Violenza giovanile segno di fragilità

Spesso derubricata a semplice perdita di educazione o a rabbia estemporanea, la violenza sociale nasconde in realtà nella vita dei giovani, vissuti profondi, segnati da paura, vulnerabilità e da un inespresso bisogno di protezione. La cronaca quotidiana continua a riportare con frequenza crescente bollettini di episodi di violenza tra i giovani, a scuola e nei diversi contesti di aggregazione. “La rabbia può ancora essere un segnale che chiede di essere riconosciuto e trasformato, mentre l’odio tende a organizzarsi quando il giovane non riesce più a tollerare sentimenti di vulnerabilità, vergogna, impotenza o paura e ha bisogno di collocarli fuori di sé. In questi casi, l’altro può essere vissuto come il responsabile del proprio disagio e trasformarsi in un oggetto persecutorio, contro cui diventa più facile dirigere l’aggressività. La distruttività compare quando non basta più prendere le distanze da ciò che fa soffrire, ma nasce il bisogno di svalutarlo, ferirlo o annullarlo” afferma Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA) intervistata da Marialuisa Roscino. “La paura di apparire fragili può spingere un giovane a cercare nel gruppo una forma di protezione che gli permetta di sentirsi più forte, riconosciuto e meno esposto – prosegue -. Quando l’identità, cioè il modo in cui il ragazzo percepisce se stesso, il proprio valore e il proprio posto nelle relazioni, è ancora in costruzione, il bisogno di appartenenza può diventare molto intenso, perché il gruppo offre conferme, regole condivise e un senso di sicurezza. In alcuni casi, però, questa appartenenza può irrigidirsi e trasformarsi in una difesa, per cui ciò che è simile a sé viene percepito come rassicurante, mentre ciò che è diverso può essere vissuto come destabilizzante o minaccioso” e “per questo l’integrazione autentica, a partire dalla scuola, ha un valore fondamentale. Quando bambini e adolescenti crescono in contesti nei quali la differenza viene conosciuta, incontrata e condivisa nella vita quotidiana, la paura degli altri tende a diminuire, perché ciò che prima appariva estraneo diventa comprensibile e umano”. E parla dei  meccanismi inconsci che scattano nei casi di bullismo e cyberbullismo: “Quando un ragazzo si sente sopraffatto dalla paura o dall’umiliazione può difendersi identificandosi inconsciamente con chi lo minaccia, perché assumere il linguaggio, i gesti e perfino la durezza dell’aggressore gli consente di sentirsi meno vulnerabile. È il meccanismo dell’identificazione con l’aggressore descritto dallo psichiatra e psicoanalista ungherese Sándor Ferenczi agli inizi del Novecento e conosciuto anche come “la Sindrome di Stoccolma” quando riguarda i gruppi, attraverso il quale ciò che inizialmente viene subìto è interiorizzato, condiviso e riprodotto nelle relazioni. Nei fenomeni di bullismo e cyberbullismo questo passaggio può trasformare chi si è sentito impotente in chi cerca di controllare, svalutare o intimidire l’altro, mentre la ripetizione dell’aggressività permette di tenere a distanza sentimenti più dolorosi di vergogna, paura e dipendenza. Quando questo funzionamento si consolida, la distinzione tra difendersi e aggredire può diventare sempre più fragile”.  Oggi la violenza giovanile assume forme molto differenti e attraversa contesti diversi della vita quotidiana. Può comparire nei gruppi di strada, nelle baby gang e negli episodi legati alla movida, ma anche nelle relazioni tra coetanei nel “dating violence” (l’abuso nelle prima relazioni sentimentali). “A queste forme si aggiungono le challenge social alcune particolarmente rischiose e gli atti di vandalismo gratuito – prosegue Adelia Lucattini -. Un fenomeno sempre più preoccupante è poi violenza performativa, vale a dire le aggressioni realizzate per essere riprese e diffuse online, nelle quali i gesti violenti rappresentano una vera e propria forma di esibizionismo. In questi casi il bisogno di attenzione, consenso o riconoscimento da parte gruppo può oscurare la percezione della sofferenza inflitta alla vittima e trasformare la violenza in qualcosa da mostrare, condividere e soprattutto rendere virale attraverso l’utilizzo dei social. Vi rientrano, inoltre, gli episodi di vandalismo gratuito a scuola, in cui l’aggressività può coinvolgere anche strutture e insegnanti”. Inoltre la psichiatra sottolinea che “quando il dolore non riesce a diventare parola può restare come un’esperienza interna troppo intensa e poco rappresentabile, che il ragazzo tenta di allontanare attraverso l’azione. Se una perdita, un’umiliazione o una sofferenza non trovano uno spazio mentale e relazionale in cui essere riconosciute, l’affetto può trasformarsi in tensione, rabbia e bisogno di scarica, soprattutto quando la capacità di regolare le emozioni è ancora fragile. In questi casi, il gesto impulsivo può assumere la funzione di liberarsi momentaneamente da qualcosa che non si riesce a contenere dentro di sé, mentre la ricerca di un colpevole permette di dare una forma esterna a un dolore che internamente appare confuso e ingestibile”. Secondo l’esperta “occorre ripartire da relazioni positive nelle quali i ragazzi possano sentirsi accolti senza essere immediatamente giudicati, perché è nella presenza di adulti capaci di tollerare i loro voli pindarici, le fantasie e la loro angoscia che diventa possibile trasformare gli impulsi in pensiero. La famiglia può offrire il primo contenimento emotivo, avendo il privilegio di stare con i propri figli, mentre la Scuola e la comunità possono ampliare questa funzione, creando luoghi nei quali il conflitto non venga negato, ma possa essere nominato, ascoltato e condiviso”. Lucattini conclude con un vademecum di consigli: “Ascoltare prima di correggere. Capire cosa c’è dietro la rabbia aiuta a trasformare il comportamento in una richiesta comprensibile; non rispondere alla rabbia con altra rabbia. La calma è una risposta e anche un esempio significativo di regolazione emotiva, e riduce l’escalation del conflitto; dare un nome alle emozioni. Riconoscere paura, vergogna e impotenza rende meno necessario esprimerle attraverso l’aggressività; appartenere senza chiudersi. L’appartenenza deve dare sicurezza senza trasformare la diversità dell’altro in una minaccia; creare spazi reali di parola. Parlare in un contesto non giudicante permette ai ragazzi di esprimere il loro disagio prima di essere “agirlo”; chiedere aiuto il prima possibile per se e per altri. Se rabbia, isolamento o violenza persistono, un intervento tempestivo può evitare che il disagio si stabilizzi.