Nobel per la pace a Navi Pillay. Buonomo: “Il diritto internazionale non può essere il diritto del più forte”

Il giurista Vincenzo Buonomo, che l’ha conosciuta personalmente, commenta il Nobel per la pace a Navi Pillay: un riconoscimento al valore del diritto internazionale, che “non può essere subordinato alla volontà delle grandi potenze”, e un invito a riscoprire la diplomazia multilaterale

“È certamente una giurista che si è formata nella convinzione che il diritto serve soprattutto a prevenire i conflitti o a risolvere quelli esistenti. Il diritto non ha altra funzione e, nello svolgerla, deve necessariamente richiamarsi a valori che non tramontano in base alle decisioni politiche o ai singoli avvenimenti, ma sono valori che persistono nel tempo e sono strettamente legati all’idea di giustizia”. Così Vincenzo Buonomo, professore di diritto internazionale alla Pontificia Università Lateranense, delinea in questa intervista al Sir il profilo di Navanethem “Navi” Pillay, insignita del premio Nobel per la pace 2026. Ottantacinque anni, magistrata sudafricana, Pillay è stata giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della Corte penale internazionale e alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014. Il Comitato norvegese per il Nobel ha deciso di assegnarle il premio “per il suo impegno a favore della pace e del diritto internazionale”. Il professor Buonomo l’ha conosciuta personalmente quando Navi Pillay fu invitata alla Lateranense per una lezione sui diritti umani. “Ricordo ancora un’aula magna strapiena, una persona di grande valore che riuscì ad attirare l’assemblea con un discorso di alto valore”. Il Comitato norvegese per il Nobel sottolinea come l’impegno di Navi Pillay verso principi legali universali e la sua solida bussola morale siano stati una costante in una lunga carriera. Buonomo concorda: “Questo è emerso tante volte, almeno per quanto ricordo, nel contesto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. In quell’ambito si manifestava continuamente la sua propensione per la giustizia, intesa non semplicemente come applicazione delle regole”.

Quale messaggio lancia il Comitato norvegese per il Nobel scegliendo lei per il premio per la pace?

In un mondo che sembra continuare ad affermare che il diritto internazionale non esiste, si potrebbe dire che si tratta di un riconoscimento del valore del diritto internazionale. Io, però, andrei un po’ oltre:

questo riconoscimento significa che il diritto internazionale non può essere il diritto del più forte, né può essere subordinato alla volontà delle grandi potenze.

Deve, invece, fondarsi anzitutto sul rispetto della parità tra gli Stati, dei diritti della persona e, soprattutto, di una concezione secondo cui le risorse del pianeta e il pianeta stesso costituiscono un patrimonio comune, che non può in alcun modo essere oggetto di appropriazione da parte di pochi.

È un premio che arriva in uno dei momenti storici più difficili degli ultimi decenni, in cui vediamo e tocchiamo con mano il prevalere della prepotenza sulla diplomazia. In questa scelta c’è anche un messaggio, forse disperato ma animato dalla speranza, che invoca una svolta nella diplomazia internazionale?

Credo che abbiamo attraversato, e forse stiamo ancora attraversando, una fase in cui abbiamo dimenticato la diplomazia e, soprattutto, quella che chiamiamo ‘diplomazia multilaterale’. In altre parole, abbiamo dimenticato che le decisioni relative ai problemi comuni devono necessariamente essere prese a livello collettivo. Perché lo abbiamo dimenticato? Perché si è affermata una logica secondo cui chi è più forte stabilisce le regole e chi riesce a soddisfare i propri bisogni, tutto sommato, può stare tranquillo senza aver bisogno degli altri.

Siamo arrivati, sotto questo aspetto, a toccare il fondo e abbiamo bisogno di risalire.

E non possiamo farlo se non riscoprendo quei valori fondamentali che costituiscono la base della convivenza internazionale e della vita delle organizzazioni internazionali. Conferire il premio Nobel a una persona che ha lavorato per tanti anni nelle istituzioni intergovernative, mettendo a disposizione competenze e professionalità, pur con tutti i limiti che ciascuno di noi può avere, significa forse riconoscere che è giunto nuovamente il momento di ripensare e affrontare insieme i problemi comuni.

Agensir