Madre Teresa, la santa del nostro buio

La giornalista, già vaticanista del Tg5, racconta l’incontro con l’opera delle Missionarie della Carità e riflette sul vero significato del “buio dell’anima”

«Madre Teresa è la santa del buio: ha attraversato la notte oscura dell’anima abbracciando la croce di Cristo. E proprio per questo non è una santa del secolo scorso, ma una santa per questo nostro tempo». È una delle riflessioni di Marina Ricci, madre di cinque figli e giornalista, che ha iniziato la sua professione a Il Sabato e poi a 30Giorni, occupandosi di storia della Chiesa dell’Est. Dal 1992 al 2012 è stata vaticanista del Tg5. Nel 1996, inviata a Calcutta per seguire le condizioni di salute di Madre Teresa, Marina Ricci conobbe le Missionarie della Carità e Govindo, un bambino gravemente disabile dell’orfanotrofio di Shishu Bhavan, che sarebbe diventato il suo quinto figlio. Da quell’esperienza nasce una riflessione sulla santità e sul «buio» attraversato da Madre Teresa, una notte dell’anima che diventa anche luogo di fede e di affidamento a Dio, trasformando un viaggio di lavoro in un incontro destinato a cambiare la sua vita e quella della sua famiglia.

Come e quando nasce la tua storia con Madre Teresa?

La mia storia con Madre Teresa comincia nel 1996.  All’epoca lavoravo per il Tg5. Quando si diffuse la notizia che Madre Teresa stava molto male, poiché era malata da tempo e si temeva che potesse morire, mi inviarono da un giorno all’altro in India. In quell’occasione non ho potuto incontrarla perché lei era in ospedale. Ma quella trasferta mi diede la possibilità di conoscere da vicino la sua opera, le sue figlie, ho visitato i suoi conventi, ho visto Calcutta. Questo per dirti che io non l’ho mai incontrata fisicamente, nel senso che la conosco come tutti la possono conoscere oggi, cioè attraverso il ricordo della sua vita, l’incontro con le sue suore, magari un viaggio a Calcutta o una visita in una delle tante case dell’Ordine sparse nel mondo. E come esito poi di questa vicenda ho adottato un bambino gravemente disabile dell’orfanotrofio di Shishu Bhavan.

Come puoi spiegare, allora, la figura di Madre Teresa e l’opera da lei fondata?

Nel ’96 Madre Teresa era ormai conosciuta in tutto il mondo. Tutti parlavano di questa strana suora, amica di Giovanni Paolo II, che viveva per le strade di Calcutta e che si occupava dei poveri di quella città. Ma io ho scoperto davvero la Madre molti anni dopo, quando, dando una mano alla postulazione per la causa di canonizzazione, mi sono imbattuta in un aspetto della sua vita che non era conosciuto: quello del buio, un’esperienza di dolore e di fede, la famosa “notte oscura”, che è durata quasi tutta la sua vita. In quei mesi, il postulatore della causa, padre Brian Kolodiejchuk, rese note delle lettere della Madre al suo confessore nelle quali descriveva la sofferenza che stava vivendo. Ricordo in modo particolare un passaggio: “…Questo terribile senso di abbandono – questa incredibile oscurità – questa solitudine – questa continua nostalgia di Dio – che mi procura una così intensa sofferenza nel profondo del mio cuore. Desidero ardentemente Dio, ma poi, questo è ciò che provo. Dio non mi vuole – Dio non esiste… Questo tormento e questa sofferenza sono difficili da spiegare. Queste parole non furono all’inizio capite tanto che un quotidiano arrivò a titolare:” Madre Teresa era atea”. A quel punto, non so perché, la questione del buio fu lasciata un po’da parte. Rimase così nell’opinione comune l’immagine già bella di Madre Teresa, madre dei poveri, che li amava perché nelle loro fattezze vedeva il volto di Gesù Cristo, ma era una immagine in qualche modo incompiuta. Devo però aggiungere che padre Brian scrisse poi un bellissimo libro: “Vieni sii la mia luce” in cui tutta questa vicenda dell’oscurità è raccontata e spiegata.

Prova allora a spiegarci cosa è stato “il buio” per Madre Teresa…

Madre Teresa mi ha fatto capire che il buio, la notte oscura dell’anima, non è solo una prerogativa dei santi. C’è una sua frase che lo spiega bene. Lei diceva che c’è la Calcutta dell’India, poi ci sono tante Calcutta nel mondo e infine c’è anche la Calcutta del nostro cuore. Il buio è la nostra vita quando non c’è una speranza a cui aggrapparsi, quando il nostro bisogno, la nostra domanda di essere amati non incontra risposta, quando Dio non c’è e noi siamo come gettati, buttati nella vita, come i corpi dei poveri riversi nelle strade di Calcutta così come nelle strade delle nostre città. La disperazione di Calcutta può abitare anche il cuore di chi è ricco. Ricordo un’omelia di Giovanni Paolo II, in Spagna, nel 1982, in cui parlava di San Giovanni della Croce e spiegava che la notte oscura dell’anima è di tutti, addirittura di alcune epoche. Madre Teresa allora è la santa della nostra epoca. Padre Brian una volta mi spiegò che Dio, nella sua sapienza, invia i santi di cui, in quel momento, il mondo ha bisogno. Per questo Madre Teresa, mai come oggi, ci aiuta ad attraversare il buio che ognuno di noi prima o poi vive e anche il buio del cuore della nostra epoca.

