Cristo cibo che nutre anima e corpo

In questa stagione calda, ripensare il rapporto con Dio vuol dire dare il giusto sostentamento alla propria esistenza

Le sante “si nutrivano di Dio”, l’uomo contemporaneo “si consuma nel nulla”. Così scrive Rudolph M. Bell, professore di Storia alla Rurgers University, nel libro La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo a oggi (Laterza 1998), nel quale pone l’accento sulle analogie tra la moderna anoressia nervosa e il percorso di santità, compiuto da tante mistiche del Medioevo. Queste ultime traducevano la loro fame di Dio in gesti concreti (digiuno, comunione e astinenza), che assumevano valore teologico e simbolico. Per l’uomo di oggi, sommerso da stimoli e distrazioni, Dio è il cibo spirituale per eccellenza che l’aiuta a ritrovare il senso di un’esistenza dissipata e moralmente deprecabile, e a cui ridà il giusto significato. È a partire da queste riflessioni che Giovanni Cesare Pagazzi, Arcivescovo titolare di Belcastro, teologo nonché archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, ha concentrato la sua attenzione su alcuni tra i gesti del Messia che racchiudono un profondo senso di umanità, e sprigionano i sapori più belli del mondo: sfamarsi e cucinare. Il suo interesse l’ha portato a pubblicare il libro La cucina del Risorto. Gesù “cuoco” per l’umanità affamata (Paoline Editoriale Libri). In questo piccolo testo di sole 56 pagine, l’autore riprende una delle scene più misteriose, belle e audaci di tutti e quattro i Vangeli: la moltiplicazione dei pani. Gesù parla spesso di cibo, tanto che molto del suo insegnamento ruota attorno proprio al nutrimento. Mangia volentieri e va a mangiare da tutti, cattivi e buoni. C’è un’immagine ardita, raccontata nel capitolo 21 del Vangelo di Giovanni: Gesù è risorto, ha appena inviato i quattro delusi discepoli nel Lago di Galilea, per tentare una nuova pesca e, al ritorno, dopo la pesca miracolosa, il Messia sta preparando sta cucinando per loro il pane e il pesce. Il Salvatore non viene subito riconosciuto; incontra Pietro, Giovanni, Giacomo e Tommaso, Natanaele e altri due, amareggiati per la pesca infruttuosa (Gv 21, 1-14). I discepoli non hanno preso nulla e sentono Gesù dire con ironia: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?” (Gv 21, 4-14). Dinnanzi alla risposta negativa, il maestro incoraggia una nuova uscita sul lago e là dove avviene la pesca miracolosa. I discepoli, alla fine, avranno cibo in abbondanza, ma “appena scesi a terra, videro un fuoco di brace, con del pesce sopra e del pane”. Il Risorto, con la sua forza prodigiosa, avrebbe potuto generare subito cibo, ma si limita a svolgere un’azione molto concreta: prende del pesce pescato dagli apostoli. Quest’azione manuale e vera è indicativa della vicinanza di Gesù al fuoco, al pesce e al pane. Egli ha raccolto la legna, ha acceso il fuoco, ha procurato il nutrimento e ha cucinato. Continua a sostare vicino al fuoco, chiedendo che venga recato altro pesce pescato. Gesù non distribuisce soltanto, a caso, pane e pesce, come nella moltiplicazione dei pani, ma in questa scena cucina con tutte le attenzioni necessarie di questo gesto. È la terza apparizione di Gesù dopo la resurrezione, caratterizzata da ospitalità, premura di preparare un pasto, e dalla richiesta del Messia rivolta ai discepoli di portare altro pesce di quelli pescati. La scena ha un forte significato: è il momento di condivisione a tavola dal valore simbolico, che rappresenta la comunione, il ristoro spirituale e il mandato che Gesù dà poi a Simon Pietro (“Pasci i miei agnelli”). Da questa scena esce fuori un’immagine inedita di Cristo, che sembra a suo agio tra pietanze, ricette e utensili da cucina. Cucinando, ha dato il pane ricevuto (che è vita), ma ha anche mutato cose diverse (acqua, farina, lievito e pesce) rendendole cose utili per la sopravvivenza e gustose per ciascuno. Lui stesso si è fatto carne e si pone come cibo di buon nutrimento per ciascuno. Il gesto del Risorto preannuncia l’azione promessa da Dio che “preparerà un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati” (Is 25, 6). Quest’interessante libro accende i riflettori su quella che è la fame della modernità. Oggi, in una cultura segnata dal consumo e dall’immagine, il corpo tende a ridursi a superficie da modellare o a oggetto da possedere. Questa desacralizzazione del corpo genera un vuoto simbolico che si manifesta anche nel rapporto con il cibo. La nutrizione, da atto di comunione, diventa spesso gesto meccanico, carico di angoscia e di colpa. È necessario, allora, ripensare il rapporto tra corpo, cibo e spirito facendo tesoro dell’insegnamento offertoci da Gesù. Egli ci lancia un messaggio forte: solo quando il corpo è riconosciuto come linguaggio del divino può esserci nutrizione autentica.