Cantico dei Cantici inno di amore

L’immagine femminile tradizionale viene stravolta a favore dell’idea di una donna libera e autonoma

Il canto d’amore per eccellenza delle Sacre Scritture è un libro poetico abbastanza complicato, per molti versi incompreso ma tenuto in somma stima dai Giudei, al punto da essere considerato il “luogo santissimo” della presenza intima e completa di Dio. In esso viene esaltato l’amore in tutte le sue forme, tappe e sfumature, perché è questo sentimento che riempie la vita e dà unità a tutta l’opera. Il Cantico consta di 24 canti, in cui emerge e si nasconde un triplice volto di donna (la donna, e non l’uomo, è la vera protagonista): la sposa, l’amante e la prostituta. Essa pretende di essere riconosciuta dall’Amore, che intende vivere in piena libertà. L’incontro con questo puro affetto rappresenta la vetta del libro e si esprime in una teofania, che evoca la nuova alleanza di Geremia (Ger 31, 31ss) e la pagina di Gen 3. Il Cantico dei Cantici possiede un linguaggio amoroso fatto di parallelismi, di versi con strofe e rime, di assonanze, di allitterazioni e di metafore. Il lettore è affascinato da questa lingua che modella e presenta l’amore dettagliatamente, fino a dargli vita in due personaggi chiave (un giovane pastore, l’Amato, e una donna sulamita, l’Amata) e in un dramma amoroso semplice, in cui le figure di second’ordine rimangono in sottofondo (fanciulle, giovani, amici, madre, re, soldati…). Nel Cantico c’è una teologia del corpo, della bellezza e della sessualità, una teologia dell’amore umano di coppia. Dietro ogni parte del corpo non esiste solo la forma materiale, ma esiste il suo significato che trascende tale forma ed entra in relazione con l’altro. Tutte le parti del corpo, maschile e femminile, esprimono in sé gli attributi che ha Dio, generatore dell’amore. Il significato profondo del testo è che l’amore umano è il veicolo, attraverso il quale vediamo e assaporiamo l’amore divino. Il Cantico dei Cantici è un capolavoro rivoluzionario in quanto stravolge, per prima cosa, l’immagine classica della donna, di derivazione veterotestamentaria, cioè di colei perennemente sottomessa alla volontà altrui. Essa è descritta come giovane, innamorata, da poco sposata, appassionata, libera, mai prigioniera di nulla e di nessuno, sola e abbandonata al suo uomo, custode del suo corpo, matura, dignitosa, tenera come una “colomba unica” (yonìm) (Ct 1,15; 4,1), che attrae il pastore del testo, e limpida come l’acqua (mayìm) (Ct 7, 5). Diventa un essere fuori dal normale e ideale, che contrasta col patrimonio comune dell’Israele del IV secolo. L’opera proclama l’uguaglianza dell’uomo e della donna, aventi entrambi gli stessi diritti ed essendo entrambi immagini del Dio della creazione, uguaglianza che si riflette nei nomi “(“Ish – Ishàh” = “uomo” – “donna”) (Ct 2, 23). E’ inevitabile il parallelismo con la Genesi, là dove la donna, tratta dall’interiorità dell’uomo, ha la sua identica natura. Gli studiosi vedono dietro quest’immagine femminile quella del popolo eletto, che è la vera sposa che Dio conduce nel deserto per restituirle la sua libertà e con cui, nel periodo postesilico, vuole far ripartire la storia, in mezzo alle angosce di una vita precaria e all’impellente necessità di ricostruzione. La verità più profonda del Cantico è saper leggere la dignità del popolo (vista come verginità dell’anima) nella sua oppressione, presentata come verginità corporale profanata. La presenza nel testo di espressioni tratte da culture straniere (l’aramea, la persiana e la greca), con cui Israele si rapporta tardivamente, e l’immagine della donna nuova, fanno pensare che il Cantico sia apparso in una data piuttosto recente, intorno ai secoli V-III a.C. Il periodo storico di redazione è quello postesilico in cui il popolo, castigato dalla distruzione del VI secolo a.C., è diventato il popolo della ricostruzione che pretende una nuova vita. L’impero babilonese, strumento di castigo, non è più il padrone, ma ora vi è l’impero persiano che consente il respiro e la comunicazione tra le culture. La Persia vuole che gli stranieri tornino nelle loro patrie e alle loro tradizioni. Il popolo, afflitto dalla sofferenza, deve tornare a vivere e a sognare un amore stabile. Da qui l’idea del Cantico che parla di vita e di amore nuovo costruito nella libertà, una libertà tanto agognata e ottenuta. L’opera è stata catalogata tra gli scritti sapienziali e pare sia un’opera in più di Salomone, stimato autore di testi sapienziali. Sebbene il volume abbia origini popolari, la qualità del linguaggio, la ricchezza poetica e le sue sottigliezze di significato fanno pensare che sia stato ritoccato da una o più persone colte. Il Cantico è sapienza non tanto per lo stile quanto per i temi e per la struttura: narra la prassi concreta dell’autonomia e della libertà del popolo, modifica positivamente l’immagine della donna, e la presenza di Dio, sebbene non esplicita, è comunque presente.