QUINTO REDA DA ROGLIANO A PORTELLA DELLA PAGLIA

Il giovane agente della Polizia di Stato caduto in un agguato della banda Giuliano (2 luglio 1949) insieme ad altri quattro colleghi

Ci sono storie che chiedono di essere raccontate perché appartengono alla memoria di una comunità e perché, attraverso una vicenda individuale, consentono di rileggere una pagina più ampia della storia italiana. È questo il caso di Quinto Carmine Reda, giovane roglianese caduto a soli 27 anni nell’agguato di Portella della Paglia, in Sicilia, il 2 luglio 1949.

L’occasione per tornare su questa vicenda è data da una recente pubblicazione di prossima distribuzione di Luigi Michele Perri, giornalista roglianese profondamente innamorato della storia della sua cittadina e impegnato a ricercarne, attraverso documenti, testimonianze e memorie familiari, le figure e le vicende che rischiano di rimanere ai margini della memoria collettiva. È proprio questo amore per Rogliano, per la sua storia e per le persone che ne hanno attraversato il cammino, a riportare oggi l’attenzione su un nome che merita di essere conosciuto e ricordato: quello di Quinto Reda.

La pubblicazione di Perri offre così l’occasione non soltanto per ricostruire un episodio della Sicilia del dopoguerra, ma per riportare idealmente Quinto a casa, nella sua Rogliano. Perché dietro la vicenda di Portella della Paglia c’è prima di tutto la storia di un ragazzo nato in una famiglia contadina, cresciuto in una Calabria povera ma dignitosa, partito per costruire il proprio futuro e morto lontano dalla propria terra mentre serviva lo Stato.

Quinto Carmine Reda nacque a Rogliano alle 20.30 del 18 febbraio 1922, nella casa di famiglia, nella contrada rurale di Destre. Tre giorni dopo il padre Vincenzo, trentaseienne e contadino, ne dichiarò la nascita all’ufficiale dello Stato civile. Anche la madre, Giuseppina Misasi, era contadina. Sono poche righe dell’atto numero 42 del registro comunale, ma dentro quelle parole essenziali si intravede già il mondo dal quale Quinto proveniva: una famiglia legata al lavoro della terra, inserita nella comunità roglianese e parte di quella Calabria nella quale la vita quotidiana era costruita sulla fatica, sulla dignità e sulla speranza.

La sua giovinezza attraversò una delle stagioni più drammatiche e controverse della storia italiana: il fascismo, la guerra, la caduta del regime e il difficile avvio della ricostruzione. La fine della guerra non portò immediatamente benessere nel Mezzogiorno. Rimanevano la povertà, il lavoro scarso, l’indigenza e l’incertezza del futuro. Per tanti giovani meridionali l’emigrazione rappresentava una possibile via di fuga da un avvenire difficile.

Anche Rogliano viveva le contraddizioni di quegli anni. Alla speranza per la nascita della Repubblica si accompagnavano tensioni politiche e sociali. Le elezioni amministrative del 1946 e quelle politiche del 1948 avevano acceso un confronto politico particolarmente intenso. Nelle campagne cresceva inoltre l’attesa per una riforma agraria capace di modificare gli equilibri nella proprietà e nell’utilizzazione della terra.

Era un’Italia nella quale i giovani cercavano di progettare la propria vita. Sognavano la pace, il lavoro, una famiglia, un futuro diverso da quello vissuto dai loro genitori.

Anche Quinto Reda cercò la propria strada. Non conosciamo le motivazioni personali che lo spinsero ad arruolarsi, ma la sua scelta può essere collocata dentro quella più ampia esperienza di tanti giovani del Sud per i quali una divisa significava un lavoro stabile, una possibilità di autonomia e, nello stesso tempo, l’opportunità di servire il nuovo Stato repubblicano.

Quinto lasciò Rogliano e fu destinato in Sicilia. Entrò nel Reparto autonomo delle Guardie di Pubblica Sicurezza dell’Ispettorato generale di Pubblica Sicurezza per la Sicilia, assegnato al Nucleo mobile di San Giuseppe Jato. La guerra era formalmente finita, ma in Sicilia gli uomini dello Stato erano chiamati a combattere un’altra guerra, quella contro una criminalità armata e feroce.

Era la Sicilia di Salvatore Giuliano, una delle figure più controverse e inquietanti del dopoguerra. La sua banda non era più soltanto una formazione di fuorilegge dedita a rapine e sequestri: aveva acquisito una capacità militare, una notevole conoscenza del territorio e una rete di relazioni e protezioni che le consentirono di sfidare a lungo le forze dello Stato.

La vicenda di Giuliano si intrecciò con la miseria, la questione agraria, il separatismo siciliano, la mafia e le tensioni politiche dell’epoca. Un intreccio complesso, nel quale è necessario distinguere i fenomeni senza però ignorare i rapporti che li collegarono. Il banditismo e la mafia non erano la stessa cosa, ma la banda Giuliano poté contare su un ambiente nel quale esistevano omertà, favoreggiamenti, informazioni e protezioni.

