Chiesa
Sant’Ignazio di Loyola. Una spiritualità capace di unire fede, cultura e cura degli ultimi
L’approvazione verbale da parte di Paolo III nella Rocca Pia di Tivoli nel 1539, e poi quella ufficiale dell’anno dopo, segnano l’inizio di una storia nuova: quella della Compagnia di Gesù. Una strada che continua, che ha dato un pontefice alla Chiesa, e che fin dalla sua fondazione ha aperto il cammino della armonizzazione tra una cultura non più fine a se stessa, con le tradizioni dei luoghi di missione.
Oggi, memoria di Íñigo López de Loyola, questo il suo nome originario, (morì il 31 luglio del 1556), ripercorriamo la storia di un cadetto, nato in terra basca, che sognava, come san Francesco, la fama di grande cavaliere e gli amori delle belle dame; celebriamo nello stesso tempo una spiritualità fatta non di rifiuto del mondo, se mai di conoscenza, attraverso la condivisione e lo studio delle culture dei paesi in cui i seguaci di Ignazio (Íñigo volle assumere il nome di sant’Ignazio di Antiochia che ammirava per la predicazione dell’amore concreto di Cristo) scelsero di recarsi in missione.
Ferito gravemente durante l’assedio di Pamplona, ne portò le conseguenze: rimase claudicante per tutta la vita. La sua è stata una strada in cui la preghiera e la ricerca interiore diventavano tutt’uno con la reale cura degli ultimi, gli ammalati, i poveri, gli orfani, coloro che conoscevano realmente la miseria e l’abbandono.
Per tutti questi Ignazio si batterà, a partire però dalla propria battaglia interiore, con quegli Esercizi Spirituali che ancora oggi sono considerati uno dei massimi esempi di come le profondità dell’essere possano essere percorse con la preghiera, la meditazione, ma anche con lo stare nel mondo, senza però diventarne schiavi.
Nessuno è solo nella ricerca del bene e gli Esercizi sono, ancora oggi, una concreta guida per ritrovare la strada perduta e intraprendere il cammino nel mondo e nello spirito. Non è un caso che i missionari gesuiti, come Matteo Ricci in Cina e Francesco Saverio in Giappone, abbiano approfondito il pensiero e le tradizioni di quei luoghi, entrando in fecondo contatto con i pensatori, i religiosi e il popolo. In questo modo hanno messo in pratica l’insegnamento di Ignazio, teso alla ricerca feconda degli elementi comuni dello spirito e dei modi del vivere insieme, in pace.
Il cammino spirituale dei Gesuiti ha molto influenzato le arti e la letteratura: basti pensare che negli anni Venti del Novecento, una scrittrice apparentemente lontanissima dal messaggio cristiano come Gertrude Stein, una delle innovatrici della letteratura contemporanea, abbia scritto il testo di una operina musicata da Virgil Thompson, “Quattro santi in tre atti”, in cui i personaggi principali sono proprio sant’Ignazio e Teresa d’Avila. E non è un caso che un gesuita, Athanasius Kircher, sia stato il protagonista di una stagione feconda in cui archeologia -alle prime armi, siamo nel XVII secolo- filologia, arte, matematica, scienze naturali, storia e fede divengono una nuova forma di conoscenza. Senza dimenticare un alfiere della ricerca di rapporti non solo tra scienza e fede, ma tra oriente e occidente nella ricerca dell’unità spirituale perduta: Teilhard de Chardin, anche lui gesuita, che, come Kircher, cercò il sottile filo rosso che attraversa le scienze e le culture e che porta alla vera conoscenza. Una conoscenza che Ignazio voleva fosse lontana dalla spocchiosa accumulazione di dati e invece approfondimento dei segni lasciati dal divino sulla umana strada. Senza dimenticare Marcel Jousse, anche lui gesuita, che attraverso le sue ricerche sul campo ha sostenuto l’affascinante convinzione che l’abbraccio, l’atto di cullare, il comunicare non siano altro che una sorta di imitazione inconsapevole del movimento circolare dei pianeti e delle stelle. Un omaggio al Creato fin dalla nostra nascita.
. fonte: AgenSIR
