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Usa – Iran, accordo raggiunto: ma sarà vera pace?
Dopo quasi quattro mesi di una logorante guerra, migliaia di vittime accertate e feriti tra le fila dei combattenti e della popolazione civile dell’intera regione, sembra finalmente delinearsi uno spiraglio di luce nella crisi mediorientale. Il condizionale resta d’obbligo vista la serie di annunci e smentite che ha caratterizzato la crisi scoppiata alla fine di febbraio con i massicci raid congiunti di Stati Uniti e Israele. Nella notte appena trascorsa, Washington e Teheran hanno formalizzato il raggiungimento di un accordo quadro preliminare volto a interrompere le ostilità militari. L’annuncio, giunto in concomitanza con l’ottantesimo compleanno del presidente americano Donald Trump, delinea un memorandum d’intesa che stabilisce i principi per la fine dei combattimenti su tutti i fronti, estendendosi esplicitamente anche al teatro bellico del Libano.
Il protocollo iniziale non rappresenta una risoluzione definitiva dei nodi strutturali che dividono le due potenze, bensì l’architettura di una tregua strutturata. Le parti hanno concordato una finestra negoziale successiva della durata di sessanta giorni. In questa seconda fase, le delegazioni diplomatiche dovranno affrontare i temi più controversi e storicamente divisivi: il futuro del programma nucleare iraniano, la gestione e l’eventuale smantellamento delle scorte di uranio arricchito accumulate da Teheran e i meccanismi formali per la progressiva revoca delle sanzioni economiche e finanziarie imposte dagli Stati Uniti.
I RAID A BEIRUT E L’IRA DI TRUMP: L’OSTACOLO ISRAELIANO ALL’INTESA. La posizione di Israele all’interno di questo scacchiere rimane l’incognita più profonda e destabilizzante. Proprio ieri, mentre le diplomazie limavano i dettagli dell’intesa, le forze israeliane hanno dato la netta impressione di voler letteralmente “rompere le uova nel paniere” sferrando violenti e improvvisi raid aerei sui sobborghi meridionali di Beirut, formalmente in risposta a lanci missilistici di Hezbollah. L’attacco, avvenuto poche ore prima della formalizzazione della tregua guidata dagli Stati Uniti, ha rischiato di far collassare l’intero impianto negoziale proprio nel momento decisivo, scatenando la durissima reazione dei mediatori.
La mossa unilaterale del primo ministro Benjamin Netanyahu ha provocato una furiosa reazione da parte della Casa Bianca. Fonti governative statunitensi hanno rivelato i contenuti di un tesissimo colloquio telefonico in cui Trump ha utilizzato espressioni pesantissime e insulti espliciti all’indirizzo del premier israeliano, accusandolo direttamente di sabotare il piano di pace. Sfogandosi successivamente con i giornalisti, the Donald ha dichiarato senza filtri: “Perché Bibi ha dovuto fare quel fottuto attacco? Ero così incazzato. Gliel’ho fatto sapere. Non ha un fottuto barlume di giudizio. Gliel’ho fatto sapere”. Il presidente americano ha inoltre ribadito pubblicamente che l’azione di Israele “non avrebbe dovuto avere luogo”, ammonendo Netanyahu sul fatto che continuando con questa linea di condotta rischia di ritrovarsi isolato e “da solo contro l’Iran”. Dal canto suo, il governo dello Stato ebraico ha fatto sapere di considerarsi estraneo all’intesa e ha espresso forti riserve sull’assenza nel protocollo di vincoli stringenti contro l’arsenale balistico di Teheran.
LA FIRMA FORMALE IN SVIZZERA E I RISVOLTI SULLA NAVIGAZIONE GLOBALE. La ratifica ufficiale del testo d’intesa è stata calendarizzata per venerdì prossimo in Svizzera, che fungerà da cornice diplomatica neutrale per l’incontro. Dal punto di vista operativo, la delegazione americana vedrà la presenza programmata del vicepresidente J.D. Vance, mentre resta aperta la concreta possibilità di una partecipazione diretta dello stesso Trump per siglare l’evento. Il valore politico della transizione in Svizzera servirà da viatico per l’avvio formale dei sessanta giorni previsti per i tavoli tecnici sul nucleare. Il riflesso più immediato e di portata macroeconomica legato a questa intesa riguarda la logistica energetica marittima: l’inquilino della Casa Bianca ha annunciato che lo Stretto di Hormuz riaprirà integralmente al traffico commerciale subito dopo la firma ufficiale dell’accordo. Washington si è impegnata a revocare con effetto immediato il blocco navale precedentemente istituito attorno ai porti della Repubblica Islamica, consentendo il ripristino della libera navigazione in una delle arterie idriche più cruciali per il transito del petrolio mondiale.
LE POSIZIONI DELLA CASA BIANCA E LA NARRATIVA DELLA VITTORIA A TEHERAN. Sul versante comunicativo, Donald Trump ha diffuso una nota sulla propria piattaforma Truth Social definendo l’accordo con l’Iran come “ormai definitivo”, accompagnando la dichiarazione con formule volte a sottolineare il successo della propria strategia di pressione. Nel suo intervento, il “comandante in capo” americano ha intimato la ripresa immediata delle rotte navali globali, associando la distensione diplomatica al ritorno della stabilità nei flussi petroliferi globali, un elemento che ha già prodotto una contrazione dei prezzi del greggio sui mercati internazionali.
