Chiesa
La missione, dimensione identitaria della “Chiesa in uscita”
Com’è cambiata la missione nei 100 anni di Giornata missionaria mondiale? Il decreto conciliare Ad Gentes dice che essa sgorga dal cuore di Dio, dalla Trinità. In altre parole, viene messo in luce che la missio Dei precede la missio Ecclesiae. L’espressione di un cristianesimo al passo con i tempi, accanto ai popoli che abitano il pianeta
Nei suoi cento anni di vita la Giornata missionaria mondiale (Gmm) ha vissuto significativi mutamenti in un lungo cammino che ha allargato l’evangelizzazione ad gentes. Va detto che già prima del 1926, si celebravano giornate missionarie in varie parti d’Italia. Ne scrivevano padre Paolo Manna, superiore generale del Pime, monsignor Guido Maria Conforti fondatore dei Saveriani, e padre Giuseppe Allamano fondatore dei missionari della Consolata. La loro preoccupazione – anche attraverso queste giornate nelle Chiese locali – era l’animazione missionaria di tutta la Chiesa, per non considerare la missione come qualcosa che riguardasse solo gli istituti specificamente missionari.
È importante ricordare che nel 1916 – 110 anni fa –, grazie a padre Manna e a monsignor Conforti era nata l’Unione missionaria del clero, una delle quattro Pontificie opere, poi recepita nel 1919 all’interno della Maximum Illud di Benedetto XV.
Un testo che rappresenta una svolta coraggiosa nel magistero
e segna il passaggio dal modello coloniale a quello post-coloniale in cui le Chiese ai confini della cristianità non sono più “missioni estere”, ma Chiese locali.
Dopo la Maximum Illud, ogni papa scrive almeno una enciclica missionaria: ne ricordo soprattutto due. La prima è la Fidei Donum di Pio XII del 1957 che responsabilizza tutte le Chiese ricche di clero, allo scambio di personale; quindi, come la chiamiamo oggi, alla cooperazione missionaria con le cosiddette giovani Chiese con penuria di clero. La seconda è la Princeps Pastorum firmata da Giovanni XXIII nel 1959 alle soglie del Concilio, sulla formazione del clero sul laicato indigeno, per superare discriminazioni, pregiudizi e incapacità di immaginare che tutte le culture sono abitate dallo spirito di Dio e hanno uguale dignità.
Come accade in tutti i tempi, in quegli anni crescevano spinte profetiche di rinnovamento, anche grazie all’eredità di figure come Charles de Foucauld ucciso in Algeria nel 1916, che presenta un modello alternativo di missione, basato più che su grandi istituzioni, sulla presenza, la preghiera, e il dialogo. L’evangelizzazione non è questione di numeri, di conversioni e opere realizzate, ma si basa sui nuovi fondamenti presenti nella nouvelle théologie, che hanno avuto un forte sviluppo in Francia negli anni Cinquanta del secolo scorso. In particolare, il tema che ha innervato i lavori conciliari è stata l’identificazione tra la Chiesa e la sua missione: un nuovo inizio dal punto di vista teologico per la missione, perché il decreto conciliare Ad Gentes dice che la missione sgorga dal cuore di Dio, dalla Trinità. In altre parole, viene messo in luce che la missio Dei precede la missio Ecclesiae, che la missione di Dio non è la missione del mondo cristiano occidentale per allargare la cristianità, ma è il dialogo cominciato da Dio con il mondo fin dalla creazione, portato avanti in maniera privilegiata attraverso l’invio di suo figlio Gesù Cristo.
Dopo il Concilio, con il venir meno dello schema colonialistico, si afferma un movimento anche tra i missionari a sostegno dei diritti e dello sviluppo delle popolazioni del cosiddetto Terzo mondo, coniugando evangelizzazione e promozione umana.
Nel 1967 la Populorum Progressio di Paolo VI mette in chiaro i diritti fondamentali della persona umana
e diventa un testo base per l’attività di molti missionari tra popoli oppressi e impoveriti. Negli anni Settanta dall’America Latina arriva l’onda lunga della Teologia della liberazione e, dove la Chiesa si è schierata apertamente, molti missionari divengono vittime della difesa attiva dei diritti umani, civili e ambientali dei popoli nativi e degli ultimi.
La spinta conciliare ha dato vita ad un grande sviluppo di vocazioni e scambi missionari tra le diocesi, e malgrado la crisi di vocazioni degli ultimi decenni nelle Chiese occidentali, la missione resta la dimensione identitaria della “Chiesa in uscita” di cui parlava Papa Francesco. È cresciuto il numero delle Ong, dei professionisti laici inviati, dei giovani che scelgono il servizio civile internazionale, di coloro che affiancano i religiosi e le religiose o partono ad gentes su chiamata dei vescovi. Oggi in un quadro geopolitico completamente cambiato anche dai flussi migratori, viviamo un ulteriore allargamento del concetto della missione che va dalla testimonianza all’annuncio, all’impegno di formare nuove comunità, ai centri di preghiera, di dialogo, lavoro per lo sviluppo sostenibile e rispettoso dell’ambiente.
Non è più a senso unico la missione, dal Nord al grande Sud del mondo,
ormai parte da ogni angolo del mondo e va verso ogni direzione. Abbiamo anche in Italia un certo numero di presbiteri che vengono dall’Africa e dall’America Latina: è la missione di ritorno mentre l’Europa in crisi demografica vive anche una crisi di scristianizzazione e di secolarizzazione. Di certo possiamo dire che la missione non è più in antitesi con culture altre, ma in dialogo costante e costruttivo con l’altro che non è una persona da “cambiare” ma un soggetto che ascolta il Vangelo e che reagisce, lo comprende, si arricchisce e poi ne diventa discepolo e testimone a sua volta, alla sua maniera, nella sua cultura, nella sua storia religiosa con testimonianze diverse da quelle che noi possiamo immaginare.
Mario Menin, missionario Saveriano, direttore “Missione Oggi”
