Cultura
Dialetto, libertà e difesa dei diritti nelle poesie del cosentino Ciardullo
L’intellettuale ricorse ai mezzi della satira e dell’invettiva, per opporsi strenuamente al regime fascista
Michele De Marco, in arte Ciardullo, ha dato un grande contributo alla salvaguardia della lingua dialettale cosentina e alla lotta per i diritti civili. Nato a Perito di Pedace (Casali del Manco) il 17 marzo 1884, e morto a Cosenza il 10 marzo 1954, fu poeta e drammaturgo dialettale, nonché insegnante e giornalista. Crebbe in una famiglia di intellettuali borghesi, da cui ricevette molti stimoli culturali. Studiò nel collegio italo-albanese di San Demetrio Corone e, in seguito, frequentò il liceo classico di Cosenza. Si laureò nel 1907 all’Università di Urbino in Giurisprudenza e intraprese, inizialmente, la carriera forense aprendo il suo studio legale a Cosenza Vecchia. Michele era solito frequentare il Caffè Renzelli, ubicato nella Città Vecchia, che era diventato un punto di incontro per tanti intellettuali colti dell’epoca che, come lui, nutrivano ideali di libertà. Il ritrovarsi con altri in questo luogo stimolò in lui la voglia di redigere componimenti poetici. Proseguì con l’attività legale fino al 1925 quando, a causa dell’avvento del fascismo, gli fu imposto di mostrare i simboli della sua adesione al partito, per poter tenere aperto il suo studio di avvocatura. Ciardullo si oppose strenuamente a questa direttiva, quindi dovette abbandonare la sua professione, almeno fino al 1947. Il ventennio fascista fu, quindi, per Michele un periodo di inattività completa. Da antifascista non aderì mai all’ideologia del regime, mantenendo sempre una certa integrità morale e battendosi per il riconoscimento dei diritti dei più deboli, per l’affermazione delle libertà e per il riscatto sociale dei poveri. Condusse queste battaglie scrivendo anche per giornali come Ohè!, Calabria Democratica e Fra’ Nicola, grazie ai quali denunciò l’arretratezza della società cosentina, ricorrendo alla satira e all’umorismo. Michele De Marco curò una produzione letteraria molto variegata, che spazia dal teatro alla satira, dalla poesia al giornalismo, quasi sempre diffusa in lingua dialettale e usando lo pseudonimo di “Ciardullo”. Il dialetto era per lui non una semplice trascrizione del parlato, ma l’idioma letterario della vita comune con cui riusciva a catturare il riso, a fare invettive, ad esprimere il dolore e a dar luogo a polemiche sociali. Il vernacolo cosentino fungeva da strumento di coesione fra la gente, utile per nominare le persone, per identificare i mestieri e le cose, in un modo che risultava difficile da applicare, invece, all’Italiano. Con il dialetto poteva parlare della città di Cosenza, con le sue botteghe, con le sue piazze e con la sua quotidianità, fatta di bevute di caffè e di sorrisi. La Cosenza di cui parla Ciardullo è quella del Telesio, il liceo, del teatro, dell’Accademia Parrasiana, del centro storico. Una città ristretta nel suo provincialismo, ma attraversata da moti intellettuali rivoluzionari e da tensioni sociali e conflitti contro i poteri forti. Il tutto descritto dal Caffè Renzelli, il suo punto di osservazione. Tra i suoi testi lirici più famosi ricordiamo “Calavrisi, jettati la sarma!”, una potente satira vernacolare con cui cerca di convincere i calabresi a scagliarsi contro il regime mussoliniano, reo di appoggiare gli industriali del Nord. “Calavrisi, jettati la sarma, finarmente, cca l’ura è venuta”, recita il carme. La sarma (salma o soma) è il carico pesante o il basto posto sulla schiena degli animali da soma, per portare le merci. “Jettari la sarma” vuol dire scuotersi di dosso il peso della rassegnazione e riappropriarsi della propria vita, senza sentirsi più sottomessi come i somari. I calabresi devono aprire gli occhi (“Uocchi chiusi”) di fronte alle ingiustizie, alla fame e allo sfruttamento da parte dei potenti del Nord e dei regimi forti, ritrovando la loro forza e il loro orgoglio. Caduto il fascismo Ciardullo divenne sindaco di Pedace e, anche nel dopoguerra, fece sentire la sua voce dissidente. Di lui ci restano opere come Lupi della Sila (1931) e “Statti tranquillu… nun cce pensare” (1940). Quest’ultima è una raccolta poetica, che ottenne un enorme successo a Cosenza e provincia. Contiene versi in dialetto calabrese, con i quali lo scrittore esprime il suo disappunto rispetto all’ideologia fascista. Piromalli e Carmine Chiodo hanno inserito di diritto Ciardullo nel canone letterario meridionale, menzionandolo nella loro Antologia della letteratura calabrese, pubblicata nel 2000 da Pellegrini.
