Cultura
Dalla Chiesa solo grida di pace
Non esistono motivazioni religiose che possano giustificare lo scoppio dei conflitti nel mondo
I forti appelli per la pace lanciati da Leone XIV, per un’immediata cessazione dei conflitti nel mondo, e i recenti attacchi, subiti dal Sommo Pontefice da parte di Donald Trump, ci spingono a guardare alla storia della Chiesa e a rammentare gli sforzi da essa compiuti, per fermare ogni forma di ostilità. I Papi dell’era contemporanea hanno urlato, con coraggio e determinazione, il bisogno di riconciliazione tra i popoli, afflitti dalle guerre che hanno segnato il XX secolo. Tutti i pontificati del Novecento sono stati impegnati a togliere ogni pretesa di religiosità a qualsiasi scontro. Pio X (1903-1914) si spese fino all’ultimo, invitando le Nazioni europee, che si preparavano alla prima guerra mondiale, a fare “progetti di pace e non di sventura” (Esortazione “Dum Europa fere omnis” del 2 agosto 1914). Papa Sarto, che morì pochi giorni dopo lo scoppio della grande guerra, aveva asserito che “voler la pace, senza Dio, è assurdo”, e volò in cielo affranto dal dolore per la strage che si stava per preparare. Benedetto XV (1914-1922) fu eletto Papa a distanza di un mese dall’inizio dei combattimenti, e il programma del suo pontificato gli fu, inevitabilmente, dettato dal contesto bellico. Mantenne, dal primo momento, una rigorosa neutralità, astenendosi dal condannare apertamente l’uno o l’altro belligerante. Nella sua prima enciclica, Ad beatissimi Apostolorum del 1° novembre 1914, denunciò il conflitto come “luttuosa carneficina” e “suicidio dell’Europa”, cercando costantemente vie diplomatiche per la pace. Nella Nota alle potenze belligeranti del 1° agosto 1917, indirizzata ai responsabili delle nazioni convolte nel conflitto, Benedetto XV espresse tutto il suo orrore per quanto stava accadendo, e invitò a sostituire la forza materiale delle armi con quella morale del diritto. L’appello, tuttavia, restò inascoltato ma Sua Santità proseguì instancabilmente il suo impegno, volto ad alleviare le pene della popolazione civile. Finita la guerra, fece sentire la sua vicinanza ai più colpiti e, con l’enciclica Paterno iam diu del 24 novembre 1919, invitò quanti avevano a cuore l’umanità ad offrire denaro, alimenti e vestiario, soprattutto per aiutare l’infanzia. Pio XI (1922-1939) firmò con Mussolini i Patti Lateranensi nel 1929, grazie ai quali fu fondato lo Stato della Città del Vaticano, indipendente e neutrale. Col passare del tempo, però, la sua preoccupazione per la minaccia rappresentata dai totalitarismi crebbe enormemente. I suoi ripetuti sforzi, tesi a tenere sotto controllo la persecuzione anti-cristiana da parte dei Sovietici, non sortirono alcun effetto, e in Divinis redemptoris del 19 marzo 1937 condannò il comunismo ateo come “intrinsecamente perverso”. Tra il 1933 e il 1936, a causa della crescente oppressione esercitata dalla Germania nazista nei confronti della Santa Sede, Pio XI pubblicò, il 14 marzo 1937, l’enciclica Mit brennender Sorge (“Con bruciante preoccupazione”), scritta in tedesco, ordinando che venisse letta da tutti i pulpiti. Deplorò “il mito del sangue e della razza” che serviva solo a falsificare “l’ordine da Dio creato”. Sotto la minaccia imminente della seconda guerra mondiale, Pacelli venne eletto Successore di Pietro con il nome di Pio XII (1939-1958). Conosciuto come il “Papa della pace”, fino al 1° settembre 1939, si servì di tutti i mezzi diplomatici in suo possesso per scongiurare il rischio di un nuovo immane conflitto. Il 24 agosto 1939 rivolse al mondo intero il Radiomessaggio Un’ora grave, contenente il famoso appello: “Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra”. Inascoltata fu anche la richiesta che inviò alle cinque potenze mondiali di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Polonia di indire una conferenza internazionale, per risolvere pacificamente i contrasti. Nella sua allocuzione di Natale del 1939, espose i cinque principi essenziali per una pace equa e duratura: il disarmo sia di ordine pratico che spirituale, il riconoscimento dei diritti alle minoranze, il diritto alla vita, il