Cultura
Il paradigma teologico del Novecento
Non più un approccio dogmatico dall’alto ma uno sguardo che parte dal basso e dalle periferie umane
Il Novecento è stato, senz’ombra di dubbio, il secolo dei balzi tecnologici più incredibili di tutta la storia umana, ma è stato anche il periodo dei totalitarismi, di due devastanti guerre mondiali e di tragedie così sistematiche, da risultare inimmaginabili. Di fronte a questo shock politico, culturale e sociale, come ha reagito la riflessione millenaria su Dio e sul sacro? Con l’arrivo del XX secolo l’ottimismo ottocentesco, legato al progresso scientifico, viene ridimensionato e la teologia si ritrova, per la prima volta, muta e senza parole. Il teologo tedesco, Paul Johannes Tillich (1886-1965), sotto l’influenza di Kierkegaard (1813-1855), intuisce che la teologia deve avere il coraggio di guardare in faccia l’angoscia umana, uscendo fuori dalle fortezze dogmatiche nelle quali è rimasta intrappolata per secoli. Mentre le guerre ridisegnano i confini mondiali e le società si complessificano, rendendosi sempre più autonome dal pensiero religioso, si affaccia all’orizzonte il problema del “secolarismo” che – secondo lo studioso tedesco protestante Friedrich Gogarten (1887-1967) – è il vero nemico della fede, perché nega a priori qualsiasi dimensione spirituale. Il pensatore americano, Harvey Cox (1929-), individua nell’eccessiva urbanizzazione il germe della demitizzazione del mondo, prevedendo con ciò non una sconfitta spirituale ma un’opportunità per sviluppare una fede matura e pragmatica, immersa nel tessuto sociale. Questo concetto di maturazione ci porta dritti nella mente di uno dei pastori per incisivi e drammatici del Novecento, Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), il quale è convinto che avere fede non vuol dire scappare dal mondo verso rassicuranti paradisi spirituali, ma vivere una profonda fedeltà alla realtà, partecipando attivamente al dolore umano, come ha fatto Cristo con il suo sacrificio. Gli orrori dei lager e l’ombra della bomba atomica aprono la strada alle teologie della morte di Dio, a cui afferiscono personalità come quella dello statunitense William Hamilton (1924-2012), che teorizza l’assenza di Dio e il fiorire di un umanesimo ateo. C’è chi, invece, crede che l’ateismo cristiano non sia un nichilismo triste, ma una forma di coraggio per abbracciare il mondo per quello che è, accettando la vita materiale. È la posizione del teologo americano dell’apocalisse e della rivoluzione, Thomas J. Altizer (1927-2018), che fonde la teologia cristiana con la dialettica hegeliana e la filosofia di Nietzsche, immaginando l’evoluzione della dialettica di Dio in tre passaggi: la tesi (Dio Padre del Vecchio Testamento, trascendente e distante), antitesi (Dio si svuota della sua onnipotenza (kenosi) e si fa uomo, incarnandosi), sintesi (la crocifissione di Gesù annulla la distanza tra sacro e profano, e Dio smette di essere trascendente, dissolvendosi nell’umanità e nel cosmo intero). L’apertura al dialogo e alle altre religioni, sostenuta dal Concilio Vaticano II negli anni ’60, è appoggiata da intellettuali come il gesuita tedesco Karl Rahner (1904-1984), il quale mette l’essere umano, con la sua spinta interiore a cercare il senso della vita, al centro del discorso su Dio, e propone la teoria rivoluzionaria dei “cristiani anonimi”, secondo cui la grazia divina non è appannaggio esclusivo della Chiesa ma è un dono universale, piantato nell’esistenza stessa. Hans Urs von Balthasar (1905-1988) difende, invece, l’identità cristiana, rimettendo Dio al primo posto. Solo lui, in piena libertà, decide di mostrarsi a noi attraverso la pura bellezza (la gloria). Sulla scia dell’assise vaticana si pone lo svizzero Hans Küng (1928-2021), che incoraggia un approccio ecumenico e il dialogo globale tra le fedi, quale unico mezzo a disposizione per costruire un’etica condivisa a livello mondiale e per garantire la pace. Verso la fine degli anni ’60, la teologia smette di essere rinchiusa tra le mura accademiche e scende per strada. Nasce la teologia della speranza, che annovera tra i suoi membri intellettuali come il tedesco Jürgen Moltmann (1926-2024), fautore di un attivismo cristiano visto come battaglia per la pace. Si sviluppano le teologie della liberazione che, attraverso mezzi come l’analisi sociologica, economica e marxista, spiegano i mali del mondo con una prospettiva terrena, come fanno Gustavo Gutiérrez (1928-2024) e Leonardo Boff (1938-) che denunciano la povertà dell’America Latina, causata dallo sfruttamento dei paesi ricchi. Negli Usa prende vita la teologia nera, che diventa un faro di speranza per l’emancipazione degli afroamericani, grazie a voci potenti come quelle di Major J. Jones (1919-) e di Martin Luther King (1929-1968). Un approccio più radicale è quello di James Cone (1936-2018), che porta avanti l’idea della lotta come via per liberare le popolazioni dalle loro afflizioni, convinto che Dio sia, per natura divina, “ontologicamente nero” perché sceglie di stare dalla parte degli oppressi. Il teorico dell’umanesimo nero, William Ronald Jones (1933-2012), ritiene che i perseguitati possano liberarsi solo contando sulle proprie forze terrene, mentre il cattolico tedesco, Johann Baptist Metz (1928-2019), parla di “riserva escatologica”, per riferirsi al fatto che la promessa cristiana di un futuro regno perfetto debba essere il metro con cui misuriamo, giudichiamo e condanniamo le ingiustizie di oggi, senza chiudere gli occhi dinnanzi ad esse. Questo viaggio nella teologia del XX secolo ci fa capire che, in un mondo adulto e tecnologico come quello odierno, c’è ancora spazio per il divino, che non si manifesta nei miracoli spettacolari ma nell’azione concreta verso i più deboli.
