Il Nobel Perez Esquivel, “grande attesa per la visita del Papa in Argentina”

Vaticano, 12 maggio 2025: udienza di Papa Leone XIV alla stampa internazionale, media, giornalisti - (Foto Calvarese/SIR)

Leone XIV atterrerà a Buenos Aires domenica 8 novembre, proveniente da Montevideo, e resterà in Argentina fino a mercoledì 11. Nel programma, oltre alle messe a Buenos Aires, Córdoba e Luján, ci sono l’incontro con le autorità e la società civile, quello con il mondo del lavoro all’Università Cattolica Argentina e la visita al Complesso penitenziario federale. Della visita, e di ciò che il Paese sta attraversando, parla al Sir Adolfo Pérez Esquivel, 94 anni, premio Nobel per la pace nel 1980, due anni dopo essere uscito dal carcere della dittatura. Fondatore del Servizio pace e giustizia (Serpaj), presiede la Commissione provinciale per la memoria di Buenos Aires.Che significato attribuisce a una visita del Papa in Argentina nel contesto attuale del Paese?La visita del Papa in Argentina è vissuta con molta attesa. La situazione politica e sociale del Paese è grave, con la politica imposta dal governo Milei, l’aumento della disoccupazione, la fame e la repressione. Chiudono fabbriche e piccole e medie imprese, con gravi violazioni dei diritti del popolo. Ci sono attacchi all’istruzione a tutti i livelli, alle università e ai centri di ricerca scientifica, agli ospedali e ai centri sanitari, che restano senza finanziamenti.Che valore può avere, a suo giudizio, l’attenzione del Papa verso il mondo delle carceri e le persone private della libertà?La presenza del Papa nelle carceri può essere positiva se il suo messaggio sarà rivolto al rispetto della persona umana, a sradicare la tortura e i maltrattamenti, ad affermare i diritti dei detenuti. Sarebbe importante segnalare la situazione delle carceri minorili, di quelle femminili e delle persone con disabilità, e la mancanza di finanziamenti. Come Commissione provinciale per la memoria, da molti anni monitoriamo carceri e commissariati, insieme al Comitato contro la tortura, nella provincia di Buenos Aires.Quale contributo può dare oggi la Chiesa argentina alla promozione della dignità della persona, della giustizia e della riconciliazione?La Chiesa cattolica fa molto lavoro sociale, predica i diritti della persona, è presente nei quartieri, accompagna le comunità indigene e le mense popolari, e si preoccupa di raggiungere la giustizia sociale. Il governo Milei rinnega la giustizia sociale e i diritti umani.Nel corso degli anni lei ha avuto un rapporto personale e un dialogo con Papa Francesco. Che ricordo conserva di quel legame e quali aspetti del suo pontificato hanno avuto per lei un significato speciale?Papa Francesco è mio fratello: è partito, ma non se n’è andato. Aveva un orecchio al popolo e l’altro al Vangelo, per continuare a camminare, come diceva mons. Angelelli, vescovo martire. Denunciò le ingiustizie e predicava che i sacerdoti dovevano uscire a evangelizzare, avere l’odore delle loro pecore. Ha segnato con molta forza l’impegno per una Chiesa povera e profetica, che segue il cammino di Gesù. Francesco aveva un grande senso dell’umorismo. A volte parlavamo di calcio: era tifoso del San Lorenzo. Abbiamo parlato della situazione argentina, dell’America Latina e della situazione mondiale, delle guerre e dei conflitti, sia fuori sia dentro la Chiesa. Purtroppo non è riuscito a realizzare il suo viaggio in Argentina per le difficoltà politiche e sociali interne, ma il popolo è sempre stato nella sua mente e nel suo cuore.Durante gli anni della dittatura lei fu arrestato e incarcerato per il suo impegno per i diritti umani. In che modo quell’esperienza ha segnato il suo percorso umano, la sua fede e il suo impegno successivo?Cinquant’anni fa la dittatura prese il potere in Argentina, quando ormai tutto il continente subiva dittature imposte dagli Stati Uniti con la Dottrina della sicurezza nazionale. Il golpe del 24 marzo 1976 non è un fatto isolato. Già dagli anni Settanta lavoravo accompagnando gruppi e movimenti sociali e religiosi in diversi Paesi dell’America Latina e aiutando gli esuli insieme alle Chiese del Brasile, con il cardinale Arns a San Paolo e mons. Antônio Fragoso a Crateús, e con le Chiese evangeliche, luterane e metodiste, tra le altre. Il 29 marzo del ’76 dovetti partire per l’esilio, lasciare le cattedre e le mie attività, e far uscire dal Paese la mia famiglia, perché la dittatura aveva fatto irruzione nella sede del Serpaj e arrestato mio figlio Leonardo, di 17 anni. Il mio impegno nasce dalla fede, non da un partito politico. Quando la dittatura scatenò la repressione e la sparizione delle persone, abbiamo accompagnato le famiglie, le madri. Dal ’75 fino a oggi abbiamo sostenuto la resistenza nonviolenta per affrontare la dittatura. Abbiamo vissuto a Ginevra, in Svizzera, a Bruxelles e a Parigi, dove incontrai mons. Leonidas Proaño, che mi invitò ad andare a Riobamba, in Ecuador, per unirmi al gruppo di lavoro nelle comunità indigene del Chimborazo e all’incontro nella Casa de la Santa Cruz di Riobamba con 17 vescovi latinoamericani e 4 degli Stati Uniti. Il 4 agosto, in Argentina, venne assassinato il vescovo di La Rioja, mons. Angelelli. Il 12 agosto l’esercito ecuadoriano fece irruzione nella Casa de la Santa Cruz e ci portarono tutti in carcere a Quito. Il giorno dopo fummo espulsi in Colombia. Dopo quella vicenda decidemmo di tornare in Argentina. Il 4 aprile 1977 fui arrestato e portato alla Sovrintendenza di sicurezza federale. Mi rinchiusero in una cella senza luce e maleodorante: era un centro di tortura. È una lunga storia, ma lì trovai una testimonianza di fede: un prigioniero, o una prigioniera, aveva scritto con il proprio sangue “Dio non uccide”. Poi sono passato per un volo della morte (i prigionieri, sedati, venivano gettati vivi da aerei militari nell’oceano o nel fiume, ndr) e, grazie a Dio, non mi hanno gettato nel Río de la Plata. Continuiamo a lavorare accanto ai popoli, da cristiani.Alla luce della sua lunga esperienza nel campo dei diritti umani e della nonviolenza, quale messaggio ritiene importante che il Papa possa rivolgere oggi alla società argentina?Chiederei al Papa di ascoltare la voce del popolo e di trasmettere ai giovani la forza della speranza di una nuova alba dell’umanità.