diritto di ogni nazionale all’indipendenza e la creazione di istituzioni internazionali. Nonostante venne duramente criticato per non aver condannato pubblicamente il nazismo, Pacelli accolse rifugiati e perseguitati tra le mura vaticane. Il suo successore, Giovanni XXIII (1958-1963), dedicò al tema della pace l’enciclica Pacem in terris dell’11 aprile 1963, scritta poco prima di morire. Con questo documento, il Pontefice si rivolse a tutta l’umanità, individuando nel riconoscimento dei diritti e dei doveri dell’uomo il fondamento della pace mondiale. “A tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà”, si legge nel documento. Operando, inoltre, una distinzione tra l’ideologia marxista e le aspirazioni dei regimi comunisti, spinse per la pacifica coesistenza tra l’Occidente e l’Oriente comunista. Durante la crisi missilistica di Cuba del 1962, Roncalli esortò pubblicamente sia gli Usa che l’Urss ad agire con prudenza, guadagnandosi così il rispetto sia di N. Chruščëv che di John F. Kennedy, e contribuendo a fermare la minaccia nucleare. L’anno successivo Giovanni XXIII fu insignito del Premio “Balzan” per la Pace. Il suo successore, Paolo VI (1963-1978), fece un accorato appello per la pace all’Onu il 4 ottobre 1965, in un momento storico caratterizzato dalla suddivisione del mondo nei blocchi comunista e capitalista, a distanza di 20 anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Durante il discorso pronunciò le famose parole: “Mai più la guerra! Mai più gli uni contro gli altri, e neppure gli uni sopra gli altri ma sempre gli uni con gli altri”. E aggiunse: “la pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità”. Nonostante l’accoglienza calorosa al Palazzo di Vetro, l’appello del Papa fu ignorato e non bloccò la corsa agli armamenti, né la guerra in Vietnam né i conflitti successivi. Wojtyła (1978-2005) fu, più di ogni altro, il Pontefice che lottò per far trionfare la pace. Nel 1986 ad Assisi, con altri leader religiosi, pregò per la pace, promuovendo il dialogo e la fratellanza contro la guerra. Nel 1990, all’inizio dell’operazione “Desert storm”, Sua Santità aveva inviato un messaggio sia a Saddam Hussein che a George Bush senior, supplicandoli di evitare lo scoppio di una guerra insensata e di avviare i negoziati. In occasione della prima guerra del Golfo del 1991, tenne una grande preghiera usando parole piene di amore: “Dio dei nostri Padri … Tu hai progetti di pace e non di afflizione, condanni le guerre e abbatti l’orgoglio dei violenti … Ascolta il grido unanime dei tuoi figli, supplica accorata di tutta l’umanità: mai più la guerra”. Il Papa, inoltre, inviò a Belgrado richiesta di cessazione delle operazioni di pulizia etnica, dopo lo scoppio della guerra in Kosovo il 24 marzo 1999. In seguito agli attacchi alle torri gemelle del 2001, tornò con più forza ad invocare la pace, afflitto dal dolore per quanto accaduto sul suolo americano per mano dei terroristi, e ribadì nel Messaggio di Pace del 2002 che “non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. Wojtyła provò a mediare anche con gli Usa in occasione della seconda guerra del Golfo del 2003, ma il presidente americano fu irremovibile. Giovanni Paolo II credeva nel dialogo e nella cooperazione internazionale, auspicando un potenziamento delle Nazioni Unite. Anche i Papi del XXI secolo fecero sentire la loro voce. Benedetto XVI (2005-2013) condannò qualsiasi forma di violenza e promosse il dialogo interreligioso, per combattere il terrorismo. Tra i suoi appelli c’è quello pronunciato in occasione della Giornata Mondiale della Pace del 2006 intitolata “Nella verità, la pace”, là dove disse che “quando l’uomo si lascia illuminare dallo splendore della verità, intraprende quasi naturalmente il cammino della pace”, così come restano esemplare i suoi richiami alla rappacificazione in Medio Oriente e in Africa. Papa Francesco (2013-2025) sottolineò che “la guerra sempre è una sconfitta, sempre”, mentre Leone XIV, fin dagli inizi del suo ministero petrino, ha parlato di “pace disarmata e disarmante” e ha sottolineato, nell’omelia della messa a Douala, in Camerun, che “l’umanità è affamata di pace”.
