Cultura
Una luce santa rifulse nel buio
Pio XII ricevette richieste di supplica dai familiari dei prigionieri che persero la vita alle Fosse Ardeatine
Il drammatico ricordo dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, avvenuto 82 anni fa, rivive in quattro lettere inedite scoperte recentemente da Andrea Ciampani, ordinario di Storia Contemporanea alla Lumsa. L’esperto si è imbattuto in queste carte, finora sconosciute, mentre svolgeva delle ricerche tra i documenti del pontificato di Pacelli, e le ha subito rese disponibili all’Archivio Apostolico Vaticano. Redatte tra febbraio e marzo del 1944, le missive furono scritte dai familiari di Paolo Frascà, Manlio Gelsomini, Aladino Govoni e Gioacchino Gesmundo, quattro dei tanti perseguitati che persero la vita a causa della persecuzione nazista. Le inviarono a papa Pio XII al quale richiesero un intervento diplomatico, che potesse mitigare la pena che stava per abbattersi sui loro cari detenuti. Nella Roma occupata dalle truppe hitleriane, il Pontefice rappresentava l’ultimo possibile baluardo di speranza in mezzo a tanto orrore. Uomo sensibile, timido e riservato, Pio XII lesse le parole piene di disperazione e di supplica, scritte da chi era consapevole che i propri amati stavano per essere uccisi. Pacelli, inizialmente, era all’oscuro della rappresaglia tedesca a Roma, che portò alla tragedia delle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944, con l’uccisione di 335 civili e militari italiani, prigionieri politici, ebrei e detenuti per mano nazista, dopo l’attentato partigiano di via Rasella. Il cardinale Nasalli Rocca, allora suo cameriere segreto e cappellano a Regina Coeli, venuto a sapere ogni cosa nella notte tra il 24 e il 25 marzo 1944, riferì tutto a Sua Santità che mormorò: “Non è possibile; non posso crederci”. E si mosse: “è accertato che Pio XII inviò il padre salvatoriano Pancrazio Pfeiffer, che teneva i rapporti tra gli occupanti e il Vaticano” – come ricordò Giulio Andreotti – “ad invocare clemenza presso quel comando. La risposta fu che Hitler era inavvicinabile e che era stata già una concessione il moltiplicare solo per dieci e non per cento il numero delle vittime della rappresaglia”. Quella fu l’occasione che veniva offerta a Pio XII per un martirio, che avrebbe illuminato di santità il suo papato. Il mondo avrebbe capito il significato del suo grande sacrificio e avrebbe apprezzato la sua umanità. Le lettere inedite, pubblicate da Avvenire, manoscritte o battute a macchina, presentano uno stile formale e sono intrise di un linguaggio devoto. Su ognuna è riportato l’indirizzo in calce a cui si poteva rispondere, e ciascuna è accompagnata da appunti e note di chi cercò di salvare gli arrestati. Gilda Frascà, moglie di Paolo, scrive così nella sua lettera del 28 febbraio 1944: “Tutte le porte sono chiuse per me e solo da Dio e da Voi spero aiuto. Sono una povera madre di sette figli … Dal 27 gennaio 1944, manca da casa mio marito Paolo Frascà … è l’unico sostegno della famiglia, che poteva vivere con quello che egli ricavava dal suo lavoro di impiegato”. Il 9 marzo la Santa Sede comunicò alla signora Frascà di aver compiuto i primi passi, e Pio XII le donò un sussidio di 1000 lire. L’azione vaticana, però, non portò ad un lieto fine e Frascà fu ucciso alle Ardeatine. La madre di Manlio Gelsomini, a capo della banda partigiana Monte Soratte, scrive nell’epistola del 14 marzo: “Mio figlio (…) si trova tuttora in via Tasso. Io non so la gravità dell’accusa, ma qualunque essa sia mi rivolgo a Vostra Santità perché voglia liberarlo e restituirlo alla mia casa. Mio marito è gravemente ammalato per una operazione polmonare ed io sono sola senza nessuno che mi possa dare conforto e aiuto … Esplica la sua professione di medico pediatra con coscienza e zelo ammirevole”. Qui è chiara l’implorazione esplicita finalizzata a ridare dignità e morale ad un prigioniero, prossimo al matrimonio e la cui vita, come quella degli altri, è un dono prezioso. Isabella Gesmundo, sorella di Gioacchino, esponente comunista attivo nei Gap romani, scrive il 23 marzo 1944: “Sono vedova con un figlio di 14 anni e mio fratello è per me l’unico appoggio e per il mio ragazzo fa le veci del padre. Nella situazione gravissima in cui si trova mio fratello l’unica speranza che conservo è che l’alto interessamento della Santità Vostra venga a mutare il suo destino”. Il giorno prima della lettera, Gioacchino era stato condannato dal Tribunale Speciale alla pena di morte. Il 23 marzo, tramite la raccomandazione di Andreotti, che lavorava per la Commissione Soccorsi, fu inviata richiesta di grazia ai tedeschi a nome di Pio XII, ma al condannato non fu risparmiata la vita. Teresa, la madre di Aladino Govoni, arrestato il 25 gennaio, capitano dei Granatieri e tra gli organizzatori della resistenza armata a Roma, scrive nella sua lettera: “Tutto quanto era umanamente possibile fare per salvare la mia creatura, io l’ho fatto; ma, purtroppo, nessun positivo risultato ho ragionevolmente da attendere dai miei innumerevoli passi. La mia ultima speranza è risposta ora nell’eventuale intervento della Vostra Suprema Autorità morale presso le Autorità Germaniche”. Il Vaticano cercò di intervenire, senza risultato, per mezzo della Commissione Soccorsi, nella persona di Montini, futuro papa Paolo VI, che ricevette un incarico fiduciario da parte di Pio XII, con il coinvolgimento del nunzio Borgongini Duca e tramite padre Pfeiffer, che doveva gestire i rapporti con tedeschi. “Anche da testimonianze come queste si comprende che la Chiesa durante l’occupazione, non fu né passiva né timorosa, anzi fu attiva a favore di tutti coloro che erano perseguitati dal nazifascismo”, le parole di Ciampani.
