Settimana della dislessia, alcuni dati sulle diagnosi nel nostro Paese

In occasione della Giornata Internazionale della Dislessia (che ricorre ogni anno l’8 ottobre) e all’interno della 11ma Settimana Nazionale della Dislessia, i palazzi e i monumenti delle principali istituzioni italiane si illuminano con il colore azzurro turchese per sensibilizzare l’opinione pubblica sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), che si stima colpiscano tra il 5% e il 10% della popolazione scolastica mondiale.  Alcuni studi scientifici più ampi estendono questa forbice fino al 15-20% se si includono tutte le sfumature e i casi lievi di difficoltà di lettura e scrittura non ufficialmente diagnosticati. Si stima quindi che ci siano tra le 400 e le 800 milioni le persone affette da dislessia ed altro disturbo specifico dell’apprendimento ed in Italia oltre 3,5 milioni di persone. Tra i palazzi aderenti all’iniziativa il Senato della Repubblica che illumina la facciata di Palazzo Madama dal tramonto di oggi all’alba di domani ed il Campidoglio, a Roma. Oggi l’Associazione Italiana Dislessia trasmette in diretta sui canali social per 24 ore una maratona continua di audio inviati da soci, volontari e famiglie di tutta Italia. Chiunque si collegherà ai canali AID, in qualsiasi momento della giornata, potrà ascoltare una o più storie: frammenti del primo grande racconto collettivo sui DSA realizzato in Italia. Secondo un report di AID, su dati dell’anno scolastico 2022/2023, la quota di alunni con diagnosi di DSA si attesta stabilmente intorno al 6% della popolazione scolastica totale (pari a oltre 354mila studenti). Gli esperti evidenziano che, dopo anni di crescita verticale dovuta all’introduzione della Legge 170/2010, la curva delle diagnosi sta iniziando a stabilizzarsi. Nel 2010 gli alunni certificati erano appena lo 0,9%. L’aumento superiore al 500% in poco più di un decennio non indica un aumento biologico del disturbo, ma una maggiore consapevolezza diagnostica e una migliore formazione del corpo docente nel riconoscere i segnali. La ripartizione numerica per ogni singolo disturbo vede la dislessia saldamente al primo posto con 204.671 alunni certificati (in aumento rispetto ai 200.070 dell’anno precedente): nella scuola primaria 49.418, nella scuola media 112.210 e nella scuola superiore: 192.941. Seguono la disortografia con 130.645 alunni, la discalculia con 121.918 alunni e la disgrafia con 110.937 alunni. Permane il gap Nord-Sud nelle diagnosi: nel Nord-Ovest 7,9% di studenti con DSA sul totale dei frequentanti; nel Nord-Est 6,7%; nel Centro 6,1%; nel Sud e Isole solo il 2,8%. L’AID ribadisce che questa distanza non dipende da fattori genetici o geografici, ma dalla mancanza di equità nell’accesso ai servizi sanitari territoriali. Al Sud i tempi di attesa per una valutazione nelle ASL sono spesso troppo lunghi, lasciando molte famiglie senza una certificazione ufficiale in tempi utili. L’iniziativa di oggi fa parte di una più ampia campagna internazionale dal titolo “Uniti per la dislessia” promossa dalle associazioni Disfam e Oide, coordinata in Italia da AID, in concomitanza con la European Dyslexia Awareness Week, promossa dalla European Dyslexia Association (EDA). Il titolo scelto per questa edizione della Settimana è “DSA ad alta voce”. L’idea è quella di costruire, con una serie di iniziative nazionali e locali, un racconto collettivo fatto da chi vive con un disturbo specifico dell’apprendimento, con le proprie parole e con la propria voce. Le sezioni provinciali di AID organizzano in tutta Italia eventi di informazione e sensibilizzazione gratuiti in cui le persone con DSA, i loro familiari o altre figure significative diventano “libri” da leggere: da sfogliare, ascoltare e capire. Un modo per fare informazione, abbattere luoghi comuni e ridurre le distanze. Oltre agli appuntamenti con la Biblioteca Vivente di AID, in molte province sono organizzati convegni, laboratori per grandi e piccoli, incontri di approfondimento per genitori e adulti con DSA e sono attivati sportelli d’ascolto speciali.

