Territorio
Un fossile ritrovato a Longobucco
Il reperto marino si contraddistingue per la sua particolare struttura a celle esagonali che ricorda un alveare
Longobucco, in provincia di Cosenza, è stato di recente protagonista di un’interessante scoperta, che potrebbe risultare decisiva per approfondire le conoscenze sulla storia geologica della Calabria. Lungo il torrente Ortiano, nel comune silano, è stato ritrovato un fossile sedimentario proveniente dagli abissi marini dell’antico oceano della Tetide, da cui ebbe origine, nel corso dei secoli, il Mar Mediterraneo. La scoperta è stata fatta da Mario De Simone, curatore del Museo Naturalistico di Longobucco, da molto tempo impegnato nella tutela e conservazione del patrimonio geologico del territorio. La caratteristica di questo reperto è il suo singolare reticolo a celle esagonali impresso su una pietra calcarea marnosa, che richiama alla memoria un alveare. Questa forma particolare può essere una testimonianza dell’attività di vari organismi, presenti secoli fa nei sedimenti marini, i quali muovendosi crearono una geometria perfettamente regolare costituita, per l’esattezza, da celle esagonali. Sulle antiche rocce di Longobucco questi organismi lasciarono impresse delle tracce chiamate “icnofossili”, veri e propri segni indicatori della ricerca di cibo che li portava a scavare gallerie, solchi, tane, fori o percorsi precisi, dentro l’involucro pietroso. Queste impronte sono una prova tangibile del fatto che la specifica conformazione delle rocce non è rinviabile ad un accumulo di resti del corpo di questi esseri, ma ad una loro azione dinamica finalizzata al nutrimento. Tra le varie tipologie di presenze acquatiche, più avvicinabili al reperto rinvenuto, ci sono i piccoli artropodi come i crostacei (isopodi e anfipodi), che si muovevano all’interno della struttura calcarea del fossile, o per depositare i batteri di cui si nutrivano o per garantirne la crescita. Gianpiero Barone, geologo, ricercatore e appassionato studioso di mineralogia, a cui è stata affidata la consulenza scientifica, ha spiegato che nei calcari scuri e in quelli marnosi della zona longobucchese, lungo il Trionto, l’Ortiano e i versanti limitrofi, sono stati riportati alla luce, nel corso degli anni, fossili di ammoniti, belemniti, gasteropodi e brachiopodi, che sono prove dirette della vita e dell’evoluzione dell’ambiente marino. L’esperto ha precisato che dovranno essere fatte analisi più dettagliate, per poter definire meglio la datazione precisa del reperto, rinvenuto lungo il torrente Ortiano. L’ipotesi circa i 530 milioni di anni di storia di questo tipo di traccia non restituisce una congrua idea della periodizzazione di questo reperto di Longobucco. In realtà è un oggetto riferibile alla fase storica di esistenza delle rocce giurassiche, ampiamente documentata a partire da 200 milioni di anni fa nei fondali di tutto il mondo. Le profondità marine furono, tra l’altro, l’habitat ideale per altre pietre antiche come quelle granitiche, formatesi alla fine dell’orogenesi varisica, circa 300 milioni di anni fa. Queste ultime, in particolare, erano costituite da filoni ricchi di minerali metallici che servivano per la produzione di argento, nel territorio di Longobucco. Il termine scientifico che meglio definisce il ritrovamento è “Paleodyction problematicus”, un nome che solleva una questione alquanto problematica, perché questo fossile sedimentario ha sempre generato difficoltà nelle ricerche, fin da quando Giuseppe Meneghini, nel lontano 1850, ne tentò uno studio appropriato. Il manufatto, importante per le ricerche geologiche in Calabria, finirà al Museo di Longobucco per essere soggetto ad ulteriori indagini.
