Diocesi
“Dobbiamo diventare persone eucaristiche”, l’omelia integrale di mons. Checchinato nella solennità del Corpus Domini
Mons. Giovanni Checchinato, arcivescovo metropolita di Cosenza – Bisignano, ha presieduto in Cattedrale la solenne Eucarestia nella solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo. La santa Messa ha visto la presenza del Capitolo della Cattedrale. Ha presenziato Francesco Turco, consigliere comunale con delega ai rapporti con le Chiese. Dopo la celebrazione ha avuto luogo la processione del Corpus Domini per le strade della città, conclusasi nella chiesa di Santa Teresa. Di seguito l’omelia integrale pronunciata da mons. Checchinato in Cattedrale.
Nel Vangelo appena proclamato, Gesù ci ha rivolto parole forti, che stanno al centro della nostra fede: “II pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo… Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Di fronte a questo dono immenso, siamo chiamati a interrogarci su quale sia l’atteggiamento fondamentale del cristiano. La risposta è racchiusa nel nome stesso della festa e del mistero che celebriamo: l’Eucaristia, che significa letteralmente “rendimento di grazie”. La persona incapace di riconoscenza porta nel suo cuore una incompatibilità radicale con il Vangelo e la vita cristiana.

L’apostolo Paolo nelle sue lettere fa del tema della gratitudine e della gratuità una cifra che passa trasversalmente in tutte.
Ai Tessalonicesi ricorda che il ringraziamento è l’opera incessante in cui dobbiamo essere impegnati: “In ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio verso di voi”.
E ai Colossesi raccomanda: “Siate riconoscenti!… cantando a Dio di cuore e con gratitudine”. Il ringraziamento non è una cortesia facoltativa; è l’opera quotidiana del cristiano. Sempre Paolo suggerisce una netta distinzione tra gli acharistoi – gli ingrati, coloro che rifiutano il dono e si chiudono alla grazia – e gli eucharistoi, coloro che rendono grazie e vengono salvati. Di questo legame tra gratitudine e salvezza la sapienza della Chiesa ha fatto tesoro soprattutto nel patrimonio liturgico quando la preghiera diventa occasione per dire grazie; ne sono prova i testi che danno il via alla preghiera eucaristica, che sono tutti un invito alla lode e al ringraziamento. Uno fra i tanti: “E veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Padre santo”. Se ci fermiamo su queste parole con attenzione non possiamo non rimanere stupefatti: questo testo ci informa che rendere grazie è la nostra salvezza! Quando partecipiamo all’eucaristia, il dono di Cristo non è un simbolo astratto; si attualizza, diventa storia, la nostra storia, si fa carne ed è presente in noi. Veniamo portati nel mistero della redenzione e partecipiamo alla salvezza come ci ricordano le parole della sequenza appena cantata: “Cristo lascia in sua memoria ciò che ha fatto nella cena: noi lo rinnoviamo. Obbedienti al suo comando, consacriamo il pane e il vino, ostia di salvezza. È certezza a noi cristiani: si trasforma il pane in carne, si fa sangue il vino. Tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. E un segno ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi”.
Ma questo miracolo richiede un cuore capace di accorgersi di Dio. Per comprendere la potenza e la profondità di questo atteggiamento, ci possiamo far guidare dal racconto della guarigione dei dieci lebbrosi nel Vangelo di Luca. Questo brano viene spesso interpretato in modo superficiale, come una semplice lezione di buone maniere: Gesù guarisce dieci malati, nove se ne vanno e solo uno torna a dire “grazie”. Ma l’interazione chiave tra Gesù e il samaritano che torna va ben oltre la buona educazione. Quell’uomo non va a stringere la mano a Gesù come si farebbe con un medico cortese. Il Vangelo dice che si prostra con la faccia a terra e loda Dio a gran voce. Nell’Antico Testamento, le persone si prostravano solo nel mezzo di una teofania, cioè quando Dio stesso rivelava la Sua presenza. Quell’unico lebbroso aveva compreso ciò che era sfuggito agli altri nove: non solo era stato guarito, ma Dio stesso si era manifestato nella sua carne guarita. Si prostra ai piedi di Gesù perché riconosce in Lui il volto di Dio. E Gesù pronuncia la parola definitiva: “Va’ per la tua strada, la tua fede ti ha salvato”. Tutti e dieci hanno ricevuto la guarigione fisica, ma solo colui che è tornato a rendere grazie ha ricevuto la salvezza. La fede che salva si esprime nell’atto stesso di riconoscere l’opera del Padre e ringraziarlo.
Oggi portiamo sull’altare il Pane della Vita, il Calice della salvezza, la carne e il sangue di Cristo offerti per noi. Se vogliamo essere dei cristiani autentici dobbiamo diventare persone eucaristiche, uomini e donne che fanno della gratitudine il proprio stile di vita. Sarebbe una dolorosa, terribile disgiunzione per noi accostarci a questo altare, ricevere il Corpo del Signore o – per chi è ministro – presiedere l’Eucaristia, e al contempo mantenere un cuore amaro, indurito o ingrato.
In questa solennità del Corpus Domini, chiediamo al Signore di insegnarci a superare l’ingratitudine, a guardare la nostra vita con stupore, a inginocchiarci davanti al mistero di Dio e a trasformare ogni giorno in un’Eucaristia vissuta. Perché solo quando il nostro cuore sa dire “grazie”, la guarigione del corpo diventa salvezza dell’anima. Facciamo nostre le parole del Poverello d’ Assisi che commentando il Padre nostro scriveva: “O santissimo Padre nostro: creatore, redentore, consolatore e salvatore nostro. Dacci il nostro pane quotidiano, il tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, da’ a noi oggi: in memoria, comprensione e reverenza dell’amore che egli ebbe per noi e di tutto quello che per noi disse, fece e patì.” (Parafrasi del “Padre Nostro” (FF 266, 271-275). Amen!
- Arcivescovo metropolita di Cosenza – Bisignano
Servizio di Fabio Mandato