La dislessia è un Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA) di origine neurobiologica. Non è una malattia, non è causata da un deficit di intelligenza, da problemi visivi o uditivi, né da traumi psicologici o mancanza di impegno nello studio. Si tratta, invece, di una neurodiversità innata: un modo differente del cervello di processare le informazioni, nello specifico quelle legate alla transcodifica dei segni grafici (le lettere scritte) nei suoni corrispondenti della lingua parlata. Una persona con dislessia fatica ad automatizzare il processo di lettura. Questo si traduce in lentezza esecutiva: per leggere un testo viene impiegato molto più tempo rispetto alla media; tendenza a invertire le lettere (es. “il” al posto di “li”), saltare parole o righe, o confondere i suoni simili (come f e v, p e b). Poiché l’energia mentale viene quasi interamente consumata nello sforzo meccanico di decifrare le singole parole, può risultare molto difficile comprendere immediatamente il significato profondo del testo che si è appena letto. Non si “guarisce” dalla dislessia, ma si impara a compensarla efficacemente automatizzando strategie alternative e ha una forte componente genetica e si riscontra frequentemente all’interno dello stesso nucleo familiare. Molto spesso si presenta insieme ad altri DSA, come la disortografia (difficoltà nell’ortografia), la disgrafia (difficoltà motoria nella scrittura) o la discalculia (difficoltà con i numeri e il calcolo).

Poiché non si tratta di una patologia, non esistono farmaci o “cure”. L’intervento si basa su una diagnosi precoce (svolta da psicologi e neuropsichiatri infantili tramite test mirati) e sull’adozione di un approccio metodologico specifico, tutelato in Italia dalla Legge 170/2010 che prevede l’utilizzo di tecnologie o supporti che “compensano” la debolezza funzionale, come la sintesi vocale (software che leggono i testi ad alta voce), i programmi di video-scrittura con correttore ortografico, gli audiolibri o le mappe concettuali. Previste anche misure dispensative: strategie didattiche che evitano allo studente attività rese troppo complesse dal disturbo, come la lettura ad alta voce in classe, il copiare lunghi testi dalla lavagna o l’assegnazione di tempi standard per i compiti scritti (concedendo, ad esempio, il 30% di tempo in più).

Nei paesi anglofoni la percentuale di studenti diagnosticati è molto più alta (spesso oltre il 10%). Questo succede perché l’inglese ha un’ortografia complessa (la stessa lettera o combinazione di lettere si pronuncia in molti modi diversi, come thought, through, tough), rendendo la lettura un ostacolo molto più duro. Nei paesi con le cosiddette lingue “trasparenti” (italiano, spagnolo, tedesco) la percentuale si attesta solitamente intorno al 3-6%. C’è una corrispondenza quasi perfetta tra come una parola si scrive e come si pronuncia, il che aiuta gli studenti dislessici a compensare le difficoltà più facilmente. Diverso il discorso per le lingue Ideografiche come il cinese. Gli studi mostrano che i bambini cinesi utilizzano aree cerebrali totalmente diverse per leggere i caratteri grafici rispetto a chi usa l’alfabeto latino. Le diagnosi si attestano intorno al 1-4%, ma richiedono test visuo-spaziali completamente differenti. Negli USA, la legge di riferimento IDEA (Individuals with Disabilities Education Act) tutela gli studenti con DSA. Qui rappresentano la categoria più numerosa all’interno dei programmi di educazione speciale, coprendo circa il 35-40% di tutti gli studenti con tutele speciali (pari a circa il 5% dell’intera popolazione scolastica del paese). In Europa, in paesi come il Regno Unito, la Francia e l’Italia si registrano percentuali di diagnosi stabili tra il 4% e il 7% della popolazione scolastica complessiva, trainate da sistemi di screening scolastici avanzati. Nelle aree dell’Africa subsahariana, in parte dell’Asia e dell’America Latina, le diagnosi ufficiali sono vicine allo 0%. La mancanza di psicologi infantili e di normative dedicate fa sì che i DSA non vengano identificati, provocando tassi altissimi di abbandono scolastico precoce dovuto a una ingiusta colpevolizzazione degli studenti.