Editoriali
25 anni fa l’11 settembre: disarmare i cuori
Ricordo quel giorno come uno di quelli che restano impressi nella memoria. Ero un giovane prete e stavamo preparando, dopo poche ore, l’inizio del convegno diocesano. Poi quelle immagini dagli Stati Uniti entrarono nelle nostre case: la prima torre colpita, poi la seconda, il fumo, le persone in fuga. Improvvisamente capimmo che stavamo assistendo a qualcosa che avrebbe cambiato la storia.Sono passati venticinque anni. L’11 settembre resta uno spartiacque, l’inizio di un cambiamento d’epoca. Da allora il terrorismo non è finito. Sono venute altre guerre, altri attentati, altre stragi, migliaia di morti. E ancora oggi il mondo sembra incapace di liberarsi dalla spirale della violenza.In quella tragedia c’era anche un pezzo della nostra storia italiana. Tra le vittime c’erano italiani e italo-americani, figli di quella grande emigrazione che aveva portato tanti nostri connazionali oltreoceano. Una storia che appartiene anche alla Calabria, terra da cui per generazioni sono partiti uomini e donne in cerca di un futuro. La tragedia di New York ci ricorda così anche quanto siano intrecciate le nostre storie, al di là degli oceani.E non possiamo dimenticare soprattutto i 343 vigili del fuoco che quel giorno morirono tornando dentro le torri mentre tutti cercavano di uscirne. Non scapparono dal pericolo: andarono incontro al pericolo per salvare altri. È una delle immagini più potenti da consegnare alla memoria: mentre alcuni uomini portavano la morte, altri uomini salivano le scale per cercare di salvare la vita.Ricordare, però, non può significare soltanto riproporre quelle immagini. Deve diventare una domanda: che cosa abbiamo imparato in questi venticinque anni?Il terrorismo va combattuto. Ma la violenza non può diventare la risposta permanente alla violenza. Perché ogni guerra produce nuove ferite, nuovo rancore, nuove vittime.E c’è un disarmo ancora più difficile di quello degli arsenali: il disarmo dei cuori. Disarmare la rabbia, l’odio, il rancore, il desiderio di vendetta. Da tutte le parti. Senza scegliere quali vittime meritino il nostro dolore e quali possano essere dimenticate.Forse oggi abbiamo bisogno anche del silenzio: il silenzio davanti ai morti, il silenzio che ascolta il dolore dell’altro, il silenzio che impedisce alla rabbia di diventare odio.Quel giovane prete che venticinque anni fa aspettava di iniziare un convegno diocesano non poteva sapere quanto quelle immagini avrebbero segnato il mondo. Oggi penso che il modo più vero per ricordare le vittime dell’11 settembre sia lavorare perché non ce ne siano altre.La pace comincia anche da qui: disarmando le mani, le parole e i cuori.