Foto Calvarese/SIR

Cosa ci insegna l’esperienza vissuta dalla Madre?

Che nell’oscurità della nostra vita, nei momenti difficili, nel dolore, quando si perde ogni speranza e si pensa che Dio non esiste, si può invece attraversare l’oscurità abbracciando, come ha fatto lei, la Croce di Gesù Cristo. Questo ci avvicina alla sua esperienza, ci invita ad imitare il modo con cui lei ha attraversato questo buio. Il buio si può affrontare rinnegando Dio e bestemmiando, oppure abbracciando la Croce di Cristo. Non è facile, non è stato facile per lei. Ci sono voluti anni affinché, con l’aiuto del confessore, arrivasse a capire il senso della sua sofferenza. E quando lo ha capito ha scritto: Gesù, se questa mia sofferenza, allevia anche solo di una goccia la Tua, fa di me ciò che vuoi. Un dono totale di sé stessa. Madre Teresa ha abbracciato la Croce di Cristo, non solo nella povertà materiale dei poveri di Calcutta o nella povertà materiale di ogni uomo nei luoghi dove le sue figlie sono arrivate, ma innanzitutto nella povertà della sua anima e delle nostre anime.

In cosa si traduce allora l’esperienza di Madre Teresa?

Entrare nel buio della sofferenza, abbracciarla e credere, sperare contro ogni speranza, che Dio ti condurrà per mano verso la luce, ti aiuterà a sop-portare il peso. Lei aveva vissuto l’incredibile esperienza di sentire la voce di Gesù che le chiedeva: «Vai, portami». Non le ha detto: «Vai e aiuta i poveri», ma: «Vai e porta Me a chi è povero». È una cosa ben diversa. Non poteva negare poi la bellezza di ciò che stava nascendo, dell’Ordine che stava crescendo. Era uscita sola e senza nulla dal convento delle Suore di Loreto. Eppure, dopo un po’, sono arrivate due studentesse a cui lei aveva insegnato e in seguito tante altre ragazze. Viveva il dubbio, soffriva l’assenza di Dio, ma non poteva negare i segni che quello stesso Signore cospargeva nella sua vita.  Anche la nostra vita è costellata di occasioni e di segni. Persone che si incontrano, fatti che accadono, parole che si ascoltano o si leggono. Sta a noi coglierli. Quello che ho imparato da Madre Teresa è che Dio non si presenta mai sul palcoscenico in prima vista, devi cercarlo di lato, in ciò che accade, nelle piccole luci che impediscono al buio di prevalere, come sono le suore di Madre Teresa.

Papa Francesco ha canonizzato Madre Teresa durante l’Anno della Misericordia, indicandola come la santa da seguire per vivere pienamente quell’anno. C’è qualcosa che è rimasto nascosto e che ancora non conosciamo di questa grande santa?

Direi l’amore che continua ad avere per noi, testimoniato dalle tante grazie ottenute da chi le chiede aiuto. Madre Teresa una volta ha detto: io non riuscirò a stare ferma in Cielo, tornerò sempre giù sulla terra per aiutare, per portare la luce a chi è nell’oscurità. Lei è la santa del nostro buio. I papi hanno sempre parlato della misericordia, ma la misericordia non si traduce nell’essere buoni, non è qualcosa di generico. La misericordia ha un nome: Gesù Cristo! La misericordia ci aiuta a vivere la nostra oscurità che è anticamera della nostra resurrezione. La premessa di tutto questo è riconoscersi poveri e bisognosi di tutto. Madre Teresa, ha vissuto questo in maniera assolutamente radicale. La sua esperienza di oscurità è stata vivere fino in fondo la sua povertà, il suo bisogno, la sua domanda di aiuto, il grido «salvami», lo stesso grido di Gesù Cristo sulla croce, quando ha condiviso fino in fondo la nostra povertà: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Madre Teresa può essere allora definita un segno dei tempi … del nostro tempo?

Sì, un segno per questo tempo. Madre Teresa non è una santa del secolo scorso ma di questo nostro tempo. La santa delle tante Calcutta del mondo e della Calcutta che vive nel cuore di ognuno.

