Chiesa
Pentecoste: card. Pizzaballa, “siamo la città di tante separazioni ma siamo anche la città del Cenacolo
“Lo Spirito non uniforma, unifica. L’uniformità è una prigione, l’unità è una sinfonia”. Nella meditazione per la Veglia di Pentecoste, nella chiesa del monastero salesiano di Ratisbonne, il patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, ha indicato la differenza “sottile ma decisiva” tra uniformità e unità. Se a Babele “la dispersione porta alla separazione”, a Pentecoste “la stessa differenza delle lingue diventa il luogo in cui l’amore di Dio si fa capire da tutti”. Il riferimento a Gerusalemme è realistico: “Siamo la città delle lingue divise, di tante separazioni fisiche e interiori dove la diffidenza è spesso la prima lingua che impariamo”. E tuttavia “siamo anche la città del Cenacolo, siamo chiamati a vivere non la Babele della guerra, ma la Pentecoste dell’incontro”. Da qui l’invito alla preghiera “per la Chiesa, per l’unità dei cristiani, per la pace, per i giovani, per i migranti, per i poveri”, con uno sguardo particolare alla diocesi locale, “piccola, povera, ma viva”. Forte il richiamo ai giovani, a “quanti hanno perso la speranza. Quanti pensano che l’unica lingua sia quella della violenza, o quella del silenzio rassegnato”. L’appello allo Spirito è perché “li sproni a costruire, che è possibile scrivere qui un’altra storia”. E per migranti e rifugiati: “Gerusalemme è la loro città. Ogni volta che accogliamo uno straniero. stiamo facendo Pentecoste”. Commentando il brano di Gioele, Pizzaballa ha sottolineato che lo Spirito “non guarda il titolo, la funzione, il ruolo. Lo Spirito è come il vento: soffia dove vuole. L’unica cosa che puoi fare è lasciare aperta la porta del cuore”. Anche nella stanchezza: “Lo Spirito viene proprio su questa stanchezza… sulla carne debole, con i nostri fallimenti e le nostre tristezze”. Infine, l’invito a “lasciamoci fare. Non abbiamo paura del fuoco. Il fuoco dello Spirito non distrugge, purifica. Abbiamo bisogno di essere lavati, bagnati, sanati”. Da qui la prospettiva missionaria: “Usciamo come la comunità dei credenti che, il giorno di Pentecoste, uscì dal Cenacolo. Non era più la stessa. Non parlava più solo aramaico o greco. Parlava tutte le lingue. Che anche domani, quando ci incroceremo per le vie vecchie di Gerusalemme, o nei nostri villaggi della Galilea, o nelle nostre parrocchie di Gerusalemme, qualcuno possa dire guardandoci: ‘Come mai, in mezzo a tanta rabbia e a tanta paura, questi riescono ancora a parlarsi, a cercarsi, a volersi bene?’. Allora lo Spirito sarà disceso davvero”. Concetti ripresi dal patriarca Pizzaballa anche nella messa di ieri, al Monte Sion, nella basilica della Dormizione. Nella sua omelia ha ricordato il clima di “tensione, incertezza, paure e sfiducia” che si respira a Gerusalemme” e dell’azione dello Spirito che arriva per generare una vita nuova”. Tre i tratti di questa vita descritti dal card. Pizzaballa. Anzitutto “una vita riconciliata” grazie al perdono, “una vita inviata” con lo Spirito che “non chiude ma apre, dilata e che spinge a stare dove la vita chiede di essere vissuta”. Infine “una vita abitata” con lo Spirito che riapre la vita operando “nelle paure, nelle delusioni, nelle relazioni ferite. La Pentecoste – ha concluso – rende le persone attraversabili dalla vita”.
