Cultura
Giuseppe Maria Sensi, cosentino, nunzio, cardinale a 25 anni dalla morte
Diplomazia e ministero insieme nel compimento del servizio episcopale alla Santa Sede e alle Chiese
A venticinque anni dalla morte, la figura del cardinale Giuseppe Maria Sensi torna a parlare alla memoria ecclesiale e civile della Calabria. Nato a Cosenza il 27 maggio 1907 e morto a Roma il 26 luglio 2001, Sensi appartiene a quella generazione di uomini di Chiesa che vissero il Novecento non da spettatori, ma dentro le sue fratture più profonde: la guerra, le migrazioni, i regimi totalitari, la questione coloniale, le transizioni democratiche, le tensioni tra Stati e comunità religiose. La sua non fu una diplomazia di superficie. Fu, piuttosto, un ministero esercitato nella discrezione, là dove la Chiesa era chiamata a tenere aperti canali di dialogo, a difendere la libertà religiosa, a sostenere le comunità cattoliche e a portare attenzione pastorale nelle situazioni di maggiore sofferenza. Giovanni Paolo II, nel telegramma inviato alla famiglia dopo la morte, ricordò le sue “singolari capacità” nel servizio diplomatico e la sensibilità manifestata verso ogni umana sofferenza. Non era una formula di circostanza: era la sintesi di una lunga vita ecclesiale.
Sensi proveniva da una famiglia nella quale fede e responsabilità pubblica erano profondamente intrecciate. Il padre, Francesco, avvocato, esponente del Partito popolare e presidente dell’Azione cattolica calabrese, contribuì a formare un ambiente segnato da impegno cristiano, attenzione sociale e senso delle istituzioni. Dopo gli studi nel seminario diocesano, il giovane Giuseppe Maria si trasferì a Roma, frequentò la Pontificia Università Lateranense e conseguì una solida preparazione filosofica, teologica e canonistica.
Ordinato sacerdote il 21 dicembre 1929, completò poi la formazione alla Pontificia Accademia Ecclesiastica, dove si preparavano i futuri diplomatici della Santa Sede. Il suo cammino nelle rappresentanze pontificie iniziò nel 1934, con l’incarico a Bucarest. Quattro anni più tardi fu destinato a Berna, dove rimase durante la seconda guerra mondiale.
La Svizzera neutrale era allora attraversata dal dramma dei rifugiati, dei perseguitati, delle famiglie sradicate dalla violenza del conflitto. In quel contesto la rappresentanza pontificia svolse un’opera di assistenza che mise Sensi a contatto con il volto concreto della diplomazia vaticana: non soltanto rapporti con governi e cancellerie, ma vicinanza a persone ferite dalla storia. Nel 1947 fu inviato a Praga. La Cecoslovacchia stava entrando nella stagione più dura del controllo comunista. Per la Chiesa si apriva un tempo di pressioni, sorveglianza, limitazioni e persecuzioni. Anche qui Sensi maturò una competenza che non nasceva dai manuali, ma dall’esperienza diretta di regimi ostili alla libertà religiosa.
La sua azione doveva muoversi con prudenza, fermezza e capacità di lettura dei contesti. Richiamato a Roma nel 1949, lavorò in Segreteria di Stato e si occupò delle organizzazioni cattoliche internazionali. Fu poi osservatore permanente della Santa Sede presso l’Unesco, partecipando alle assemblee di Parigi e Montevideo. Era un ambito diverso, legato all’educazione, alla cultura e alla cooperazione internazionale. Ma anche lì emergeva la stessa idea di fondo: la presenza della Chiesa nel mondo non si esaurisce nella difesa dei propri spazi, ma partecipa alla costruzione di una convivenza più umana.
Nel 1955 Pio XII lo nominò nunzio apostolico in Costa Rica e arcivescovo titolare di Sardi. Ricevette l’ordinazione episcopale il 24 luglio dello stesso anno. Due anni dopo fu chiamato a un incarico particolarmente delicato: delegato apostolico a Gerusalemme e in Palestina. La Terra Santa portava ancora le conseguenze della guerra del 1948 ed era segnata dalle tensioni seguite alla crisi di Suez. In quella realtà, la dimensione religiosa, politica e umanitaria era inseparabile. Sensi dovette occuparsi anche dell’assistenza ai rifugiati arabi, dentro uno scenario nel quale ogni gesto chiedeva equilibrio e sensibilità. Nel 1962 fu nominato nunzio apostolico in Irlanda, dove rimase fino al 1967. Ma il tratto più lungo e complesso della sua carriera fu quello portoghese. Nunzio a Lisbona dal 1967 al 1976, attraversò gli ultimi anni dell’Estado Novo, il passaggio da Salazar a Marcello Caetano, le guerre coloniali africane e la Rivoluzione dei garofani del 25 aprile 1974.
Il Portogallo entrava in una transizione difficile, segnata da instabilità politica, decolonizzazione e nuovi rapporti tra Stato e Chiesa. In quel contesto Sensi fu chiamato a un compito di grande delicatezza. La nunziatura seguì da vicino anche le tensioni nelle colonie portoghesi. Tra gli episodi più significativi vi fu la vicenda del vescovo di Nampula, in Mozambico, Manuel Vieira Pinto, critico verso la guerra coloniale e le violazioni subite dalle popolazioni locali. Sensi cercò di evitarne l’espulsione, decisa dalle autorità portoghesi nell’aprile 1974, pochi giorni prima della caduta del regime. Non riuscì a impedirla, ma quell’intervento resta indicativo del senso della sua missione: mediare non significava chiudere gli occhi, bensì tentare fino all’ultimo di custodire persone, comunità e libertà.
Il 24 maggio 1976 Paolo VI lo creò cardinale, riconoscendo una vita spesa in incarichi spesso silenziosi e difficili. Pochi giorni dopo, ricevendolo con i familiari e con un gruppo di cosentini, il Papa rivolse parole affettuose anche alla sua terra, ricordando Cosenza e la Calabria come luoghi di fede, sobrietà e forza morale. In quell’omaggio si coglieva il legame mai reciso tra il cardinale e le sue radici. Sensi continuò poi a servire la Chiesa nella Curia romana, mettendo a disposizione l’esperienza maturata sotto pontificati diversi: Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II. Nel 1979, in occasione del cinquantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale, Giovanni Paolo II gli indirizzò una lettera nella quale richiamò gli incarichi svolti in Costa Rica, Palestina, Irlanda e Portogallo, sottolineando insieme la competenza diplomatica e la sollecitudine pastorale.
È forse proprio questa la chiave più giusta per leggere la sua figura. In Sensi la diplomazia non fu carriera separata dal ministero, ma forma concreta di servizio episcopale. Dietro la riservatezza, dietro il linguaggio prudente delle relazioni internazionali, c’era un’idea alta della presenza della Santa Sede nel mondo: non potere tra i poteri, ma voce capace di difendere libertà, dignità umana e vita delle comunità cristiane anche nei luoghi più esposti.
Per questo il ricordo del cardinale Giuseppe Maria Sensi non appartiene soltanto alla storia cosentina. Appartiene alla memoria della Chiesa del Novecento. La Calabria gli diede le radici; la Santa Sede gli affidò il mondo come campo di missione. E nella discrezione di una vita spesa tra nunziature, Segreteria di Stato e organismi internazionali resta il profilo di un uomo che seppe fare della diplomazia una forma esigente di carità ecclesiale.
Luigi Michele Perri