È dentro questa storia che bisogna collocare prima Portella della Ginestra, il 1° maggio 1947, e poi Portella della Paglia, due anni più tardi. Due episodi diversi, spesso confusi per l’assonanza dei nomi, ma profondamente collegati alla progressiva offensiva della banda Giuliano.

A Portella della Ginestra furono colpiti contadini e lavoratori riuniti per la Festa del Lavoro. A Portella della Paglia, invece, il bersaglio furono direttamente gli uomini dello Stato.

Il 2 luglio 1949, poco dopo le otto di sera, una camionetta Fiat 1100 della Pubblica Sicurezza lasciò San Giuseppe Jato diretta a Palermo. Era stata convocata un’urgente riunione di servizio. Sul mezzo viaggiavano il commissario Mariano Lando e sette guardie: Carmelo Gucciardo, Giovanni Biundo, Carmelo Lentini, Michele Marinaro, Quinto Reda, Carmelo Agnone e Candeloro Catanese.

Erano tutti giovani. Nessuno aveva ancora compiuto trent’anni. Quinto aveva 27 anni.

Quando la camionetta arrivò a una curva di Portella della Paglia, fu costretta a rallentare. Era il punto scelto per l’agguato. Gli uomini della banda erano appostati sui due lati della strada, sfruttando la conformazione del terreno. Al sopraggiungere del veicolo con i cinque servitori dello Stato fecero fuoco. Raffiche di mitra e bombe a mano investirono la camionetta; non fu una semplice aggressione ma una vera azione criminale organizzata, un attacco deliberato contro lo Stato e contro uomini che rappresentavano la legge in un territorio sottoposto alla pressione della criminalità organizzata.

Carmelo Agnone, Carmelo Lentini e Quinto Reda furono raggiunti dai primi colpi e morirono. Michele Marinaro riportò ferite mortali. Candeloro Catanese, gravemente ferito, sarebbe morto due giorni dopo.

I cinque uomini della Pubblica Sicurezza caddero sotto il fuoco della banda, cinque giovani vite spezzate e tra loro c’era il giovane Reda di Rogliano.

La violenza di Portella della Paglia assume così un significato che va oltre la singola imboscata. La banda Giuliano colpiva lo Stato per difendere il proprio potere criminale e il controllo del territorio. Era la logica della violenza utilizzata come strumento di intimidazione: colpire chi rappresentava la legge, dimostrare che i banditi potevano arrivare ovunque e che lo Stato poteva essere attaccato anche sulle proprie strade.

È in questa prospettiva che la figura di Quinto Reda acquista una particolare forza nella memoria civile. Non fu semplicemente un giovane morto in servizio: fu un uomo dello Stato assassinato dalla criminalità armata in una stagione nella quale banditismo e mafia rappresentavano una delle più gravi minacce alla costruzione della democrazia repubblicana e proprio per questo la sua storia merita di essere raccontata.

La pubblicazione di Luigi Michele Perri offre alle giovani generazioni una pagina di memoria e di orgoglio e anche l’occasione per non dimenticare e per restituire a Quinto Reda non soltanto un nome, ma la dignità di una storia. Perri ci ricorda che la memoria di una comunità non è fatta soltanto di monumenti e grandi personaggi, è fatta anche di uomini che hanno lasciato la propria terra per cercare un futuro e che, nel compiere il proprio dovere, hanno incontrato la violenza della criminalità. Quinto Reda partì da Rogliano e morì a Portella della Paglia.

Fu vittima della banda di Salvatore Giuliano. Fu vittima di quella stagione di violenza criminale nella quale il banditismo si intrecciò con il mondo mafioso e con una rete di complicità e protezioni. Fu vittima, soprattutto, perché aveva scelto di stare dalla parte dello Stato.

Per questo la sua memoria non appartiene soltanto alla Polizia di Stato, né soltanto alla Sicilia. Appartiene principalmente a Rogliano. E oggi, a 77 anni di distanza, il suo nome può riecheggiare, con orgoglio, nella terra dalla quale era partito. Quinto Reda non è soltanto una vittima di una stagione drammatica della storia italiana. È un giovane roglianese che aveva 27 anni, un figlio, un fratello, un agente dello Stato, un uomo che scriveva ai propri genitori e mandava loro fotografie per rassicurarli. È una storia di vita prima ancora che una storia di morte. E forse è proprio questo il senso più autentico della ricerca storica: riportare le persone dentro la memoria, perché ricordare è riportare al cuore. Il 2 luglio non deve essere soltanto la data di una strage, ma deve e può diventare per Rogliano il giorno del no ad ogni forma di mafiosità e di organizzazione votata al male e alla criminalità.