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Crisi clima, gli effetti sull’agricoltura in un report del WWF
I regimi alimentari del 30% della popolazione mondiale sono responsabili di oltre il 70% della pressione ambientale esercitata dal sistema alimentare globale. È quanto emerge dal rapporto “Living Planet Report” pubblicato dal WWF, che richiama la necessità di trasformare i sistemi alimentari per tutelare la natura e il benessere delle persone. In occasione della Giornata Mondiale dell’alimentazione che si celebra oggi, il WWF Italia nell’ambito della sua campagna Our Future, accende un faro sugli effetti della crisi climatica che, insieme alle tensioni economiche e geopolitiche mette a rischio gli ecosistemi, la produzione e la sicurezza alimentare. La crisi climatica sta già modificando cosa e dove possiamo produrre e limitando la possibilità di sostituire un luogo di produzione con un altro, aumentando i rischi e i costi. Secondo il Copernicus Climate Change Service, agosto 2026 è stato il mese di agosto più caldo mai registrato a livello globale, con temperature di 0,85 gradi superiori alla media 1991-2020. L’estate è stata la terza più calda a livello globale e la più calda mai osservata nell’Europa occidentale. In Italia, oltre il 60% del territorio è stato interessato da condizioni di siccità, mentre più della metà del territorio è esposta a fenomeni di degrado del suolo e desertificazione. A ciò si aggiunge la forte pressione sulla risorsa idrica: il 41% dell’acqua prelevata nel Paese è destinato all’agricoltura. All’interno di questo panorama si aggiungono le tensioni economiche e geopolitiche, l’aumento dei costi di produzione, la sempre crescente dipendenza da input esterni (come fertilizzanti e pesticidi) e la volatilità dei mercati internazionali. La crisi climatica agisce così da moltiplicatore di rischio, aumentando la vulnerabilità delle colture, degli allevamenti e degli ecosistemi dai cui dipende la produzione alimentare. Gli effetti della crisi climatica si manifestano lungo tutto il ciclo produttivo agricolo. Le temperature anomale dell’inverno e della primavera 2026 hanno anticipato la ripresa vegetativa, aumentando l’esposizione delle colture alle gelate tardive. A questo si sono aggiunte precipitazioni irregolari, con lunghi periodi senza pioggia alternati a eventi intensi.
La produzione italiana di mais è stimata intorno a 3,5 milioni di tonnellate, tra i livelli più bassi degli ultimi decenni, con perdite superiori al 70% in alcune aree. In dieci anni, le superfici coltivate sono diminuite del 40% e oggi l’Italia importa circa il 60% del mais. Anche il riso ha risentito della ridotta disponibilità d’acqua nel bacino del Po, con cali medi intorno al 10% e punte del 30% in alcune aree. La tendenza negativa è di lungo periodo. Secondo l’Istat, tra il 2006 e il 2025 la produzione nazionale di mais è diminuita di circa il 43%, quella di grano duro del 9% e quella di riso di quasi il 2%. Un andamento evidenzia la vulnerabilità delle filiere agricole italiane di fronte alle pressioni climatiche, economiche e di mercato. Anche la frutticoltura è in difficoltà: in vent’anni l’Italia ha perso circa 100mila ettari di superfici frutticole e 11 specie su 14 hanno registrato un calo produttivo. Tra i casi più evidenti, le pere hanno perso circa il 60% della produzione e le pesche il 40%. Nel 2026, le perdite stimate raggiungono il 70% per le nocciole in Piemonte, il 30% per le pesche in Emilia-Romagna e il 50% per i kiwi. Per l’olio si prevede un calo nazionale di circa il 20%, mentre la cascola delle olive ha raggiunto il 50% nelle aree non irrigue. Anche gli agrumi subito forti contrazioni, fino al 40% in alcune aree della Sardegna e al 70% in Sicilia. Non tutte le colture hanno però registrato un andamento negativo: nel 2026, la produzione di grano duro è aumentata del 5% rispetto al 2025. Si tratta di un dato che evidenzia come gli effetti del cambiamento climatico possano manifestarsi in modo differente a seconda delle colture, dei territori e delle strategie di adattamento adottate.