Foto Calvarese/SIR

Dopo la morte della Madre le Missionarie hanno avuto il loro maggiore sviluppo. Adesso sono in 139 nazioni con oltre 750 case. Il loro sari bianco, striato d’azzurro, è inconfondibile. Attraverso loro, la Madre prosegue nella sua opera capillare di assistenza ai poveri?

Quello scelto dalla Madre era il sari delle donne che spazzavano la strada, quel sari, quindi, significa l’abbraccio della povertà. Lei, e le sue compagne hanno abbracciato per sé stesse la povertà di cui poi si sono fatte carico per le strade del mondo. C’è una foto che descrive in una sola immagine la vocazione delle Missionarie della Carità. È esposta nella mostra su Madre Teresa curata dall’ordine. In primo piano c’è una novizia, vestita di bianco, che seduta a terra, tiene tra le braccia un povero, magrissimo, malato. Guardando bene, alle sue spalle, in lontananza, un po’ sfocata, c’è l’immagine della Pietà, cioè la Madonna che regge il corpo di Cristo. Ecco loro amano i poveri e tutti noi così. Ci amano perché riconoscono in ognuno di noi il volto di Cristo. O meglio ancora, perché concepiscono i nostri volti nel loro cuore. Dice Sant’Agostino che Maria concepì prima nel cuore e poi nel grembo. Le Suore di Madre Teresa fanno la stessa cosa: concepiscono i nostri volti nel loro cuore e ti portano, ti tengono, come la Madonna nella Pietà, tiene Gesù Cristo, il corpo di Gesù Cristo tra le braccia. Se tutti noi imparassimo a concepirci l’un l’altro nella gratuità del cuore si aprirebbero prospettive inimmaginabili di pace e speranza nella vita.

Con la morte di quattro sorelle uccise in Yemen anche il martirio entra a far parte di  questo ordine. Conoscevi queste sorelle?

No, non le ho mai conosciute ma ricordo perfettamente quando accadde. Queste sorelle sono martiri, sono sante e credo che il processo di beatificazione non sia stato ancora aperto solo perché ci sono delle condizioni di difficoltà relative alla situazione in Yemen. Non ricordo chi me lo ha raccontato, ma all’epoca si diceva che i sari di queste sorelle fossero stati conservati in una scatola dalla quale, ogni volta che veniva aperta, usciva un profumo incredibile. È il profumo dei santi. Ecco, credo che la nostra vita è – e può diventare se ancora non lo è – come quella scatola: essa racchiude ciò che siamo e, se aperta all’amore di Dio e dall’amore di Dio, può profumare di una possibilità diversa per la vita di ognuno di noi.

All’inizio ci hai detto che non l’hai mai conosciuta di persona ma anche che poi, in comunione con i tuoi, avete accolto in casa un bimbo disabile di uno dei tanti orfanotrofi aperti dalla Madre…

Come ti ho detto, conoscevo Madre Teresa, ma non l’ho mai incontrata. Sono andata in India due volte: la prima nel novembre del ’96, quando lei si era molto aggravata e il mio direttore mi ha spedito di corsa in India. Durante quel viaggio ho visitato l’orfanotrofio di Shishu Bhavan ed è lì che ho incontrato per la prima volta Govindo, un bimbo gravemente disabile. Le suore mi chiesero di adottarlo, naturalmente risposi di no. Quella richiesta però è rimasta dentro il cuore mio e di mio marito. Nel settembre del 97 la Madre è morta e io sono stata di nuovo inviata a Calcutta per la diretta dei suoi funerali. In quei mesi io e mio marito avevamo evidentemente concepito nel nostro cuore, quasi senza rendercene conto, in mezzo a mille dubbi e ritrosie, il volto di Govindo. Questo bimbo, che non parlava, non camminava e sembrava non capisse nulla, quando mi ha visto ha cominciato ad agitarsi, a tentare di parlare. Mi aveva riconosciuto! Sembra follia, ma quella sua reazione ha abbattuto gli ultimi ostacoli che io e mio marito opponevamo a questa adozione. Ricordo che quella sera lo chiamai e gli dissi: «Come facciamo a non prenderlo? Mi ha riconosciuto». E mio marito semplicemente rispose: «E chi ha detto che non lo prendiamo?». E lì la vicenda si è chiusa. Fino alla sua morte e ancora adesso, Govindo è stato una benedizione per noi e per i nostri figli. Dopo l’adozione ho scoperto — non so se è vero, ma mi è stato detto da qualcuno dell’orfanotrofio — che negli ultimi tempi Govindo fosse il preferito di Madre Teresa, perché era il più piccolo, il più leggero e quindi lei, pur essendo in sedia a rotelle, poteva anche prenderlo in braccio. Nel mio cuore credo che la Madre abbia utilizzato persino la sua malattia e la sua stessa morte, per dare una famiglia a uno dei suoi figli più amati. E questo mi fa pensare che questa piccola grande donna ha dato a Gesù davvero tutto.

. fonte: AgenSIR