Codice H: onestà scientifica e verità storica su un documento della tradizione paolina

La ricerca non ha peso teologico né storico ma è decisiva sul piano della critica testuale

Un manoscritto considerato perduto è tornato leggibile dopo circa 1500 anni, grazie alle ricerche di un team di esperti dell’Università di Glasgow, guidato dal professor Garrick Allen. Si tratta di 42 pagine, recuperate digitalmente, di un antico documento greco del VI secolo contenente una copia delle lettere di san Paolo, che includono la lettera ai Romani, la prima lettera ai Corinzi e la lettera ai Galati. Il reperto, noto come “Codice H” (anche “Codex Hierosolymitanus” o “GA 015”), è fondamentale per lo studio del Nuovo Testamento, poiché dimostra che le Sacre Scritture sono giunte fino a noi grazie ad un sistema di testi antichi, di copie, di correzioni, di annotazioni a margine, di riorganizzazioni testuali e di liste varie, tramandate nei secoli. Il documento era stato smontato nel Medioevo da alcuni monaci del Grande Monastero della Lavra sul Monte Athos in Grecia, dove era giunto verso la fine del X secolo. Successivamente le pagine furono ri-inchiostrate e riutilizzate come materiale di rilegatura per altri libri, secondo una prassi comune nell’età di mezzo che prevedeva il reimpiego delle pergamene, altamente costose, allo scopo di evitare il deterioramento di altri testi. Ciò portò alla dispersione delle carte del manoscritto in diverse biblioteche europee, dove rimasero sepolte per molti secoli senza essere studiate, facendo perdere così la sua forma originale. La nuova collocazione dei fogli permise, tuttavia, di conservare tracce dell’autografo di partenza, impresse su vari esemplari. Nel XVIII secolo, un monaco francese, con competenze storiche e filologiche, si rese conto che queste pergamene provenivano dalla medesima fonte. La svolta decisiva è avvenuta grazie alla ricerca degli studiosi di Glasgow, che si sono avvalsi della collaborazione di esperti di Parigi e della Early Manuscripts Electronic Library (Emel). Il loro lavoro si è basato sull’analisi al radiocarbonio, che ha confermato la datazione al VI secolo del codice, e sull’applicazione della tecnologia di imaging multispettrale, che consta di un insieme di tecniche non invasive per rilevare, attraverso diverse lunghezze d’onda, le tracce di inchiostro invisibili nascoste nei vari strati della superficie di un manufatto artistico. Nel momento in cui il documento è stato ri-inchiostrato, le sostanza chimiche presenti nell’inchiostro, applicato la seconda volta, sono passate sulle pagine adiacenti, lasciando delle “impronte fantasma”, vale a dire delle immagini speculari del testo originale dimenticato da tutti. Con l’imaging multispettrale, ogni pagina fotografata ha prodotto più di uno strato di materiale leggibile e, in certi casi, da un solo foglio sono emerse diverse pagine di contenuto. Lo studio ha svelato anche dettagli preziosi, come la presenza sul manoscritto dell’apparato eutaliano, un sistema paratestuale antico, forse inventato da un diacono di nome Euthalio nel V secolo, basato su un insieme di prologhi e di elenchi di capitoli e di marcatori di citazioni in voga nell’antichità tardiva, che agevolava la consultazione dei manoscritti biblici, prima dell’invenzione dei numeri di pagina e degli indici moderni. L’approccio eutaliano è indice del fatto che i testi sacri venivano organizzati come mezzi di consultazione sistematica. Le 42 pagine ritrovate, inoltre, presentano correzioni e annotazioni che dimostrano che i monaci della Grande Lavra non ricopiavano passivamente i documenti, ma li modificavano e li integravano. Questo testo del VI secolo è tra i testimoni più antichi della tradizione paolina greca, in un periodo storico in cui veniva delineato il canone biblico cristiano. Gli studiosi ipotizzano che il documento poteva essere originariamente costituito da centinaia di pagine, che si ritroverebbero seppellite in archivi ancora inesplorati. Il teologo e filologo, Vittorio Secco, suggerisce una certa cautela rispetto ai risultati di questa ricerca. A suo avviso, essa non ha un grande peso teologico né storico, perché non certifica l’esistenza di altri versetti del Nuovo Testamento. La sua importanza è legata ai processi di trasmissione e di ricezione delle epistole nell’antichità, oltre che alle tecniche di interpretazione delle lettere paoline. I frammenti del documento sono stati ricopiati e modificati, sono stati dispersi in epoca medievale, lasciando il Monte Athos per giungere in altre biblioteche, per poi finire a Glasgow. Un’interessante prova di comunicazione e di diffusione testuale.