Maestra dell’arte farsesca popolare italiana

L’interprete cosentina era dotata di portamento, eleganza, autorevolezza e ironia e interpretò ruoli comici e seri

La storia che vogliamo raccontare in questo numero è quella di Itala Algenide Maria Dondini, in arte Ada, fra le attrici cinematografiche e teatrali più importanti della prima metà del Novecento. Nacque a Cosenza il 18 marzo 1883 dagli attori Achille Dondini, di origini siciliane, e Rosa Ingargiola, che si trovavano in tournée al Sud con la loro compagnia teatrale. Nipote di Cesare Dondini, Ada iniziò da giovane la sua carriera da attrice, dimostrando di essere non solo talentuosa ma anche abbastanza versatile nell’interpretare ruoli diversi. Il suo esordio è legato alla parte di “Amorosa” in una pièce teatrale, in cui recita a fianco del cognato Ferruccio Benini. Fu questo il trampolino di lancio che la portò a collaborare con compagnie prestigiose, come quelle di Armando Falconi e di Ruggero Ruggeri e, dagli anni ’20, con la Palmer-Stival e la Falconi-Besozzi-Ferrati. Tra i suoi primi spettacoli ricordiamo Un uomo che ispira fiducia di Paul Armont del 1931, messo in scena al Teatro Carignano di Torino, Bourrachon di Lauren Doillet, inscenato sempre nello stesso anno nel capoluogo piemontese, e Tifo! di Celso Maria Poncini e Roberto Biscaretti, che fece il suo debutto al Politeama Chiarella di Torino nel 1932. Ada Dondini è rimasta nella storia come una delle principali attrici farsesche, grazie alla sua comicità, alla sua immediatezza e alla sua stravaganza espressiva, evidenti da una postura fisica imponente, da una mimica facciale prorompente, da ritmi veloci arricchiti da gag fisiche e scambi di persona, da gesti esagerati e da toni grotteschi. L’attrice cosentina vestì i panni di personaggi caricaturali e stereotipati calati dentro situazioni paradossali e assurde, dando luogo a buffi momenti di spensieratezza. Dagli anni ’30 iniziò a farsi largo nel mondo del cinema interpretando, fra gli altri, ruoli di donne burbere e severe, di governanti dolci, di zitelle e di madri bonarie. Accettò anche parti secondarie come caratterista in varie pellicole, per via della sua forte fisicità e per i suoi tratti subito riconoscibili. Divenne, ben presto, un modello di riferimento per tante attrici degli anni successivi, alle quali lasciò in eredità quei tratti di eleganza e quello stile misurato che la resero grande. Tra i film per i quali è ricordata, e che le diedero una grande visibilità, c’è Piccolo mondo antico (1941) di Mario Soldati, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Fogazzaro. È la storia del giovane nobile Franco Maironi (Massimo Serato) che sposa, in gran segreto, una ragazza borghese di nome Luisa Rigey (Alida Valli), contro la volontà dell’arcigna nonna filo-austriaca, la marchesa Orsola Maironi (Ada Dondini). I due vanno a vivere, insieme allo zio di lei, in una villa sul lago di Como. La morte della loro figlioletta porta Luisa alla follia, da cui rinsavisce quando il consorte, che aderisce ai movimenti clandestini rivoluzionari, durante l’epoca risorgimentale, decide di partire per la guerra di Crimea. Nel film la Dondini emerge come una matrona dispotica e pronta alla vendetta, pur di contrastare il volere del nipote. Ada restituisce, in maniera efficace, l’immagine di un personaggio cinico e crudele, spontaneo nel modo di parlare e profondamente umano, lontano dai ruoli comici di un tempo. Nonostante la sua partecipazione ad opere di minore respiro, restano indimenticabili le sue apparizioni in capolavori girati nel dopoguerra, tra cui quelli in cui lavorò a fianco di Antonio De Curtis, in arte Totò. Stiamo parlando di perle della settima arte come I due orfanelli (1947), Fifa e arena (1948), Totò sceicco (1950) e Totò terzo uomo (1951) di Mario Mattoli. In questi lungometraggi Ada spicca come una figura dall’eleganza misurata, dall’indole aristocratica e dalla vena ironica, in contrasto con la comicità di Totò. Ricordiamo in Totò sceicco la scena memorabile in cui l’attrice pronuncia, con disinvoltura e naturalezza, l’espressione “Come soffro”, mentre dialoga con il maggiordomo Antonio Sapone (Totò), al quale chiede del figlio scapestrato Gastone, amante di una canzonettista. Dondini si interessò anche al teatro di rivista, un genere di spettacolo leggero che mescola prosa, musica, canto, danza e scene comiche, allo scopo di ironizzare sulla vita quotidiana. Collaborò con registi come Garinei, Giovannini, Marchesi e Galdieri, e recitò con mostri sacri come Enrico Viarisio, Anna Magnani, Edoardo e Titina De Filippo. Nel dopoguerra Dondini continuò ad essere richiesta e lavorò in pellicole come Donne e briganti (1951), I cadetti di Guascogna (1950) e Incantesimo tragico (1951). Morì a Chieti il 3 gennaio 1958 a 74 anni. Riuscì a definire, in oltre 40 anni di carriera, un modello di caratterista al femminile dotata di portamento, eleganza, autorevolezza e umorismo.