Chiesa
Commemorazione defunti. Leone XIV, no ad assurda violenza della guerra
In questo momento vogliamo pregare per quanti hanno perso da poco una persona cara; in particolare per coloro ai quali l’ha strappata l’assurda violenza della guerra. Possano le lacrime di tante madri, di tanti bambini, di tanti anziani toccare le coscienze di chi ha potere di far tacere le armi!
L’invocazione del Papa – quasi un grido di dolore – spezza il silenzio solenne, fino a quel momento interrotto soltanto dal fruscio dei cipressi mossi dal vento, che avvolgono il Quadriportico del Cimitero monumentale del Verano. Leone XIV ha scelto anche quest’anno di celebrare nel noto sepolcreto romano la Messa per la Commemorazione dei defunti.
Il Pontefice giunge pochi minuti prima delle 16 all’ingresso di quello che è a tutti gli effetti un museo a cielo aperto, protetto dall’altissima cinta muraria ed esteso per circa 83 ettari alle spalle della Basilica di San Lorenzo fuori le Mura. Le quattro grandi statue ottocentesche dell’architetto Virginio Vespignani – la Meditazione, la Speranza, la Carità e il Silenzio – coi loro sguardi di pietra e le braccia sollevate, sembrano dare il benvenuto al Pontefice. Al suo fianco c’è il cardinale vicario Baldo Reina. Fuori dal Cimitero, in mezzo a strade transennate già dal mattino, il Papa saluta il sindaco Roberto Gualtieri.
L’ingresso attraverso il Pincetto, con un mazzo di crisantemi gialli e bianchi in mano, è accompagnato dal brusio di voci dei circa 2 mila fedeli – suore, soprattutto – che, sistemati sulle sedie davanti al palco adornato di fiori, recitano i misteri del Rosario. Molti sono dietro, in piedi, lungo il corridoio transennato; tante altre persone si vedono camminare in lontananza tra le fitte geometrie di lapidi e cappelle gentilizie per recarsi alle tombe dei loro cari, portando fiori, lumini, ricordi, preghiere. Il cielo sembra minacciare pioggia e l’odore dell’incenso e della cera si mescola a quello della terra umida. Ci si ripara con sciarpe, zuccotti di lana, giubbotti visto l’ondata di freddo che ha assalito la Capitale, segnando il definitivo distacco dalle temperature primaverili di qualche giorno fa. Qualcuno, oltre alla coroncina e al libretto della Messa, nelle mani tiene pronto un ombrello.
Nessun applauso all’ingresso del Papa: “Per mantenere un clima di raccoglimento”, viene detto dal palco. Prima di dare inizio alla celebrazione con il Requiem Aeternam, Leone, gettando un rapido sguardo a tempietti ed edicole funerarie, si ferma davanti a una tomba. Una delle tante tombe di famiglia, tra le più antiche, poste all’ingresso del cimitero, incastonate nella terra insieme ai loculi di personaggi storici, scrittori, intellettuali, artisti. E circondate da sculture (alcune dall’inestimabile valore) di Madonne e angeli addolorati, donne con in braccio bambini, busti, archi, foto a colori o in bianco e nero.
Antonia Coccia Nicolini recita l’incisione sul marmo centrale, dove il Papa depone il fascio di fiori e rimane per qualche istante in preghiera, a mani giunte. È l’omaggio del Successore di Pietro a tutti i defunti: quelli sepolti al Verano, a Roma, in Italia, nel mondo. I morti che non hanno nessuno che possa portargli oggi un fiore o coloro che “nessuno ricorda” per cui chiedeva preghiere ieri all’Angelus. Oppure i morti a causa della “assurda” violenza provocata dai conflitti che lacerano l’umanità.
È al ricordo di queste anime – e a tutte le “vittime delle guerre, dell’odio e delle violenze”, ricordate nelle Preghiere dei fedeli – che il Papa dedica l’omelia della Messa in quello che definisce un “luogo di preghiera e di memoria, di affetto e di speranza”. Leone snoda la sua riflessione a partire dalla Parola di Dio in cui si ricorda che le mani di Dio custodiscono efficacemente le anime dei giusti: “Nessun tormento li toccherà”.
Questa è la promessa di salvezza, che specialmente in questo giorno diventa il cuore della supplica che eleviamo al Signore della vita per tutti i fedeli defunti
Le “mani paterne e sicure” del Signore “li custodiscano in eterno”, rimarca Papa Leone XIV. Si sofferma poi sul Vangelo di Matteo, quello delle Beatitudini. Esse, dice, “sono come l’autoritratto di Gesù”, oltre che “la via della vita piena e compiuta, già ora e per l’eternità”.
Questo annuncio di salvezza che sono le Beatitudini risuona con particolare forza spirituale in un cimitero, che è come una soglia tra l’aldiquà e l’aldilà, tra l’esistenza terrena e l’oltre che ci attende. Gesù Risorto ci dice: beati coloro che vivono secondo questa via, perché di essi è il regno dei cieli.
In particolare, tra le otto Beatitudini una oggi ci tocca tutti: “Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati”. Troppi i pianti di mamme, bambini, anziani, persone che hanno visto morire i propri cari sotto le bombe o per l’inaudita brutalità che segna certi luoghi del mondo. Questi pianti, queste lacrime, il Papa auspica che possano diventare pungolo, appello, stimolo per “toccare le coscienze di chi ha potere di far tacere le armi”.
A conclusione dell’omelia, Leone ricorda San Francesco d’Assisi negli 800 anni della morte e la “beatitudine” che il Poverello aggiunse al Cantico delle creature quando capì che la sua fine era vicina: “Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale…”. “La fede in Cristo ci dice che il nostro legame con i fedeli defunti non è interrotto, ma trasformato”, ribadisce il Vescovo di Roma.
Animati da questa fede piena di speranza, proseguiamo il nostro cammino terreno, in attesa del giorno in cui Egli asciugherà ogni lacrima, quando non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate.
La preghiera dell’Eterno Riposo conclude la celebrazione. Il buio è già calato sul Verano e il Papa, sceso dal palco, si reca dal lato destro del quadriportico per aspergere con l’acqua benedetta i monumenti funebri. Infine, al rintocco delle campane, benedice la folla che in pochi istanti si disperde in questa “città nella città” dove, tuttavia, ognuno conosce il posto in cui andare.