A cambiare sono anche i tempi e le aree di produzione. Nel 2026, la vendemmia è iniziata con uno o due settimane di anticipo in molte regioni; in Alto Adige si è registrato l’avvio più precoce mai osservato. Gli inverni più miti possono inoltre favorire la sopravvivenza e la diffusione di insetti dannosi, fitopatie e specie aliene invasive, anticipandone i cicli biologici. In Italia sono presenti oltre 600 specie aliene invasive e i danni diretti associati alla loro presenza sono stimati in oltre 500 milioni di euro l’anno. Tra le specie più problematiche per l’agricoltura figurano la cimice asiatica (Halyomorpha halys), che danneggia anche pere e mele, il coleottero giapponese (Popillia japonica), sempre più diffuso nel Nord Italia e particolarmente dannoso per vigneti e frutteti, e il moscerino dei piccoli frutti (Drosophila suzukii), che colpisce numerose colture a polpa tenera. Anche gli impollinatori risentono dell’instabilità climatica: siccità, eventi estremi e alterazione delle fioriture possono compromettere l’impollinazione di molte colture e la produzione di miele. In Sardegna, nel 2026, sono state rilevate riduzioni fino al 70%, mentre si stanno diffondendo soprattutto in Sicilia, Calabria e Puglia, e l’olivo si espande verso regioni più settentrionali. le colture restano esposte a siccità, eventi estremi e scarsità d’acqua. In diverse aree italiane, tra cui il Trentino, la produzione di foraggio e fieno è diminuita fino al 50%. Le ondate di calore possono ridurre la produzione di latte fino al 20% e aumentare lo stress termico degli animali. Crescono inoltre i costi di ventilazione e raffrescamento delle strutture, in alcuni casi fino al 30%, insieme ai consumi di acqua ed energia. Una combinazione che mette a rischio la redditività degli allevamenti e la continuità delle produzioni. Secondo le stime del settore agricolo, i danni provocati dagli eventi climatici estremi all’agricoltura italiana hanno superato i 3 miliardi di euro nel solo 2026 e 20 miliardi negli ultimi 4 anni. Ma gli effetti non si fermano alle aziende agricole. Quando la produzione diminuisce o diventa più incerta, le conseguenze si propagano lungo tutta la filiera, influenzando la disponibilità di materie prime e i prezzi dei prodotti alimentari. Secondo le stime economiche, le ondate di calore e la siccità che hanno colpito l’Europa nel 2026 potrebbero contribuire a un aumento dell’inflazione alimentare dell’Eurozona fino a 0,5 punti percentuali nel prossimo anno, confermando come gli impatti del cambiamento climatico possano tradursi in un costo crescente anche per consumatori e famiglie. Anche in Italia i prezzi degli alimentari continuano a salire. Secondo le stime preliminari dell’Istat, a settembre 2026 i prezzi degli alimentari non lavorati, tra cui frutta e verdura, sono aumentati del 5,5% rispetto al 2025, mentre per ortaggi, tuberi e legumi l’aumento ha raggiunto l’8,4%.
Per le famiglie economicamente più vulnerabili, il rincaro degli alimenti può rendere più difficile acquistare cibi sani, con possibili ripercussioni sulla salute. “La sicurezza alimentare non si garantisce producendo di più, ma costruendo un sistema agroalimentare capace di resistere a condizioni climatiche sempre più instabili e proteggendo le risorse naturali dalle quali dipende la produzione”, sottolinea Eva Alessi, Responsabile Sostenibilità del WWF Italia.
Per il WWF è necessario rafforzare le politiche agricole e le risorse pubbliche verso l’agroecologia e pratiche positive per la Natura, in grado di migliorare la salute dei suoli, favorire la ritenzione di acqua e lo stoccaggio del carbonio, ridurre la dipendenza da input esterni e rafforzare la capacità dei sistemi agricoli di affrontare condizioni climatiche più instabili. La conservazione e il ripristino degli ambienti agricoli, insieme a una gestione sostenibile dell’acqua, sono essenziali per tutelare i servizi ecosistemici fondamentali, dall’impollinazione alla regolazione dei cicli dei nutrienti. In questo quadro, è fondamentale dare piena attuazione al Piano Nazionale per il Ripristino della Natura, previsto dal Regolamento europeo 1991/2024 e trasmesso dall’Italia alla Commissione europea il 25 settembre 2026. Particolare rilievo assume il ripristino degli ecosistemi agricoli, affrontato dall’articolo 11 del Piano. Come sottolinea il Living Planet Report 2026, trasformare i sistemi alimentari è una delle leve necessarie per affrontare le cause della perdita di natura e creare le condizioni per fermare ed invertire il declino della biodiversità. Significa intervenire lungo tutta la filiera, ridurre gli sprechi, favorire modelli di consumo più sani e sostenibili e rendere più accessibili le informazioni sugli impatti ambientali e nutrizionali degli alimenti. In questa direzione si inserisce anche Environmental Food Label 2.0 (EFL 2.0), progetto europeo coordinato dal WWF Italia e cofinanziato da EIT Food, ente dell’UE per l’innovazione agroalimentare. Il progetto esplora come integrare indicatori relativi a biodiversità, salute del suolo, circolarità e rischio legato alle microplastiche nelle valutazioni ambientali dei prodotti alimentari basate sul ciclo di vita, insieme agli aspetti nutrizionali. L’obiettivo è offrire alle persone informazioni più complete per scegliere alimenti sani e sostenibili e supportare la transizione verso filiere più sostenibili e resilienti.
