Chiesa
Card. Ravasi, “viviamo in un’epoca di afasia escatologica”
“Viviamo in un’epoca di vera e propria afasia escatologica”: anche nella predicazione cristiana i temi della morte e dell’aldilà sono spesso confinati ai funerali e affrontati attraverso “linguaggi stereotipati”. Lo ha affermato il cardinale Gianfranco Ravasi intervenendo ieri all’incontro dedicato al “dialogo sulla vita”. Richiamando Rainer Maria Rilke e l’immagine della morte come “il lato della vita rivolto dall’altra parte rispetto a noi”, Ravasi ha sottolineato come religioni, culture e filosofie abbiano da sempre cercato di “gettare luce” su questo versante oscuro dell’esistenza. Una ricerca che, ha spiegato, può essere condotta attraverso due grandi canali: la Bibbia, “grande codice” della cultura occidentale, e la poesia.
Davanti alla morte “risuonano due voci”, quella dei credenti e quella dei non credenti, “talvolta in sintonia, ma più spesso in distonia o in dialettica antitetica”. Una dialettica che, secondo Ravasi, attraversa la stessa Bibbia, dove trovano spazio anche il dubbio, l’angoscia e la prospettiva del nulla. Dal Qohelet, che si interroga sulla sorte comune dell’uomo e degli animali, fino allo Sheol descritto come luogo di tenebra, “la voce del dubbio e del travaglio umano viene ascoltata e accolta senza essere giudicata”. La Bibbia, ha ricordato il cardinale, è insieme “parola di Dio e parola dell’uomo”.
Per Ravasi, la Bibbia non nasconde “l’orizzonte oscuro” della morte, ma al suo interno matura progressivamente anche la speranza che l’uomo non sia destinato al nulla. Dalla disperazione di Giobbe e dal dubbio del Qohelet, Ravasi ha ricostruito il percorso che conduce alla fiducia espressa nei Salmi: “Dio riscatterà la mia vita, mi strapperà dalla mano della morte”. Fino al Libro della Sapienza, dove “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio” e “la loro speranza era piena di immortalità”. L’immortalità, ha spiegato Ravasi, non è semplicemente “una condizione metafisica dell’anima”, ma la certezza di “essere riabbracciati da Dio Creatore”.
Il cardinale ha inoltre spiegato che con la risurrezione di Cristo la prospettiva cristiana introduce nella riflessione sulla morte “un evento radicalmente nuovo”: Gesù risorto supera le categorie del tempo e dello spazio ed entra nell’Eterno. “Gesù, essendo il Verbo incarnato, ha assunto la finitezza e la mortalità della carne”, ha osservato Ravasi, spiegando che Cristo ha così deposto nella propria morte “un seme di eternità” destinato a fiorire per l’umanità. Il cardinale ha richiamato anche i “Quattro Quartetti” di T.S. Eliot e l’immagine del “punto di intersezione tra l’eterno e il tempo”, indicando nella Pasqua il passaggio decisivo dalla mortalità alla speranza cristiana della risurrezione. “Non scongiurare la morte di lasciarlo qui sulla terra. Lui qui ha già sentito il profumo di Dio. Lascialo andare nei suoi giardini”. Ravasi ha concluso con un ricordo personale il suo intervento all’incontro dedicato al “dialogo sulla vita”, raccontando la morte del padre, avvenuta il 23 aprile 2007. Poco più di due ore dopo, ha ricordato Ravasi, l’amica e poetessa Alda Merini gli telefonò e gli dettò una lirica dedicata alla scomparsa del genitore. “Ricordalo, ricordalo sempre. È colui che ti ha partorito col tuo pensiero, che ti ha sempre guardato da lontano in una anonima Pasqua di resurrezione, la sua”, recitano alcuni dei versi ricordati dal cardinale. Ravasi ha quindi chiuso il suo intervento tornando all’immagine dei “giardini” evocata da Merini: “Paradiso significa in origine giardino”.
