Diocesi
L’omelia di mons. Checchinato alla festa del Santissimo Crocifisso
Nel 2026 il Santuario della Riforma, retto dai Frati Minori Cappuccini di Calabria, è luogo giubilare per gli 800 anni del Transito di San Francesco d’Assisi. Alla Messa solenne presente anche il sindaco di Cosenza
Ci facciamo guidare dalle letture di questa quinta domenica del tempo pasquale per contemplare il segno del crocifisso che accompagna da tanto tempo l’esperienza sociale ed ecclesiale del popolo di Cosenza. “Scriptura crescit cum legente” (la Scrittura cresce con chi la legge) ci ammoniva san Gregorio Magno, ed è proprio così quando permettiamo alla Scrittura di essere paradigma della nostra vita, della nostra fede e anche delle nostre devozioni; scopriamo invece che il nostro tentativo di normalizzare il Vangelo dentro alle cornici delle nostre umane conoscenze è sempre fallimentare. Tutto prende senso dalla inesauribile energia che la Parola di Dio porta con sé; un noto principio rabbinico ci ricorda che “la Torah ha settanta volti” (shiv’im panim laTorah), un’espressione che indica una molteplicità quasi infinita di interpretazioni valide, non limitate a un unico senso letterale. Assumiamo il potente simbolo della croce che contempliamo davanti ai nostri occhi per leggere attraverso di essa quanto le letture di oggi ci annunciano: lo facciamo attraverso tre momenti successivi. Primo momento: la Croce. La prima lettura ci porta nell’esperienza viva della prima comunità cristiana e ci racconta dettagliatamente un momento di crisi: disservizi e dissapori presenti -allora come oggi- nella esperienza comunitaria. Quando emergono queste manifestazioni nei nostri vissuti la prima operazione che si compie è quella di trovare un colpevole: se c’è un problema c’è anche un colpevole! Equazione non sempre corretta visto che di fronte ai problemi qualche volta il colpevole non c’è davvero! C’è invece l’oggettività di una fatica, un problema, uno sbaglio… cose tutte che hanno bisogno di essere lette con coraggio e sapienza, per cercare di passare oltre cercando e trovando soluzioni possibili. C’è dunque l’esperienza di una croce. La croce, vista nella sua crudezza ci lascia senza parole e senza fiato, una realtà che però Gesù ha trasformato come momento di un processo più grande che porta alla risurrezione. Ed è così che di fronte alla croce della crisi che vive la comunità cristiana gli Apostoli fanno delle scelte: non si chiudono a cercare colpevoli, non si compattano per sentirsi più forti, non si sentono i giusti che vedono il male solo fuori di loro. Invece di chiudersi si aprono: si aprono ai discepoli, a quello che la comunità cristiana vive come problematico, riconoscono che il bene non sempre è fatto bene, e che si può fare meglio. Inventano strategie che possano trasformare la crisi in opportunità, o per dirla con contenuti evangelici per cogliere la croce della crisi come momento di passaggio per la risurrezione, la nascita di una realtà nuova. E così dalla croce del malumore e della divisione nasce la novità di vita rappresentata da nuovi ministri a servizio del popolo, dei poveri soprattutto. Il secondo momento: una croce che parla. L’immagine delle pietre e dell’edificio da costruire, contenuta nella seconda lettura (1Pt 2,4-9), richiama il Francesco d’Assisi che viene costituito “restauratore” nella sua esperienza spirituale a S. Damiano. In quel luogo il giovane Francesco sente la voce di Cristo: “Francesco, va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina!” (2Cel 10: FF 593). Ma in che modo si è originato questo mandato? A S. Damiano Francesco abita per lunghi periodi in un luogo sacro marginale: tale perché fisicamente extra moenia, tale perché abitato e officiato da un “sacerdote poverello” (cfr. Test, v.7), tale perché abitato e frequentato da viandanti e ammalati (S. Damiano rientrava nella fitta rete di piccole chiese che, fuori città, sorgevano agli incroci delle vie principali o a fianco di ospizi e lebbrosari). La voce di Cristo, che l’agiografia fa scaturire da un Crocifisso di legno, in realtà proviene dal Cristo vivente in una periferia, in un sacerdote non appartenente al clero alto, nei poveri. Francesco filtra queste voci attraverso un’icona del Crocifisso glorioso e le accoglie come provenienti da Lui. Che profezia ecclesiale potente! Il Crocifisso è un filtro! Raccoglie e restituisce le voci delle strade e delle periferie, filtrandole attraverso le sue piaghe gloriose e chiedendo riparazione (cfr. Papa Francesco, Dilexit nos, nn. 181ss: La riparazione: costruire sulle rovine). Il francescanesimo nasce lungo la strada, tra le rovine, non per costruire ex novo, bensì per riparare. E questa dimensione, che appartiene in modo specifico alla esperienza francescana, nondimeno è offerta a tutti coloro che hanno trovato la risposta al senso della propria vita nel Vangelo, in quel programma di vita paradossale ed entusiasmante al tempo stesso, che ci chiede di superare la logica di chi cerca di amare gli altri dall’alto delle sue risorse, e ci conduce accanto alla croce, per sostare e condividere la vita con gli ultimi. La Croce parla ancora una volta a noi, oggi, e ci chiede di camminare avanti per ridefinire la nostra identità come chiesa a partire dalla vocazione di essere come Gesù, che non ci ha salvato dall’alto di un trono, ma dall’abisso di una croce. Scriveva san Bernardo: “Vi è un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed è quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come è ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati. Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezze sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo.” (Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368) Terzo momento: la croce segno prezioso di un dono. Nel Vangelo (Gv 14,112) Gesù stesso si autodefinisce la via e si descrive come un viandante: «Io vado al Padre». San Francesco cita molti di questi versetti nella I Ammonizione (FF 141-142), legandoli in modo originale al mistero dell’Eucaristia. Per lui l’esperienza di vedere il Padre si verifica attualmente e paradigmaticamente nell’Eucaristia. Nei vv. 6-12 del Testamento, quasi sintetizzando la sua esperienza primordiale a S. Damiano, elenca i segni sacramentali nei quali la fede deve discernere e vedere il Figlio di Dio. In questo senso anche l’Eucaristia è un filtro! «Nell’Eucaristia impariamo a vedere le profondità del reale» (Papa Francesco, Lumen fidei, 44). Così nell’esperienza e nella dottrina di frate Francesco si riunisce in armonia la sacramentalità degli ultimi e quella del Primo e Ultimo. Sorelle e Fratelli, impariamo a contemplare questa icona sacra del crocifisso lasciando che ci raggiunga in quanto rappresenta e significa. E gli chiediamo: “Donaci, Signore, di accogliere l’abbraccio dal tuo amore crocifisso con l’umiltà del cuore e dell’intelligenza rifuggendo dalla retorica sentimentale e dall’arroganza intellettuale, perché possiamo stare dinanzi a te in una fede umile e abbandonata. Amen”.

Alla celebrazione è presente il sindaco di Cosenza, Franz Caruso, che ha compiuto l’omaggio floreale al Santissimo Crocifisso e recitato una preghiera di affidamento. Presente anche il viceprefetto Correale, nonché le autorità militari. All’inizio della celebrazione il frate guardiano Ippolito Fortino ha dato un messaggio introduttivo. La santa Messa è stata animata dal Noviziato dei Cappuccini.

