Cultura
Morin filosofo della complessità
Nella “Magnifica humanitas” Leone XIV mette in guardia dalla frammentazione dei saperi, come aveva fatto il pensatore francese
La recente scomparsa del filosofo e sociologo francese, Edgar Morin, lascia un vuoto immenso che solo il ricordo del suo enorme contributo al mondo pedagogico può, in parte, colmare. La ricchezza della sua figura è difficile da descrivere, essendo stato un pensatore i cui interessi spaziavano dall’educazione alla filosofia, dalla sociologia alla politica e all’umanesimo. La sua fama è legata al “paradigma della complessità”, nato in seno alla ricerca scientifica e ripreso in ambito sociale ed educativo, per cercare di definire, chiarire e interpretare la complessità della società moderna, caratterizzata da incertezza e imprevedibilità. Nel saggio Introduzione al pensiero complesso (1993), Morin prova ad affrontare la sfida della complessità del mondo, abbracciando una prospettiva multidimensionale che oltrepassa l’idea della parcellizzazione dei saperi, che è sempre stata fonte di problemi. Se le questioni sociali, individuali e biologiche sono interconnesse fra loro, allora bisogna guardare alla realtà da più punti di vista, adottando una prospettiva globale che permetta di percepire l’unità del molteplice e la molteplicità dell’uno. Nei Sette saperi (1999) Morin mostra cosa significhi, concretamente, muoversi in una realtà complessa e poliedrica, elencando 7 conoscenze: individuare i fenomeni dell’errore e dell’illusione nel processo conoscitivo, inserire i saperi parziali in un panorama complessivo, indagare la condizione umana integrandone gli aspetti fisici, organici, psicologici, culturali e storici, avere coscienza del destino comune della natura umana, preparare la mente all’imprevisto, insegnare le competenze empatiche e sociali per riconoscersi e comprendersi, e avere certezza che il singolo appartenga ad una comunità planetaria (antropo-etica). Alla luce di tutto ciò, le sfide di oggi toccano, principalmente, gli ambiti culturale, sociologico e civile. La sfida culturale consiste nella necessaria integrazione tra il pensiero umanistico, che stimola la riflessione sull’umano, e il pensiero scientifico che settorializza le conoscenze e porta a varie conquiste. La sfida sociologica riguarda la continua rivisitazione della conoscenza da parte del pensiero, che è il capitale più prezioso per l’uomo e per la società. La sfida civile, infine, sta nel superare le eccessive specializzazioni e la chiusura in micro-mondi personali, cercando il modo giusto per evitare l’indebolimento del senso di responsabilità e la mancanza di solidarietà. Raccogliere queste scommesse vuol dire procedere ad una “riforma dell’insegnamento che deve condurre alla riforma di pensiero e la riforma di pensiero deve condurre a quella dell’insegnamento”. Il compito della scuola non è solo quello di trasmettere contenuti disciplinari, ma anche quello di promuovere la formazione di quelle competenze mentali superiori (capacità di analisi, di sintesi, di deduzione, di induzione ecc), che possano consentire agli allievi veri e propri percorsi di ricerca, ovvero di pervenire ad una autonoma costruzione del sapere. Ne La testa ben fatta (1999), il filosofo francese sostiene che una “testa ben fatta” non è caratterizzata dall’accumulo indiscriminato di nozioni, quanto dalla capacità di risolvere problemi e di organizzare e connettere i saperi. Il lavoro intellettuale, preciso e puntuale di Edgar Morin non rigetta del tutto l’ambito religioso, pur essendo stato elaborato da un agnostico di origini ebraiche. Egli non ha mai nascosto di aver ricevuto più l’eredità di Spinoza, basata sulla capacità creatrice della natura, che quella Vangelo. A suo avviso, la creatività non nasce da un creatore iniziale, ma da un evento inziale. Anche se non fa esplicitamente riferimento a Gesù, il pensatore non ha mai perso di vista il cuore del messaggio cristiano, consapevole che il cammino della ragione laica, condotto con lealtà, porta alle medesime priorità della ragione credente. Una comunione di intenti avvicina Morin a papa Francesco, del quale il sociologo ha studiato la “Laudato si’”, sottolineando che la questione dell’ecologia integrale, menzionata nel documento papale, prende sul serio l’idea della complessità del nostro esistere, ridando profondità a temi come la cura del creato che rischiano di diventare ideologici. Lo stesso Bergoglio aveva definito il francese testimone “dei profondi e rapidi cambiamenti che il nostro mondo e le nostre società hanno subito e stanno ancora subendo”. La posizione di Morin si avvicina, perfino, a quella di papa Leone XIV che, nell’enciclica Magnifica humanitas, mette in guardia dal rischio rappresentato dalla crescente “frammentazione della conoscenza” e dall’acquisizione di conoscenze specifiche in determinati settori, senza essere in grado di collegare le informazioni a una conoscenza più profonda.
