Dov’è la verità? Sulle tracce di quel filo invisibile ma sempre presente

Quando i capolavori della letteratura ci ricordano il senso della nostra ricerca esistenziale

L’uomo è interessato, da sempre, a conoscere la verità che lo circonda e che giustifica la sua vita e la realtà dell’universo. La “verità” (dal latino “veritas”; dal greco “aletheia”) investe l’intero processo conoscitivo umano, chiamando in causa il soggetto conoscente e l’oggetto della conoscenza. Ognuno ricerca la verità in base a quelle che sono le proprie convinzioni, il proprio vissuto, le proprie credenze, nella consapevolezza che non si potrà mai possedere del tutto. Eraclito e Parmenide sono i primi a parlare di conoscenza, contrapponendo quella sensibile a quella propria della ragione (logos); Empedocle, Anassagora e i Sofisti adottano una prospettiva più empirica, ritenendo che la conoscenza muti da uomo a uomo e sia sensazionale; per Socrate la conoscenza è dentro l’uomo, per Platone si trova nell’essere cioè nella realtà assoluta delle idee, invece per Aristotele è un processo che si sviluppa dal sensibile fino al razionale, attraverso il duplice procedimento induttivo e deduttivo. Il cristianesimo, con Sant’Agostino, adotta una prospettiva più “illuminante”, vedendo la verità conoscitiva come qualcosa che abita nell’interiorità dell’uomo e che ha, inevitabilmente, la sua fonte in Dio Padre. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito, da Cartesio a Kant, da Hegel a tutti i grandi pensatori del XX e del XXI secolo, che hanno offerto un’idea di come poter intendere la verità. Anche la letteratura, dal canto suo, aiuta a ragionare sul senso della ricerca della conoscenza che porta, o che dovrebbe portare, a percepire ciò che è autentico. In occasione del X anniversario della morte di Umberto Eco, vogliamo ricordare ai nostri lettori il grande patrimonio culturale che l’esimio intellettuale piemontese ci ha lasciato, e come egli abbia cercato di insegnare a relativizzare ogni tipo di verità, superando la presunzione di giungere ad una piena comprensione di essa. Il “Nome della Rosa”, il celebre capolavoro che rese Eco uno scrittore di fama mondiale, istruisce sul fatto che la verità non si padroneggia, non si può assimilare completamente perché, per natura, è sfuggente, molteplice, evanescente e frammentata. Il romanzo echiano sfrutta i meccanismi della migliore tradizione letteraria, presentandosi come un trattato semiotico rivestito da racconto giallo. Ed è proprio attraverso gli strumenti della semiotica che Umberto, da raffinato semiologo del presente, rincorre, come chiunque altro, il concetto di verità che serpeggia in una trama avvincente, in cui una serie di omicidi si verificano in un’abbazia non ben identificata, in un periodo come il Basso Medioevo che funge da ponte tra l’età di mezzo e la pre-modernità. Tralasciando il riassunto del libro, ampiamente conosciuto, lo scrittore trascina il lettore nel labirinto di una biblioteca che, per antonomasia, preserva la conoscenza, una conoscenza che può diventare pericolosa nel momento in cui si pretende di gestirla, di custodirla interamente, di proteggerla da contaminazioni esterne. Nella biblioteca si riflettono le paure del pensiero autoritario: che troppa informazione conduca al caos, che il sapere produca eresia, che la libertà intellettuale degeneri in anarchia. A ciò si contrappone il pensiero debole che rifiuta ogni verità assoluta e propone, con ironica umiltà, il principio secondo cui ognuno debba attenersi alla sua comprensione relativizzante. Ma ciò che insegna Eco è che noi non conosciamo la realtà, ma solo le parole che parlano della realtà. Le parole sono segni che non rimandano direttamente ad oggetti reali, ma ad altri segni che, a loro volta, fungono da segni per ulteriori interpretanti, secondo la logica di quella semiosi illimitata che tanto stava a cuore ad Eco. Allora la verità si spezzetta, va in frantumi, si sparpaglia e diventa irraggiungibile, nella misura in cui riusciamo a percepirne solo un pallido riflesso. Di essa ci restano dieci, cento, mille tracce che siamo chiamati ad interpretare, a riconoscere e a valorizzare, e che ci ricordano la nostra finitudine rispetto ad un Essere superiore che è intellegibile e, per questo, incomprensibile. Come lettori ma, per prima cosa, come umani dobbiamo incamminarci per le strade del mondo, osservando attentamente quei segni che ci circondano e che, se ben analizzati, ci connettono ad una verità superiore che, per noi cristiani, è il cuore di Dio. Questi segni sono simili a quelli lasciati, nel libro di Eco, dal cavallo Brunello che è fuggito ma la cui presenza può essere ricostruita, attraverso il metodo deduttivo. E arriviamo alla fine del romanzo là dove si legge: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”. Della rosa primigenia resta solo il nome, mentre del profumo e del tatto nulla ci resta. Solo un’eco, un’ombra, il nudo nome. Ed è a partire dai nomi che, semioticamente, passiamo da una traccia all’altra e cerchiamo, con fatica, gli indizi riguardanti la verità su Dio che Dio stesso ha disseminato per il mondo e che, purtroppo, ci fanno solo intuire vagamente la sua essenza. Ma sta proprio qui il bello della ricerca.

Suggeriamo la lettura del libro “La filosofia di Il nome della Rosa” di Massimo Bracci (Independently published)