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Iraq, ritiro Usa. Card. Sako (patriarca emerito) al Sir: “Si chiude un’epoca, ma senza riforme il Paese rischia di restare fragile”
A 23 anni dall’invasione americana del 2003, le forze Usa hanno completato il loro ritiro dall’Iraq. Il card. Louis Raphael Sako, patriarca caldeo emerito di Baghdad, ripercorre per il Sir questi due decenni e più di presenza statunitense: la caduta di Saddam Hussein, le occasioni mancate nella costruzione dello Stato, la crescita del settarismo e dei gruppi jihadisti, il prezzo pagato dai cristiani e le sfide che attendono il Paese. “La sovranità – ribadisce il porporato – è un valore fondamentale, ma senza riforme profonde, controllo delle armi e tutela di tutti i cittadini sarà difficile garantire stabilità e futuro”
Con la partenza degli ultimi militari statunitensi dall’Iraq si chiude una presenza iniziata il 20 marzo 2003 con l’invasione che portò alla caduta del regime di Saddam Hussein. Nel momento di massima espansione, nel 2007, gli Stati Uniti arrivarono a schierare nel Paese circa 170mila soldati; dopo il primo ritiro del 2011, le truppe tornarono nel 2014 su richiesta di Baghdad per sostenere la lotta contro l’Isis. Negli ultimi anni la presenza si era progressivamente ridotta a una missione di supporto e consulenza militare.

(Foto Calvarese/SIR)
Rafforzare la sovranità. Per il card. Louis Raphael Sako, patriarca caldeo emerito di Baghdad, e testimone privilegiato di questi 23 anni di storia irachena, il ritiro segna un passaggio importante ma non risolutivo. “La sovranità dello Stato rappresenta un punto fondamentale per qualsiasi attività politica, economica o legata alla sicurezza”.
“È del tutto naturale che uno Stato forte e sovrano non possa accettare la presenza di forze straniere sul proprio territorio”,
afferma il porporato. Secondo Mar Sako, la conclusione della presenza americana costituisce “un passo verso il rafforzamento della sovranità irachena”, ma lascia aperti interrogativi rilevanti.
“Non si può ignorare il rischio che, nelle attuali condizioni, esso possa creare un vuoto sul piano della sicurezza e della politica, soprattutto considerando i conflitti ancora presenti nella regione e la presenza in Iraq di altre forze armate”.
Nel suo bilancio degli anni successivi al 2003, il patriarca emerito riconosce agli Stati Uniti di aver avuto “un ruolo fondamentale nel cambiamento del regime iracheno”, ma osserva che “negli anni successivi non si è riusciti a costruire uno Stato istituzionale forte e stabile nella misura necessaria”.
Questioni irrisolte. A pesare, spiega, sono questioni ancora irrisolte: “La presenza di armi al di fuori del controllo dello Stato, la corruzione, il settarismo politico e il sistema di spartizione del potere”. Per Mar Sako, il problema non è soltanto militare. “Tutti questi problemi richiedono riforme serie e profonde. La fragilità della situazione interna e regionale rischia infatti di rendere difficile per l’Iraq fare affidamento esclusivamente sulle proprie capacità per garantire la sicurezza, la stabilità e la protezione delle proprie risorse”. Non a caso il porporato richiama gli esempi di Libano e Yemen, dove “è complesso costruire uno Stato forte quando al suo interno esistono diversi centri di potere e diversi attori armati”. Il giudizio sugli effetti dell’intervento americano resta severo. “Gli anni successivi all’invasione americana dell’Iraq hanno lasciato il Paese in una situazione di forte instabilità e disordine”, osserva il cardinale. “In questi ultimi 23 anni, l’Iraq non è riuscito a raggiungere il livello di sicurezza e stabilità economica necessario, né a sviluppare le infrastrutture e i servizi pubblici nella misura auspicata”.

(Foto ANSA/SIR)
La crescita del Jihadismo. La debolezza delle istituzioni, aggiunge, ha favorito anche la crescita del jihadismo: “Ha creato le condizioni affinché organizzazioni come al-Qaeda e, successivamente, l’Isis potessero operare, indebolire ulteriormente lo Stato e assumere il controllo di vaste aree del Paese”. Per questo motivo, avverte, “il semplice ritiro delle forze americane non è sufficiente, da solo, a consolidare la piena sovranità del governo iracheno”. La priorità, sottolinea, resta il monopolio statale della forza:
“È necessario innanzitutto che il possesso e l’uso delle armi siano ricondotti sotto il controllo delle istituzioni statali legittime”.
Parallelamente, occorre “affrontare seriamente il problema della corruzione e portare avanti riforme politiche, giuridiche e costituzionali”, garantendo “i diritti di tutti i cittadini e di tutte le componenti della società irachena, senza discriminazioni”.
Il prezzo alto pagato dai cristiani. Particolarmente dolorosa è la riflessione sulle conseguenze che questi anni hanno avuto per la presenza cristiana nel Paese. “I cristiani dell’Iraq hanno pagato un prezzo altissimo negli ultimi decenni, soprattutto a partire dal 2003. Sono stati vittime di omicidi, rapimenti, attentati, sfollamenti forzati e attacchi contro le loro chiese”. Un prezzo che le comunità di Mosul e della Piana di Ninive hanno pagato più di altre: “Hanno subito un grave sfollamento forzato e hanno visto le proprie case e proprietà confiscate o occupate”. Tuttavia, la questione non riguarda soltanto la sicurezza. “Negli anni si è registrato anche un significativo ridimensionamento della loro presenza politica e sociale”, spiega Mar Sako. Molti cristiani, infatti, ritengono che “la propria rappresentanza nelle istituzioni dello Stato e in Parlamento non rifletta adeguatamente la gravità delle sfide che devono affrontare”.

Cristiani iracheni nella Piana di Ninive
Emigrazione. A questo si sommano problemi economici, carenza di servizi e mancanza di opportunità lavorative. “Tutto questo ha spinto un numero considerevole di cristiani a lasciare il Paese, alla ricerca di sicurezza, stabilità e di un futuro migliore per sé e per i propri figli”. Il timore del patriarca emerito è che il fenomeno continui:
“Il rischio è che l’emigrazione prosegua e che, nel lungo periodo, venga messa seriamente in pericolo la presenza storica della comunità cristiana in Iraq”.
Per il patriarca emerito, la vera sfida del dopo-ritiro americano sarà dunque costruire finalmente uno Stato capace di garantire uguaglianza, sicurezza e cittadinanza piena a tutti i suoi abitanti.
