Turco. Presente la comunità del seminario teologico “Redemptoris Custos”. Grande gioia per i confratelli diaconi e per i giovani sacerdoti con i quali don Mattia Rossi ha condiviso un pezzo del cammino. Ad accompagnarlo la famiglia.
Pubblichiamo l’omelia integrale del Vescovo
Con questa celebrazione entriamo nella solennità dei santi Pietro e Paolo, “il pescatore di Galilea che costituì la Chiesa delle origini con i giusti di Israele e il maestro e dottore che annunciò la salvezza a tutte le genti” (Prefazio proprio della solennità), le due colonne portanti della Chiesa a cui ci rivolgiamo con devozione ma anche con quel desiderio di imparare, di fare nostro il loro cammino di sequela nei confronti di Gesù, l’unico ad avere parole di vita eterna. La Provvidenza ti regala questi due patroni per il tuo diaconato, caro Mattia e così con te e con tutta l’assemblea riunita stasera per farti festa, vogliamo declinare qualche elemento delle letture che ci sono state proposte.

Nella preghiera di ordinazione si ricorda il senso di quanto stiamo celebrando e la radice biblica del gesto sacramentale: “agli inizi della tua Chiesa gli Apostoli del tuo Figlio, guidati dallo Spirito Santo, scelsero sette uomini stimati dal popolo, come collaboratori nel ministero. Con la preghiera e con l’imposizione delle mani affidarono loro il servizio della carità, per potersi dedicare pienamente all’orazione a all’annunzio della parola”.
È quanto avverrà anche per te stasera, e di nuovo il Signore ti sceglierà per essere ministro della carità. Ma la tua storia così come la storia dei diaconi e degli Apostoli che celebriamo non inizia con un mandato ricevuto dal Signore, ma inizia prima. Ce lo ricorda Paolo nella seconda lettura quando parla della sua storia e della chiamata: “Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo”.
Paolo non nasconde i suoi precedenti di persecutore della Chiesa -basti pensare che nel libro degli Atti è raccontata ben tre volte- ma riconosce che nella sua storia di peccatore è entrato il Signore, attraverso una chiamata. Una chiamata unica, irripetibile, che poteva avere risposta solo da lui e dalla sua storia e sensibilità. Significativo quanto dice rispetto alla sua conversione: “il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo”; questo significa che non possiamo diventare seguaci del Signore solo perché abbiamo studiato bene il catechismo, perché c’è bisogno di altro, di quell’incontro così particolare e totalizzante capace di cambiare la vita, gli orientamenti, le direzioni fino a quel momento assunte come fondamentali della vita. Se incontri il Signore tutto cambia.
E quest’incontro totalizzante ha bisogno di essere portato alla memoria, sempre, perché alla base di qualunque servizio reso alla comunità, di ogni ministero per la crescita della Chiesa.
La memoria di quell’incontro va fatto diventare preghiera, azione di grazie, adorazione, richiesta di perdono, silenzio.
Il ministero nella chiesa è l’ultima consegna, ma non la più importante: prima del ministero c’è la chiamata gratuita di un Dio che ci ama infinitamente e che continua a stupirci con le sue scelte che non corrispondono alle logiche umane, ma che prediligono “ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” (cfr 1 Cor 1,27-28). Abbiamo sempre bisogno di fare memoria della “roccia da cui siamo stati tagliati, e della cava da cui siamo stati estratti”. (Is 51,1) La seconda sottolineatura ce la offre il brano del vangelo che, in qualche maniera, ci spiega il motivo di quello che scegliamo: non c’è altro motivo se non l’amore.
