Cultura
Traduzione del “De Pace fidei” di Cusano sulla ricerca di un Dio comune
Il pensatore umanista crede nella scoperta dell’Eterno approfondendo le finite realtà umane
Sessant’anni dopo la stesura della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate sul dialogo interreligioso, è sempre più urgente che si creino relazioni stabili tra tutti i Paesi del mondo, chiamati a superare le loro divergenze politiche e ad abbattere le barriere imposte dalle loro specificità culturali, per cercare il bene comune. Fare ciò richiede sforzo ma non è impossibile. C’è chi l’ha capito e ci ha lasciato una grande eredità storico-filosofica, che dobbiamo cogliere e riattualizzare per il futuro del mondo. Tra le grandi menti pensanti c’è quella di Niccolò Cusano, filosofo e teologo tedesco, nato a Cues, presso Treviri nel 1401 e morto a Todi nel 1464, diventato sacerdote nel 1430, poi vescovo di Bressanone e, successivamente, cardinale. Il filosofo Enrico Peroli ha recentemente tradotto e commentato il celebre capolavoro di Cusano intitolato De pace fidei (1453), dando alle stampe il volume La pace della fede (Rizzoli editore). Il grande intellettuale del Quattrocento ha contribuito allo sviluppo del pensiero moderno, sostenendo anche le teorie copernicane e galileiane sull’universo in opposizione alle tesi medioevali. Ha edificato la sua riflessione filosofica nel mondo e ha redatto le sue opere calato nella realtà, in mezzo ai conflitti culturali ed ecclesiastici della sua era, di cui è stato protagonista. In occasione del Concilio di Basilea, indetto per tentare una conciliazione tra la Chiesa occidentale e quella orientale, scrive il De concordantia catholica (1433), dedicato alla riforma della Chiesa e dell’impero, dove sostiene il ritorno alle origini, una rigenerazione morale del clero e la ricerca di un equilibrio tra l’autorità papale e quella del Concilio. Per il filosofo, la vera autorità ecclesiale nasce dall’armonia (concordia) della comunità dei fedeli. Una tematica, quest’ultima, ripresa ne La pace della fede, là dove la sua visione si allarga all’ecumenismo. Cusano scrive questo testo all’epoca dell’occupazione di Costantinopoli da parte delle truppe ottomane del sultano Maometto II, con la conseguente espansione della presenza turca in Europa, in Asia e in Africa, con il crollo dell’Impero Romano d’Oriente e il passaggio dal Medioevo all’Età Moderna. Ciò rappresenta il preludio di uno scontro tra civiltà cristiana e musulmana, dinnanzi al pericolo di una progressiva islamizzazione del continente europeo. Ma per Cusano la guerra non è qualcosa di necessario o di obbligatorio. A suo avviso, lo scontro è evitabile se si ricorre al dialogo ecumenico, ricercando gli elementi che accomunano le diverse religioni sparse nel mondo. I vari culti, con i loro riti e i loro linguaggi, cercano lo stesso Dio nascosto e ineffabile, distante e imprendibile. Esiste – dice il pensatore nel testo – un’unica fede che si esprime attraverso credenze eterogenee, sotto una sola venerazione per un unico Dio. Le tante congetture formulate e le diverse interpretazioni sensibili sono modi finiti per cogliere l’Uno, Dio. È solo quando si smarrisce questa capacità congetturale e interpretativa della ricerca dell’Uno che si sfocia nel conflitto. “Il dialogo è realmente tale non solo quando prospettive diverse si incontrano e confrontano; è anche necessario che ognuna di esse si dichiari e sappia argomentare in proprio favore”, scrive Massimo Cacciari nel saggio introduttivo del volume di Peroli. Ricordiamo, inoltre, che per Cusano Dio è immensamente distante dall’uomo, ma a quest’ultimo non sono negate tutte le possibilità di conoscenza. La finitezza dell’essere è la via di accesso, per un suo consapevole rapporto con Dio e con il mondo. Il Padre Eterno sta al di là di tutte le cose ma “si esplica” in tutte le cose, ne è l’essenza. La nostra posizione di esseri individuali, pur costituendo il nostro “limite” (docta ignorantia), rappresenta al contempo la nostra “possibilità”. Sviluppando e coltivando, quindi, la nostra soggettività possiamo pervenire alla conoscenza dell’Altissimo, per mezzo di quella congettura-conoscenza che permette di partecipare, attraverso l’alterità, alla verità.
