Archeologia: scavo al Santo Sepolcro. Stasolla (La Sapienza): “L’archeologia può diventare un terreno d’incontro anche nei contesti più complessi”

Stasolla, responsabile dello scavo archeologico del Santo Sepolcro di Gerusalemme, ripercorre risultati, sfide e prospettive del progetto “Hagia Polis”.

Lo scorso 17 settembre, presso l’Università La Sapienza di Roma, è stato presentato il volume “Hagia Polis Project. Excavations at the Holy Sepulchre in Jerusalem. Vol. 1. Project and Methodology” (Edizioni Terra Santa, nelle collane istituzionali dello Studium Biblicum Franciscanum), curato dalla professoressa Francesca Romana Stasolla, direttrice del Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza e responsabile dello scavo archeologico all’interno della basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Il libro inaugura una collana destinata a comprendere otto volumi, il secondo dei quali è già in preparazione. Gli scavi sono stati avviati nel 2022 su mandato delle tre comunità custodi del santuario, Custodia di Terra Santa (per i cattolici di rito latino), Patriarcato greco-ortodosso e Patriarcato armeno apostolico, e hanno coinvolto decine di ricercatori, studenti e specialisti della Sapienza di Roma, impegnati sul campo a Gerusalemme e nelle attività di studio, documentazione e analisi svolte in Italia. La missione, a forte carattere interdisciplinare, ha riunito archeologi, storici, filologi, ingegneri ed esperti di diagnostica applicata ai beni culturali. Le indagini hanno restituito nuovi elementi sulla storia del sito, dall’antica cava di pietra alle trasformazioni di età romana e bizantina, fino alla monumentalizzazione costantiniana del luogo venerato dai cristiani come tomba di Gesù.

Professoressa Stasolla, quale scoperta ritiene abbia maggiormente contribuito ad affinare la conoscenza dell’evoluzione del sito, dall’antica cava alla monumentalizzazione costantiniana?
Più che di una singola scoperta parlerei di un insieme di risultati. Aver potuto ricostruire una diacronia che va dall’età del Ferro fino all’età contemporanea ci ha consentito di mettere a fuoco molteplici aspetti della storia del luogo. Un elemento particolarmente significativo riguarda la documentazione archeologica della cava sulla quale si è sviluppato il sito e, successivamente, la memoria cristiana del Calvario e della tomba di Cristo. La ricostruzione dell’orografia originaria e delle trasformazioni che essa ha subito nel tempo rappresenta uno degli aspetti più importanti della ricerca. Un secondo elemento è la comprensione dell’articolazione del complesso costantiniano: il suo sviluppo, la sua organizzazione e la sua composizione. Sono già questi due risultati, da soli, a offrire elementi di straordinario interesse.

Le ricerche hanno restituito dati che dialogano con la tradizione cristiana custodita nel Santo Sepolcro. In che misura avviene questo confronto e quali cautele metodologiche richiede?
La prima cautela è evitare di pensare che una disciplina “confermi” l’altra. Filologia, storia e archeologia possiedono una loro autonomia metodologica e producono dati che successivamente vengono messi in dialogo. Il rischio di forzare una conferma reciproca è sempre presente e può portare ad adattare le evidenze a interpretazioni precostituite. Per questo è fondamentale che ciascuna disciplina proceda con i propri strumenti e che solo in un secondo momento i risultati vengano confrontati. È proprio da questo dialogo interdisciplinare che stanno emergendo frutti importanti: da una parte rileggiamo le fonti scritte alla luce dei dati archeologici, dall’altra i dati materiali acquistano nuovo significato grazie alla rilettura delle fonti. È un confronto continuo che contribuisce alla ricostruzione storica del sito.

