Cultura
Sapienza compagna in tempi duri
Riflettere sul senso dell’esistenza umana e sulla vita dopo la morte, che Dio assicura ai giusti
Il testo, noto anche come Sapienza di Salomone, è uno degli antichi manoscritti greci appartenente alla tradizione della sapienza, contenuto nella Bibbia cattolica (Settanta e Vulgata) ma assente in quella ebraica. Le parole in esso riportate si rivolgono ai “governanti della terra” e ai “re”, come se Salomone stesse dando consigli ai colleghi. L’opera si propone come una riflessione sul senso dell’esistenza umana e, allo stesso tempo, prende le distanze dagli empi, che dicono: “La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio quando l’uomo muore e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi” (Sap 2,1). Gli empi vengono criticati, per il semplice fatto che preferiscono arrendersi all’idea della morte. L’anonimo autore di quest’opera sacra spiega che la morte non è la fine della vita e che l’uomo è immortale. Influenzato dalla cultura ellenica, alla luce della quale svolge il suo lavoro redazionale, lo scriba parla dell’immortalità dell’anima, intesa come l’eternità a cui può aspirare l’uomo nella sua interezza, basata sulla relazione con Dio e non sulla natura umana, come pensavano i greci. Questa relazione non può essere interrotta per volontà terrena, ma è una condizione che Dio garantirà anche dopo la morte, a coloro che gli saranno sempre fedeli. Per questo motivo il libro inizia con l’esortazione: “Amate la giustizia” (Sap 1,1). La giustizia, nella tradizione biblica, indica una vita vissuta in conformità alla volontà del Padre, espressa nella legge mosaica, e in un’imitazione del modo con cui Dio governa il mondo “in santità e giustizia”. La sofferenza trova una sua ragion d’essere, in quanto serve per mettere alla prova il giusto, a cui Dio ha concesso la sapienza come compagna di vita in tempi di crisi, affinché essa possa guidarlo nel suo cammino verso di Lui e renderlo suo amico. La sapienza è, effettivamente, la presenza reale, benché trascendente, di Dio nel cosmo, il suo specchio, il suo riflesso, la sua immagine, il suo spirito. È per mezzo di essa che l’Altissimo salva dalla morte, dalla stoltezza e dal caos. La sapienza governa le cose ed è la chiave della salvezza, che viene portata nel mondo dai saggi, ovvero dai fedeli giudei che sono nel giusto e che vivono in comunione con il Signore, come gli eroi del popolo eletto (Adamo, Noè, Abramo, Lot, Giacobbe, Giuseppe). L’unico modo per poterla possedere è solo mediante la preghiera. Non esiste nella Scrittura un tipo di letteratura, nel quale poter incasellare il libro della Sapienza. L’unità del messaggio è espressa mediante una diversità di forme letterarie, tra cui possiamo menzionare la protretica (esortazione didattica propria della filosofia greca), la diatriba (un metodo di discussione sviluppato dagli stoici, che genera avversari immaginari per discutere con loro, ricorrendo all’ironia), la comparazione (una figura letteraria che porta ad accettare l’insegnamento, con esempi finalizzati a contrastarlo) e il midrash (una forma di esegesi giudaica dei testi biblici). Altre forme letterarie minori sono impiegate dall’anonimo autore: il sillogismo, l’aporia, che propone un problema filosofico da risolvere, gli elenchi di virtù. Questi mezzi servono per presentare un’argomentazione contro le conquiste elleniche, difendendo le proprie radici giudaiche. L’autore del libro della Sapienza è una persona istruita, conoscitrice della storia israelitica, delle pratiche religiose egiziane, della filosofia ellenista e delle questioni scientifiche, in voga nel periodo antecedente la nascita di Gesù. Vive e scrive ad Alessandria d’Egitto, un sito multiculturale importante per la diaspora ebraica. Da revisionista qual è, tenta di interpretare le tradizioni ebraiche nel nuovo contesto greco, restando fedele al suo credo e sottolineando, ad ogni modo, la superiorità della sapienza giudaica su quella straniera. Dal punto di vista cronologico, il libro della Sapienza dipende dalla traduzione dei Settanta, per cui la sua composizione potrebbe risalire al 200 a.C. Alcune ipotesi fanno ricadere la periodizzazione tra il 200 a.C. e l’inizio dell’era cristiana, altre ancora a ridosso del periodo posteriore al 28 a.C., coincidente con l’inizio dell’epoca imperiale romana. Il libro insegna che la sapienza serve a “raddrizzare i pensieri di chi è sulla terra” (9, 18), curando le ferite e le stoltezze dei credenti che, con le loro azioni, possono mettere in pericolo la fede.
