Cultura
Culto cristiano e pagano negli affreschi dell’ipogeo di via Dino Compagni
Lo studio fatto dalla Pontificia commissione mette in rilievo l’eccezionale spessore artistico del cimitero sotterraneo
I risultati dello studio condotto dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra sul cimitero sotterraneo tardo antico, sito in via Dino Compagni a Roma, sono confluiti nel volume intitolato L’Ipogeo di via Dino Compagni a Roma. Un itinerario tra culture, temi e immagini, a cura degli archeologi Matteo Braconi e Raffaella Giuliani. Quando pensiamo alla capitale italiana, la sua bellezza non riguarda solo ciò che è visibile in superficie, ma anche quanto è nascosto sottoterra. Sotto il livello stradale vi sono preziosi tesori culturali, ed è quasi incredibile pensare di poterli trovare anche sotto un tombino, come nel caso del quartiere Appio Latino, dove si nasconde l’ipogeo di via Dino Compagni, anche noto come “Catacomba della via Latina”. Questa cripta si sviluppa ad una profondità di 19 metri, poiché relativa al numero di persone facenti parte delle famiglie a cui era destinata. La particolarità che rende quest’ipogeo eccezionale è la sua doppia natura pagana e cristiana, un dettaglio che ci viene suggerito dai numerosi affreschi che decorano le pareti delle sale, databili a circa 1700 anni fa, ovvero risalenti ad un periodo in cui non tutti condividevano lo stesso culto. Per tale ragione, le rappresentazioni delle diverse nicchie si distinguono tra quelle richieste dalle famiglie pagane, che mostrano scene di mitologia, in particolare di quella greca, e quelle volute dai cristiani che, invece, raffigurano episodi del Nuovo e del Vecchio Testamento. I temi pagani, difatti, si concentrano su miti come quello della dea romana “Tellus” e di Ercole intento a uccidere il serpente Idra, sull’incontro negli inferi tra lo stesso eroe greco e il cane a tre teste, Cerbero, guardiano del mondo infernale, o sull’episodio di Ercole nel giardino delle Esperidi, luogo leggendario della mitologia greca. I cristiani, al contrario, sembravano essere più intimoriti dal viaggio della morte, e preferivano avere nelle loro nicchie scene di salvezza e di redenzione. Troviamo, infatti, figure come Giona, il profeta rigurgitato dalla balena, Lazzaro dopo la Resurrezione, Daniele nella fossa dei leoni, Cristo in cattedra tra gli apostoli, Gesù Buon Pastore e altro ancora. Nonostante la ricchezza artistica che ci regala questo posto, le fonti antiche non hanno mai fatto cenno alla sua esistenza. La scoperta di quest’ipogeo è avvenuta per caso nel 1955, durante i lavori di costruzione dell’edificio che oggi pone le sue fondamenta, proprio nell’atrio centrale del cimitero. Inizialmente la scoperta fu tenuta nascosta, visti i danni recati alle pitture e alle strutture. L’ingegnere a capo dei lavori segnalò il ritrovamento alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Fu allora incaricato di visitare gli ambienti padre Antonio Ferrua, che si rese subito conto dell’eccezionalità del ritrovamento. Il sacerdote comprese che gli oltre 100 affreschi, presenti in loco, rappresentavano una vera e propria pinacoteca della Roma tardoantica. È un trionfo dell’arte a tutti gli effetti, che testimonia l’alta estrazione sociale delle famiglie proprietarie del sito. Le origini di queste ultime, tuttavia, sono sconosciute, e l’unica traccia sul loro conto la troviamo nella volta più ampia della tomba, dove vi è raffigurato il volto di una bambina che doveva essere molto amata. L’immagine ricca di ornamenti sembra quasi porla su un piano spirituale, nonostante sia l’unico vero ritratto di tutto l’ipogeo. Resta ancora da approfondire il legame tra la cripta e l’ambiente circostante. La pubblicazione della Pontificia Commissione lancia nuove sfide di ricerca.
