Cultura
L’antica Calabria terra di incontri
Il ricercatore si concentra sui rapporti esistenti tra gli indigeni e i colonizzatori giunti nell’VIII secolo in Calabria
Fabrizio Mollo, docente di Archeologia Classica all’Università degli Studi di Messina, responsabile degli scavi sul colle di Santa Gada a Laino Borgo, in provincia di Cosenza, è autore del libro Gli altri. Le popolazioni non greche della Calabria antica (IX-III sec. a.C.) (Rubbettino), nel quale ricostruisce la storia della Calabria antica al di là del mito magnogreco. L’esperto volge lo sguardo alle tribù indigene e italiche che definisce “Gli Altri”, e al complesso rapporto che hanno intrattenuto con la popolazione greca, concentrandosi sul periodo storico che va dal IX al III secolo a.C. Il testo racconta la Calabria tra prima dell’arrivo dei Greci e fino all’entrata in scena dei Romani, ma narra anche quella che è l’entità e l’identità culturale vera dei Calabresi. Basandosi su fonti documentali storiche e letterarie attendibili, Mollo accende i riflettori sulle vicende che hanno portato il Bruzio ad essere un punto di riferimento culturale, economico e politico centrale in tutto il Mediterraneo, partendo dalla fase antecedente alla colonizzazione ellenica e toccando eventi come la colonizzazione stessa, la decadenza delle poleis, il tramonto della potenza di Sibari, l’approdo in loco dei Lucani e dei Bretti, la guerra annibalica e l’affermazione di Roma. Tra gli “Altri” di sangue non greco ci sono gli Enotri, gli Ausoni, i Siculi, i Choni, i Morgeti, i Lucani e, infine, i Brettii, che sono penetrati nell’entroterra e hanno invaso le coste, incontrandosi, scontrandosi e andando incontro a forme di ibridazione identitaria. Una terra come la Calabria vive dell’idea di unione, di commistione e di alterità, sviluppata come categoria che fa dell’incontro tra più popoli il suo principale asso nella manica. La Magna Grecia era la terra della “filoxenia” (da “Xenía” (straniero) e “Phílos” (amico)), l’area geografica in cui era possibile l’amicizia con gli stranieri. L’“Altro” non è, quindi, l’elemento dominante ma il fattore fondamentale per la rievocazione di una storia vera e autentica. Dal miscuglio tra le popolazioni forestiere, già stanziatesi in Calabria fin dalla protostoria e presenti in gran numero, e i Greci giunti dopo con la colonizzazione, è stata scritta la storia della nostra regione. Non è giusto, quindi, parlare di un’imposizione dei Greci sugli indigeni, come vuole la migliore narrativa specialistica, ma è più corretto rimarcare la rilevanza che hanno fenomeni come l’osmosi, l’ibridazione e le interazioni razziali. Lo sviluppo delle grandi città magnogreche, tra cui Sibari, è stato influenzato dall’incontro con queste etnie, che ne hanno favorito l’estendersi e il consolidarsi nel tempo. Il ricercatore ha adottato, nel suo studio, la prospettiva della “Global History” e ha impiegato gli strumenti dell’antropologia, dell’etnografia e della sociologia, per superare vecchi pregiudizi che fanno della Calabria una terra minore, ridandole così la sua importanza nel panorama mediterraneo. Antichi stereotipi, che fanno dei Brettii i “Brutti” e gli “Incolti”, sono stati studiati da Mollo che ne ha spiegato l’origine e l’infondatezza. Tra questi c’è il mito dell’ “atto di Hubris” commesso dai Calabresi, che si erano schierati a favore di Annibale nella seconda guerra cartaginese, combattuta tra il Savuto, la Sila, l’aria di Crotone e Capo Colonna. A ciò si è aggiunta una narrazione che si è sviluppata dal ‘500 in poi, e che ha visto i Calabresi come i crocifissori di Gesù Cristo. La vicenda narra che i Brettii/Brutti erano di stanza nella famosa Legge X Fretensis (la Decima Legione romana dello Stretto) che stava in Giudea e che, secondo la tradizione mitica, fu responsabile dell’esecuzione a morte del Figlio di Dio. Ciò ha profilato un racconto negativo, orchestrato da storici ed eruditi del Nord che hanno identificato i Brettii calabresi con gli uccisori del Messia cristiano. Questa tradizione è arrivata fino a Cesare Lombroso che ha redatto un manuale sulla “calabresità” intitolato In Calabria (1862-1897), nel quale riporta le sue osservazioni etnografiche e le sue annotazioni su una regione attraversata da tanti problemi, ma da apprezzare per le sue usanze culturali.
