Cultura
Megiddo l’Armageddon dell’Apocalisse
Il re Giosia fu un sovrano buono che avviò la riforma del culto ripristinando il monoteismo religioso
Gli scavi archeologici, condotti da un team di esperti dell’Università di Tel Aviv, guidati dall’archeologo Israel Finkelstein, presso il sito di Megiddo a nord di Israele, hanno riportato alla luce un’ingente quantità di ceramiche egiziane risalenti al VII secolo a.C. Recipienti grezzi di uso quotidiano, realizzati con procedure in voga nella valle del Nilo, ceramiche dell’Egeo orientale databili tra il 630 e il 610 a.C. e, addirittura, una scaglia d’armatura dello stesso periodo, sono solo alcuni degli oggetti rinvenuti. Specifiche indagini petrografiche, che hanno accuratamente definito l’origine di certi materiali riconducibili all’area di Mileto, l’analisi su campioni di dna e su vari residui organici, gli studi sulle datazioni al radiocarbonio e ricerche su svariate fonti extra-bibliche hanno attestato il passaggio, per il sito di Megiddo, di milizie provenienti dalla Lidia e dalla Grecia, interamente asservite all’Egitto. Questa meravigliosa scoperta collega archeologia e tradizione biblica, riportando alla memoria uno dei fatti più drammatici dell’Antico Testamento: la battaglia di Megiddo. I cimeli appena scoperti, infatti, collocano il racconto di questo duro scontro in un preciso contesto storico, eliminando così l’ipotesi che possa trattarsi di una semplice legenda o di un mito. Megiddo è l’unico sito menzionato sia nella Bibbia che nelle grandi cronache del Vicino Oriente antico. La sua storia affonda le radici nel 6000 a.C., nel periodo del Neolitico. Sorta come un’antica fortezza, la città visse la sua epoca d’oro nell’età del bronzo e, progressivamente, nell’età del ferro, ovvero l’epoca dell’Israele Antico. Nota per la sua importanza storica e geografica, data anche dalle tante testimonianze archeologiche nonché documentali, come ad esempio le lettere di Tell Amarna del XIV secolo a.C., Megiddo si trova alla base della catena montuosa del Carmelo, che sovrasta la piana di Jezreel, è crocevia di valli ed è un punto di transito verso il Mediterraneo, verso l’Egitto e verso l’impero della Mesopotamia. Il luogo è menzionato nei libri di Giosuè e dei Giudici, come importante centro di epoca cananea, ed è citato come teatro di più battaglie e come area cruciale del regno di Israele. Ci resta, tra le altre, la testimonianza di re Salomone della dinastia davidica, che fece di Megiddo una sorta di città-deposito con palazzi reali e stalle annesse. Nei capitoli 22 e 23 del secondo libro dei Re, ritenuto dagli studiosi più affidabile, e nei capitoli 34 e 35 del secondo libro delle Cronache, frutto di elaborazioni più tardive legate all’ideologia dell’autore, si parla della storia di Giosia, il 17° re di Giuda che governò dal 639 al 609 a.C. Diventato re a soli 8 anni, regnò per 31 anni dopo i governi del padre Amon e del nonno Manasse. La sua fama è legata al ripristino del culto monoteista di Yahweh, in seguito al ritrovamento, nel 622 a.C., del “Libro della Legge” (forse il Deuteronomio), durante i lavori di ristrutturazione del Tempio. La riforma religiosa di cui fu promotore previde il rinnovamento del patto di alleanza di Israele con Dio, la lotta all’idolatria e al paganesimo, la celebrazione della festa della Pasqua, interrotta sin dai tempi di Samuele, e l’accentramento di tutti i sacrifici e di tutte le pratiche cultuali a Gerusalemme. La sua fine fu tragica. Giosia sfruttò la debolezza del regno di Assiria, lanciando le sue truppe in una campagna di riconquista territoriale, come ai tempi di Davide. Nel 609 a.C. il faraone egiziano Necao II inviò un esercito in aiuto ai deboli Assiri, nel nord della Palestina, per contrastare l’avanzata babilonese. I militari egiziani e quelli di Giosia si incontrarono nella piana di Megiddo che divenne teatro di una grande battaglia, nella quale il sovrano israelita perse la vita e fu seppellito nella Città Santa. Da quel momento in poi iniziò un periodo oscuro, che portò alla conquista e alla distruzione di Gerusalemme per mano dei Babilonesi. Lo scontro a Megiddo è stato identificato con l’Armageddon dell’Apocalisse (dal greco “Har Megiddo” o “monte di Megiddo”), diventando emblema dello scontro finale tra bene e male. Nel disastro generale, tuttavia, Dio progettò un nuovo inizio. Giosia, il santo re fedele e buono che aveva ascoltato Gesù, restò un elemento significativo nella storia ebraica: fu l’unto, il consacrato di Dio morto nel grande combattimento, l’annunciatore di una strada diversa con cui il Signore sarebbe intervenuto per salvare il suo popolo. Finkelstein e i colleghi Matthew J. Adams, Alexander Fantalkin e Assaf Kleiman hanno pubblicato i risultati del loro studio sullo “Scandinavian Journal of the Old Testament”.