Il primo volume della collana è dedicato soprattutto al progetto e alla metodologia. Perché questa scelta?
Abbiamo ritenuto doveroso restituire innanzitutto la complessità del progetto, che non riguarda soltanto lo scavo archeologico, ma comprende anche il restauro, l’adeguamento delle infrastrutture e lo studio complessivo del monumento. In qualsiasi ricerca la metodologia è un elemento fondamentale, perché condiziona il modo in cui i dati vengono acquisiti e interpretati. Spiegare il metodo significa rendere trasparenti criteri, procedure e percorsi interpretativi. Nel caso del Santo Sepolcro ciò era ancora più necessario, perché alle normali pratiche archeologiche si sono affiancate esigenze di natura liturgica, tecnica, culturale e organizzativa. Ho definito questa esperienza un’archeologia “patteggiata”, proprio perché occorreva tenere insieme istanze diverse. Abbiamo voluto riflettere anche sulla possibilità di proporre un modello di lavoro applicabile ai siti religiosi vivi, dove la ricerca deve confrontarsi con una realtà che continua a essere pienamente attiva.

Che cosa può insegnare il cantiere del Santo Sepolcro ad altri grandi progetti internazionali?
Anzitutto che l’archeologia non è un ostacolo, ma un’opportunità. Perché lo sia davvero, deve sapersi inserire e relazionare con il contesto in cui opera. Al Santo Sepolcro questo è stato possibile grazie alla disponibilità delle comunità che custodiscono il luogo e alla capacità condivisa di trovare soluzioni equilibrate. Non dobbiamo dimenticare che il Santo Sepolcro non è soltanto un santuario: è anche un luogo abitato, vissuto, frequentato quotidianamente da religiosi, pellegrini e fedeli. Integrare tutte queste dimensioni all’interno di un progetto scientifico è stata una sfida molto interessante. Credo che questa esperienza possa diventare una buona pratica per molti altri luoghi di culto, dove talvolta si esita a promuovere ricerche archeologiche per timore di alterare gli equilibri esistenti.

Gli scavi sul campo sono conclusi. Quali prospettive si aprono ora?
In questo primo volume abbiamo delineato i capisaldi della storia del sito. Adesso occorre approfondire e dettagliare quel quadro. Abbiamo davanti una storia lunga e complessa, leggibile attraverso le testimonianze materiali che stiamo pazientemente studiando per precisarne cronologie, funzioni e trasformazioni. Stiamo già lavorando al prossimo volume, che sarà dedicato alla cava e al suo utilizzo. Le sorprese, o meglio le nuove piste di riflessione, emergono continuamente e ci aprono prospettive che prima non erano state considerate. È anche per questo che il nostro lavoro a Gerusalemme continua senza interruzioni.

In che modo proseguirà concretamente il lavoro?

La ricerca continua. Il nostro team rimane stabilmente a Gerusalemme: semplicemente, invece di scavare nel terreno, oggi scava negli archivi, nelle biblioteche e nei materiali raccolti. Prosegue il lavoro di documentazione e anche i laboratori a Roma continuano a essere pienamente operativi. Siamo entrati in una nuova stagione della ricerca, dedicata allo studio e alla restituzione dei risultati, non soltanto alla comunità scientifica ma anche al grande pubblico. Proprio durante un recente incontro con le tre comunità religiose di Gerusalemme, alla presenza della rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni, è stata avanzata e accolta la proposta di una mostra itinerante internazionale dedicata ai risultati degli scavi del Santo Sepolcro. Sarà una nuova sfida, che accompagnerà il nostro lavoro di approfondimento e interpretazione.

Al di là delle scoperte scientifiche, quale ritiene sia l’eredità più importante che questo progetto lascia alla comunità accademica e alla Terra Santa?                                                           

Ogni ricerca archeologica è un tassello di conoscenza e viene inevitabilmente riletta dalle generazioni successive alla luce di metodologie e tecnologie più avanzate. Chi osserverà il nostro lavoro tra cinquant’anni probabilmente penserà che avrebbe potuto essere svolto diversamente. È il normale progresso della ricerca. Mi auguro però che questa esperienza lasci soprattutto la testimonianza che è possibile lavorare bene in luoghi complessi sotto ogni punto di vista e in momenti storici difficili. Credo che sia possibile farlo mantenendo il dialogo con tutte le parti coinvolte e con quanti vivono e custodiscono questi luoghi. In questo senso l’archeologia può diventare un elemento di condivisione e persino un terreno d’incontro, anche nelle situazioni più delicate.