Sodalizio artistico e amore per la Città Eterna nella mostra “Vasari e Roma”

La rassegna ai Musei Capitolini ripercorre le varie tappe del soggiorno nella capitale del noto genio toscano

Palazzo Caffarelli al Campidoglio ospita, fino al 19 luglio, la mostra “Vasari e Roma”, promossa da Roma Capitale con la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, e organizzata dall’associazione culturale MetaMorfosicon Zètema. La rassegna, che chiude le celebrazioni per i 450 anni dalla morte di Giorgio Vasari, è dedicata al profondo legame tra il noto pittore, architetto e primo storico dell’arte moderna, di origini toscane, e la Città Eterna. Un omaggio alla capitale quello del Vasari, uno dei principali narratori del Rinascimento che contribuì a diffondere lo stile manierista e a strutturare, storicamente, le esperienze artistiche con le sue celebri “Vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani”, un’opera che rispecchia il clima creato dal principato assolutista di Cosimo I, fondatore dell’Accademia letteraria fiorentina. Sono esposte oltre 70 opere tra stampe, dipinti, disegni, lettere, sculture e documenti provenienti da diversi musei italiani e internazionali. La mostra è divisa in quattro sezioni che ripercorrono, cronologicamente, i soggiorni di Vasari a Roma: il primo nel 1532, il ritorno nel 1538, poi tra gli anni Quaranta e Cinquanta e, infine, l’ultima fase che si estende dal 1570 al 1573. Una serie di tappe decisive per la formazione del noto genio e che suggellano il suo legame con la città. All’ingresso spicca il blocco marmoreo “Il Torso del Belvedere”, che introduce al percorso espositivo. Tra le opere vi sono “La Resurrezione” (1545), conservata presso il Museo di Capodimonte a Napoli, e “La Resurrezione di Cristo” (1550) della Pinacoteca Nazionale di Siena. La prima, realizzata con Raffaellino del Colle, ha un’impronta manierista e raffigura Cristo trionfante sopra il sepolcro sull’asse verticale, all’interno di una composizione spaziale che comprende figure disposte su più piani; la seconda è una pala d’altare raffigurante la Resurrezione di Cristo in dialogo con cinque opere grafiche di ambiti diversi, influenzati dalle novità tecniche promosse dall’Aretino, e in cui le figure sono organizzate sempre intorno al fulcro centrale e teologico che è Gesù. Presenti anche, come testimonianza conclusiva della carriera vasariana, la “Natività di Camaldoli”, dipinta su commissione dei monaci camaldolesi nel 1538, che rappresenta la Natività in oscurità notturna secondo i moduli fiamminghi, e “l’Orazione nell’Orto” del 1571-72, una delle opere più simboliche di Camaldoli che si concentra sulla fede nella salvezza, con Cristo in preghiera illuminato dalla luce divina dell’angelo dentro un’atmosfera notturna, mentre tre apostoli dormienti spiccano in primo piano. Il percorso si conclude con “l’Annunciazione”, proveniente dal Móra Ferenc Múzeum di Szeged. È una tavola in legno di notevoli dimensioni, realizzata intorno al 1570-71, che raffigura l’arcangelo Gabriele nel momento in cui si manifesta a Maria con un giglio candido, simbolo di castità e di purezza nonché annuncio del Verbo divino. E ancora, il “Ritratto di gentiluomo” (1540-50), conservato nei Musei di Strada Nuova a Genova, il “Cristo eucaristico” del 1555, custodito agli Uffizi, “Giuseppe riconosciuto dai fratelli” (1500-1510) dei Musei civici di Arte e Storia di Brescia e altre opere. Tra i cimeli esposti vi è una lettera che Vasari inviò a Michelangelo, chiedendogli di intercedere presso Giulio III affinché pagasse la tavola “La chiamata di San Pietro” del 1559, ma il Papa restò sordo alla richiesta. Presenti anche approfondimenti audiovisivi sui luoghi vasariani a Roma, e un’audioguida riservata al percorso, accessibile e integrata da tavole tattili. Queste opere non solo ricostruiscono l’esito artistico finale, ma fanno capire il processo che sta dietro la creazione di siffatti capolavori. L’artista di Arezzo arriva a Roma da ragazzo, trovando una città ancora segnata dal sacco del 1527, ma pur sempre una straordinaria officina d’arte. Ebbe modo di fare incontri proficui che gli procurarono importanti commissioni artistiche, tra cui ricchi mecenati e importanti pontefici, da Paolo III Farnese a Gregorio XIII Boncompagni. Qui studia l’antico e si confronta con i grandi maestri, da Raffaello a Michelangelo. Alessandra Baroni, curatrice della mostra, ha sostenuto che Vasari “vedeva proprio lo studio dell’opera d’arte” e traeva ispirazione anche dall’analisi delle opere dell’antichità, oltre che dai grandi modelli rinascimentali.