Parallelamente, le autorità governative e i vertici militari di Teheran hanno offerto una lettura speculare e trionfalistica degli eventi. I portavoce iraniani hanno confermato che l’accordo sancisce “la fine immediata e definitiva della guerra” su tutti i fronti attivi. Nelle dichiarazioni ufficiali diffuse dai media statali, l’Iran rivendica di aver “conseguito grandi vittorie” nel corso del conflitto. Lo stato maggiore delle forze armate iraniane ha rincarato la dose dal punto di vista propagandistico, asserendo che la resistenza operativa del Paese ha inflitto una profonda “umiliazione” sul piano militare e strategico sia agli Stati Uniti sia allo Stato di Israele.
COSÌ ITALIA, GRAN BRETAGNA, FRANCIA, E GERMANIA. Il vecchio continente ha formalizzato la propria postura politica attraverso un articolato documento congiunto. I capi di Stato e di governo di Italia, Gran Bretagna, Francia e Germania hanno espresso un chiaro avallo politico dichiarando all’intesa. “Accogliamo con favore l’annuncio del memorandum d’intesa tra gli Stati Uniti e l’Iran. Ci congratuliamo con gli Stati Uniti, il governo iraniano e tutti coloro che sono stati coinvolti, inclusi Pakistan, Qatar e tutti gli altri mediatori, per questa svolta diplomatica”. Gli alleati europei leggono questo passaggio come un’opportunità di respiro globale, sottolineando che “questo è un momento di opportunità per ripristinare la stabilità regionale e stabilizzare l’economia globale”.
Tuttavia, l’asse europeo rimarca la necessità di non abbassare la guardia e di accelerare l’attuazione pratica dei protocolli, evidenziando che “è ora fondamentale che i negoziati dettagliati si concludano e che questo accordo venga attuato rapidamente e integralmente. Siamo pronti a sostenere questo sforzo”. La prima priorità assoluta per le quattro nazioni occidentali resta legata alla sicurezza marittima e commerciale. Nel testo si legge infatti: “La riapertura urgente dello Stretto di Hormuz con una libertà di navigazione incondizionata e senza restrizioni è essenziale. Ci impegniamo a fare la nostra parte per raggiungere questo obiettivo — in conformità con i nostri rispettivi requisiti costituzionali — anche attraverso una missione rigorosamente difensiva e indipendente per rassicurare il trasporto marittimo commerciale e condurre operazioni di sminamento”.
Sul delicato dossier degli armamenti e della proliferazione nucleare in Medio Oriente, la posizione del quartetto europeo si allinea ai parametri di massima fermezza geopolitica: “L’Iran non deve mai acquisire un’arma nucleare. Siamo pronti a lavorare con gli Stati Uniti, l’Iran e l’AIEA a tal fine”. L’allentamento della morsa sanzionatoria resta vincolato a riscontri oggettivi sul campo, poiché i leader europei hanno specificato: “Siamo pronti a revocare le sanzioni pertinenti in risposta a passi chiari e verificabili da parte dell’Iran sul suo programma nucleare”. Infine, il comunicato congiunto si chiude definendo l’orizzonte d’azione nei riguardi della crisi libanese e della tenuta complessiva dell’area: “Lavoreremo intensamente con gli Stati Uniti, l’Iran e i partner regionali per cogliere questo momento, mantenere lo slancio e raggiungere un accordo diplomatico a lungo termine. Riaffermiamo inoltre il nostro pieno sostegno alla stabilità, alla sovranità e all’integrità territoriale del Libano e l’importanza di un solido cessate il fuoco”.
I NODI IRRISOLTI. Al di là della retorica della vittoria esibita da ambo i lati per ragioni di consenso interno, una lettura analitica degli eventi evidenzia come il protocollo sia essenzialmente uno strumento temporaneo per gestire una crisi giunta a un punto di rottura insostenibile per entrambi i contendenti. Per Washington, la chiusura dello Stretto di Hormuz e l’impennata dei costi energetici rappresentavano uno scenario economico interno difficilmente tollerabile; per Teheran, l’isolamento economico, la decapitazione dei vertici politici e i pesanti danni strutturali derivanti dai raid iniziali alleati imponevano la ricerca di una via d’uscita diplomatica. La discesa in campo dei quattro Paesi europei con l’ipotesi di una missione navale “difensiva e indipendente” rivela la persistente diffidenza nei confronti delle garanzie iraniane e la volontà di non delegare interamente agli Stati Uniti la gestione della sicurezza marittima. I veri ostacoli alla pace permanente emergeranno a partire dal giorno successivo alla firma in Svizzera. Escludere dal tavolo iniziale le questioni relative ai programmi missilistici balistici iraniani e al finanziamento delle reti di proxy regionali evidenzia senza possibilità di errore la fragilità strutturale dell’intesa. I prossimi sessanta giorni stabiliranno se il Medio Oriente si stia avviando verso un reale riassetto diplomatico o se si tratti semplicemente di una pausa operativa prima di una nuova e più intensa fase di attrito.
Fonte: 9Colonne
