Cultura
Speranza cristiana e salvezza nella letteratura di Péguy
La novità del libro dell’intellettuale d’Oltralpe è che, dinnanzi alle cadute, troviamo sempre una luce che ci redime
Il letterato e socialista francese convertito al cattolicesimo, Charles Péguy, vissuto tra la seconda metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, ha rappresentato una novità riguardo al modo di porsi dei cristiani nel mondo, offrendo un’immagine diversa e, per molti aspetti, rivoluzionaria della fede in rapporto alla vita pubblica. Péguy, seguendo l’esempio di Cristo, credeva di dover diffondere, subito e senza indugi, il messaggio cristiano, anteponendo la speranza in un futuro migliore ad ogni altra preoccupazione politica. Nel libro Il portico del mistero della seconda virtù (1911), il pensatore spiega che il compito decisivo dei cristiani è quello di portare la speranza nel mondo, come risposta alle azioni dei governi. L’opera è un lungo poema nel quale la voce di Madame Gervaise istruisce la giovane Giovanna D’Arco sulla forza della virtù della speranza, che viene descritta come una bambina piccola, fragile solo in apparenza, che cammina accanto alle sue sorelle maggiori, la fede e la carità, che rompe la rigidità e l’invecchiamento spirituale e che infonde fiducia nel domani. Non sono le sorelle a guidarla, ma è la speranza stessa che le trascina e che mette in movimento la vita, dando senso alla quotidianità, all’amore e a tutto ciò che si costruisce giorno per giorno. Questa bimba ci prende per mano, ci scuote, ci fa fare la strada dallo smarrimento al pentimento e al perdono, facendoci raggiungere, un po’ alla volta, una nuova profondità dell’anima. Péguy scrive: “la speranza non va da sé. La speranza non va da sola. Per sperare, bambina mia, bisogna esser molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia”. Lo scrittore francese, che forse risente anche un po’ di Bergson, lascia parlare Dio ricercando la speranza nelle pieghe delle ferite della vita e della fede, nel peccato, nel senso profondo dell’esistenza e nelle inquietudini umane. Questa virtù va oltre il tempo fisso ed è un continuo divenire, ci riporta sempre all’oggi e al presente, cioè al luogo dove agisce la grazia che può essere accolta solo con l’abbandono. La speranza in Péguy non è quindi passività ma è una forza, quasi infantile nella sua tenacia, che ci tira fuori dalla rassegnazione, ci chiede di fidarci anche quando la logica direbbe di no, e ci riporta sempre verso l’abbraccio di Dio, anche dopo le nostre cadute. Péguy si sofferma molto sulla parabola della pecorella smarrita e su quella del figliol prodigo del vangelo di Luca. La pecora smarrita è preziosa, perché ha fatto tremare il cuore stesso di Dio che attende il ritorno del peccatore. Dio spera che gli uomini possano salvarsi ma non li può forzare, perché rispetta la loro libertà. La parabola del figliol prodigo è – per l’intellettuale d’Oltralpe – il racconto più bello che commuove tutti universalmente. La sua potenza sta nel fatto che segue il peccatore dappertutto, insegnandogli che nessun peccato è così grande da far disperare Dio o da fargli perdere la speranza nella nostra redenzione, e che la misericordia del Padre offre sempre un’occasione per rinascere. “Si dimentica troppo, bambina mia, che la speranza è una virtù, che è una virtù teologale, e che di tutte le virtù, e delle tre virtù teologali, è forse quella più gradita a Dio”, scrive Péguy.
