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Guardiédda, pizziate e altri antichi nomi nell’arte tessile di Longobucco
Immerso nella Sila Greca ed al centro di un territorio segnato da fiumi, laghi e montagne, Longobucco ha una storia antica e, secondo molti autori, alle sue miniere d’argento facevano riferimento prima i Sibariti ed i Crotoniati e poi i Romani per forgiare le loro monete. Un’indicazione questa priva però di solidi riferimenti. La storia, quella ufficiale e documentata, racconta di un centro esistente nell’XI sec. con l’arrivo dei Normanni e che prosegue nei secoli successivi con le dominazioni di Angioini, Svevi e Aragonesi. Nel medioevo a Longobucco prende forza lo sfruttamento delle miniere argentifere e si sviluppa l’arte orafa, ma alla fine del XVII secolo i costi di estrazione dell’argento determinano il declino dell’attività estrattiva, e l’attività cessa del tutto nel XVIII secolo con un terribile terremoto che fece crollare le miniere. Questo centro del Parco Nazionale della Sila è noto per l’arte della tessitura con disegni, motivi e colori che lasciano, da sempre, letteralmente stupiti. A Longobucco i tessuti per eccellenza sono le coperte, dalle prime e rudimentali a quelle che poi stupirono per colori e disegni. Una coperta completa si compone di cinque disegni concentrici: al centro “u sìattu”, il disegno di fondo, e poi “u parafilu”, “a guardiédda”, “a greca” e infine “u pizzìattu”. I pezzi tessuti si chiudono sempre con la “francia”, realizzata a mano e al telaio. Tre le diverse lavorazioni c’è quella a rilievo o “pizzulùni”, piatta o “trappìgnu” e “a ri pìari”. Il metodo detto “cucchìdda” è ormai scomparso, con questo tipo di lavorazione era possibile realizzare soltanto figure geometriche e le coperte sono ormai rarissime. La particolarità delle creazioni longobucchesi risiede nel fatto che il motivo del tessuto non è un ricamo propriamente detto ma fa parte del tessuto stesso. Oltre alla trama ed all’ordito viene infatti immesso un terzo filo che attraversa i fili d’ordito orizzontalmente. Le tessitrici utilizzano dei modelli definiti “nziambri”, alcuni di questi sono custoditi gelosamente e circondati da leggende. Uno dei più noti è “U puntu eru Juriciu” (Il punto del Giudice); si narra che per sdebitarsi nei confronti di un giudice che aveva reso giustizia al figlio, una madre longobucchese immaginò un particolare disegno e cioè una bilancia formata da una sega, un albero, due rami di vite e due colombe. La simbologia è presto detta, la sega è il taglio netto della giustizia, l’albero è simbolo della vita e della forza, i rami di vite simboleggiano la gioia, la bilancia è il simbolo della giustizia, le colombe segno di pace.
