Cultura
Daniele, il potere di Dio su tutto
Il testo si presenta come un’antologia di testi educativi che incoraggiavano gli ebrei alla resistenza
L’opera del profeta Daniele, contenuta nella Bibbia ebraica (Tanakh) e nell’Antico Testamento di quella cristiana, è uno scritto bello e di facile lettura, ma presenta una struttura complessa e un linguaggio non del tutto corrispondente a quello moderno. Composto da 12 capitoli, il volume risulta essere molto più breve rispetto ai testi dei grandi profeti. Nella tradizione veterotestamentaria Daniele viene collocato dopo Isaia, Geremia ed Ezechiele e rientra, in base al canone cristiano, tra i libri profetici. Nella Bibbia ebraica, invece, non compare nel canone dei profeti ma nel “Ketuvim” (Scritti o Agiografi), in particolare segue il libro di Ester e precede quello di Esdra-Neemia. Già dal primo capitolo si evince il contesto storico di riferimento: l’esilio babilonese. I Babilonesi hanno conquistato Gerusalemme nel 587-586 a.C., ponendo fine al Regno di Giuda e deportando gli Israeliti nella loro terra. Tra i deportati ci sono dei notabili giovani molto promettenti, istruiti e provenienti da buone famiglie: Daniele e i suoi tre amici (Azaria, Anania e Misaele). La prima parte del testo (capitoli 1-6) si concentra sulla descrizione della vita di corte durante l’impero babilonese, sulla successiva caduta del potere invasore e sull’inizio dell’epoca persiana con Dario. Nella seconda parte (capitoli 7-12) vengono sviluppate varie tematiche apocalittiche, connesse alle rivelazioni future, ai sogni e alle visioni profetiche ricevute da Daniele (la descrizione delle quattro grandi bestie simboleggianti i regni, l’intervento del Figlio dell’Uomo, la profezia del montone e del capro e il computo delle settanta settimane di anni, con un messaggio di speranza e di trionfo finale del Regno di Dio, sopra i poteri oppressivi). Il libro di Daniele è un trattato bilingue, perché alterna parti in ebraico a passaggi interamente in aramaico. In base ad alcune ipotesi, si ritiene che i brani più antichi siano stati scritti in aramaico, mentre quelli più recenti in ebraico. Con molta probabilità non era, originariamente, un componimento unitario ma un’antologia di più testi, poi ampliata in un secondo momento. Benché sia chiara l’ambientazione letteraria nel periodo dell’esilio babilonese, la stesura del volume non cade in questa fase storica ma è molto più recente. Come scritto tardivo, si pensa che sia stato redatto durante la persecuzione di Antioco IV Epifane di Siria (167-164 a.C.), sovrano seleucide, per infondere coraggio agli Ebrei a cui era vietata la pratica del loro culto. I brani hanno difatti un taglio educativo in quanto devono incoraggiare, sempre di più, alla resistenza. Il libro, inoltre, contiene riferimenti che rimandano all’età ellenistica e, in particolare, all’epoca dei Seleucidi. È stato concluso nel II secolo a.C. e, sicuramente, nel periodo maccabaico (metà II secolo). Lo si potrebbe identificare, più che come un testo profetico, come un codice apocalittico, secondo un genere sorto in età ellenistica a partire dal III secolo a.C. In esso sono presenti le dicotomie bene-male e buoni-cattivi, con la vittoria finale dei primi. Sul piano teologico ci sono rimandi all’angelologia, che studia le entità spirituali angeliche, insieme alla resurrezione dei morti. Il punto focale è che Daniele come tale non è mai esistito: non c’è un Daniele equivalente ad un Isaia, ad un Geremia o ad un Ezechiele. La sua figura è però fondamentale perché il suo nome è usato già, in tempi antichi, per esempio nella letteratura ugaritica: Daniele è il prototipo del saggio, l’interprete dei sogni, il visionario. Questo personaggio, menzionato anche nel libro di Ezechiele, non è storico, e gli eventi che narra sono sì letterari ma non per questo meno significativi. La sua massima divulgazione è indice del fatto che fosse rilevante come testo per la gente del tempo. A Qumran il libro di Daniele era ben attestato, quindi la gente di quella comunità del Mar Morto lo leggeva e lo riteneva autorevole. I temi centrali riguardano la sovranità assoluta di Dio declinata come sovranità sulla Storia e, soprattutto, come sovranità sulle potenze umane (i regni), e l’integrità dell’appartenenza ebraica in un contesto diasporico. Il capolavoro invita a restare saldi nella propria fede e nella propria identità spirituale, perfino dinnanzi ad una situazione ostile o di esilio. Ciò conferma l’ambientazione babilonese presa a riferimento da Ebrei che non vivevano a Babilonia, ma che vissero secoli dopo in ambito persiano, ellenistico e seleucido. L’opera, infine, rappresenta il principale e più eclatante modello apocalittico dell’Antico Testamento, ed ha offerto espressioni importanti per i successivi studi biblici come “Figlio dell’Uomo” (che ricorre molto nel Nuovo Testamento) e “Regno di Dio”.
