Cultura
Cristo dispensatore di salvezza
L’episodio biblico della Trasfigurazione e quello del fanciullo indemoniato sono, simultaneamente, collegati tra di loro nel celebre quadro di Raffaello Sanzio
“Guardare l’arte non è solo un godimento estetico … guardare l’arte è davvero un’arte a sua volta”. Diceva così lo storico dell’arte francese Philippe Daverio, riferendosi al fatto che osservare le opere provoca un piacere che può essere psicologico, intellettuale o morale. Lo è ancora di più quando si osserva un capolavoro multi-stratificato, che può essere letto da più punti di vista. I dipinti a più livelli celano, quasi sempre, dettagli nascosti che, una volta svelati, possono cambiare il nostro modo di intenderli. Piero Stefani, Presidente di Biblia, Associazione laica di cultura biblica, nonché studioso dei complessi rapporti tra ebraismo e cristianesimo, ha condotto delle ricerche sulla celebre pala d’altare di Raffaello raffigurante la Trasfigurazione, conservata presso la Pinacoteca Vaticana. Il Divin Pittore di Urbino, allievo di Perugino e figura di primo piano del panorama artistico rinascimentale, lavora alla tela della Trasfigurazione tra il 1518 e il 1520 su commissione, con molta probabilità, del cardinale Giulio II de’ Medici (futuro papa Clemente VII e parente di Leone X), il quale intendeva inviarla, insieme alla Resurrezione di Lazzaro di Sebastiano del Piombo, alla cattedrale di Narbona, sua sede vescovile. Quando il porporato salì al Soglio pontificio destinò l’opera alla chiesa romana di San Pietro in Montorio, dove restò fino al 1797 prima di essere trasferita a Parigi, per volontà di Napoleone. Fu recuperata e restituita da Canova all’Italia nel 1815, quindi destinata alle collezioni papali. Nel ritratto emergono un certo ideale di bellezza, un equilibrio compositivo, una perfezione formale e un’armonia tra uomo, natura e storia, grazie ad una sapiente sintesi tra classicismo e naturalismo operata da Sanzio. Raffaello riesce, magistralmente, ad unire due episodi facendoli dialogare simultaneamente, rispetto alla loro posizione consequenziale nelle Sacre Scritture: quello della Trasfigurazione di Cristo sul Tabor, che occupa la parte superiore della tela, e quello della porzione inferiore dove sono rappresentati gli apostoli che attendono la Resurrezione del Signore, insieme alla liberazione del fanciullo ossesso (episodio che, nei Vangeli sinottici, segue la Trasfigurazione ma senza alcuna apparente connessione). Sono contrapposte, quindi, due zone: quella “celeste” in alto, luminosissima e simmetrica, e quella “terrena” in basso, più oscura e ricca di figure dai gesti concitati. Fino a qualche anno fa, gli addetti ai lavori erano perplessi sull’opposizione, presente nello stesso quadro, tra la Trasfigurazione in alto e l’esorcismo in basso, perché specie nel Vangelo di Matteo, a cui si ispira Raffaello, questo collegamento non c’è. Ciò ha dato luogo ad un mistero iconografico irrisolto, che ha generato dubbi e ha spinto avanti la ricerca. Nel 2014 la storica dell’arte, Stefania Pasti, ha spulciato gli archivi e le biblioteche antiche, ricercando un trattato profetico e teologico rinascimentale chiamato “Apocalypsis Nova”, tradizionalmente attribuito al beato Amadeo Menez da Sylva, un monaco portoghese francescano vissuto tra il 1420-82, ma in realtà scritto una ventina di anni più tardi dal francescano bosniaco, Juraj Dragišić. Il trattato era noto negli ambienti vicini a Leone X e a Giulio de’ Medici, legati alle correnti spirituali e riformatrici dell’epoca e all’avvento di un “Pastor Angelicus” (Papa angelico), capace di guidare il mondo verso la pace. Il codice ha certamente influenzato l’iconografia e la teologia di Raffaello Sanzio, offrendo una logica spiegazione del perché gli eventi della prefigurazione della Pasqua di Gesù e della guarigione del ragazzo posseduto siano uniti. Secondo la tradizione, il beato da Sylva ebbe delle visioni sul Gianicolo, nelle quali gli apparve l’arcangelo Gabriele che gli spiegò tanti misteri della Chiesa cattolica e della teologia. Leone X, che lo scelse come confessore, gli regalò una parte della terra del Gianicolo, sul quale venne fatta costruire la chiesa di San Pietro in Montorio, ancora in piedi. Pasti ha recuperato questo testo in latino, l’ha letto e l’ha analizzato, verificando non solo che ai temi della Trasfigurazione e dell’esorcismo del bimbo indemoniato sono dedicati appositi chiarimenti, densi di riferimenti profetici e apocalittici, ma anche che i due episodi sono legati fra di loro e illustrati in sequenza. Come riporta il Vangelo di Matteo, gli apostoli riferirono a Cristo che non riuscirono nell’esorcismo, e Gesù gli rispose che il motivo era legato al fatto che ebbero poca fede. Il significato principale, esplicitato nell’Apocalypsis Nova, è che la liberazione dal male e, quindi, la sconfitta di satana è prerogativa solo di Dio (la luce ritratta nella parte alta del quadro di Raffaello), che illumina e sconfigge le tenebre (riquadro in basso). Queste due scene congiunte raffigurano quel che siamo e, nella speranza, comunicano quel che saremo. Quella in basso descrive ogni essere umano che ha poca fede; descrive l’incredulità credente che è parte di ogni fede, la tiepidezza di una fede piccola e pallida destinata all’insignificanza. Il padre del fanciullo dice: “credo; aiuta la mia incredulità” (Mc 9, 24), dopo che Gesù gli dice che tutto è possibile a chi crede. Se la nostra fede non è capace di risanare, vuol dire che ha in sé stessa una componente di “apistia” (non fede), ed è questo vuoto a sospingere a credere nell’azione di Dio che può tutto. In più, questo oscillare tra il risanare una situazione e la sua apparente mancanza di risoluzione è incarnata nella “donna serpentinata” ritratta in basso, la quale guarda agli apostoli da un lato e addita il giovane dall’altro. In questo modo è raffigurata sia l’impotenza a sanare, sia la fiducia che ci sarà la guarigione, non appena discenderà dal cielo il Cristo. Accanto al messaggio teologico è insito nel capolavoro un messaggio politico: Giulio II de’ Medici voleva contrastare il re di Francia Luigi XII, liberare l’Italia dalla presenza straniera e ripristinare il potere mediceo. Il messaggio è che solo Gesù e, quindi, l’emissario di Gesù sulla terra (il Papa) può combattere il male e l’anticristo (la Francia), perché solo lui è l’intermediario tra il cielo e la terra. L’ultima tavola di Raffaello, avvolta in un alone di mistero, è stata così ben spiegata. Stefani ha pubblicato il suo studio nel libro intitolato Trasfigurazione. Lettura evangelica dell’ultima opera di Raffaello (Pazzini Editore 2026).