Così va letto l’esame a cui è sottoposto Pietro da Gesù in riva al lago di Galilea; un esame scomodo, scabroso per Pietro che sa bene di aver rinnegato Gesù tre volte. Sono le situazioni della vita in cui si vorrebbe scomparire perché ci rendiamo conto del bene ricevuto e della grettezza dei nostri calcoli per salvarci. Sono quelle situazioni in cui non diventiamo rossi per la rabbia ma per la vergogna. E da quell’esame Pietro impara che solo chi ama conosce Dio. E solo quando amiamo sappiamo conoscere noi stessi e gli altri. In questo tempo in cui tutto è pagamento, e anche i sentimenti più nobili sono svenduti al vile interesse economico Gesù ricorda a Pietro la gratuità, l’amore. E gli ripete per tre volte che il gregge a cui Pietro è inviato, non gli appartiene, perché è il gregge del Signore. E che solo per amore si può servire un gregge che ci viene affidato. Ci ricorda san Bernardo: “L’amore è sufficiente per se stesso, piace per se stesso e in ragione di sé. È a se stesso merito e premio. L’amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all’infuori di sé. Il suo vantaggio sta nell’esistere. Amo perché amo, amo per amare.” (Discorsi sul Cantico dei Cantici di san Bernardo, 83, 4-6; Opera omnia, ed. Cisterc. 2 [1958] 300-302) E, ci dice sant’Agostino, tutta la logica dell’incarnazione obbedisce all’amore: “È stato detto: «Sei mia gloria e sollevi il mio capo» (Sal 3, 4): e quale grazia di Dio più grande ha potuto brillare a noi? Avendo un Figlio unigenito, Dio l’ha fatto figlio dell’uomo, e così viceversa ha reso il figlio dell’uomo figlio di Dio. Cerca il merito, la causa, la giustizia di questo, e vedi se trovi mai altro che grazia.” (Discorsi di sant’Agostino, 185; PL 38, 997-999).
Ma accanto alla chiamata e all’invio in missione ci viene offerta anche l’indicazione di uno stile da assumere nel servizio diaconale, stile che caratterizza Pietro e Giovanni nella guarigione dello storpio alla Porta Bella del Tempio. Salgono al tempio per la preghiera, ma nella narrazione ci viene detto che avverrà altro rispetto alla preghiera: la relazione con il Signore non può essere sganciata dallo sguardo al bisogno dell’altro.
L’autore di Atti ci parla poi di sguardi che si incrociano, prima quello dello storpio che fa quello che ha sempre fatto, chiede l’elemosina, rimanendo chiuso nella prigionia dei suoi confini. E l’invito di Pietro: “Guardaci” sembra voler dire smetti di guardare te stesso.
Il servizio della carità che come diacono sei chiamato a svolgere non è degnazione verso i poveri, ma prima di tutto l’occasione di entrare in relazione con fratelli e sorelle. Manifesta uno stile che sa di rispetto, di capacità di relativizzare le situazioni contingenti per entrare in relazione vera con gli altri. E Pietro gli confessa “non ho né argento né oro…” e non può donare ciò che non possiede, ma di ciò che possiede dona tutto. “Nel nome di Gesù il Nazareno”: con la parola ordina a quest’uomo una azione autonoma.
L’alzarsi e il camminare non sono solo una guarigione medica o fisica. Sono la possibilità dell’autonomia e dell’ingresso nel tempio da parte di chi non dovrà più “essere messo” a stare dove altri ti collocano e elemosinare ciò che gli altri vogliono darti. E così, afferratolo per la mano destra lo alzò. Pietro si coinvolge anche fisicamente deve stendere la sua mano (non basta la parola). Impegnarci per l’altro significa metterci in gioco, anche fisicamente.
Lo stile di servizio nei confronti dei poveri, che è prioritario nel servizio diaconale, ha bisogno di sostanziarsi di questo atteggiamento.
Nel messaggio per la Giornata mondiale dei poveri 2026 Papa Leone scrive: “L’amore di Cristo ci rende infatti partecipi della vita d’amore di Dio. In questo senso, i cristiani sono chiamati non solo a cercare rifugio in Dio, ma anche a farsi in Dio un rifugio per gli altri, senza «distinguere tra chi assiste e chi è assistito, tra chi sembra dare e chi sembra ricevere, tra chi appare povero e chi sente di offrire tempo, competenze, aiuto. Siamo la Chiesa del Signore, una Chiesa di poveri, tutti preziosi, tutti soggetti, ognuno portatore di una Parola singolare di Dio. Ognuno è un dono per gli altri» (Omelia, 17 agosto 2025).”
Buon servizio diaconale caro Mattia! E buon servizio diaconale ai diaconi presenti e a tutti coloro che svolgono un ministero nella chiesa perché tutti ed ognuno, “sostenuti dalla coscienza del bene compiuto, forti e perseveranti nella fede, siano immagine del Figlio di Dio, che non venne per essere servito ma per servire, e giungano con lui alla gloria del tuo regno”. Amen.


