Cultura
Quell’anomalo calendario di Qumran, espressione dell’ordine divino
L’almanacco impiegato dai sacerdoti del Tempio prevedeva che le feste cadessero, ogni anno, in date diverse
Le ricerche archeologiche sui Rotoli del Mar Morto, rinvenuti quasi ottant’anni fa, stanno riportando a galla dettagli molto interessanti sulla storia del giudaismo antico. L’Università di Tel Aviv si è recentemente concentrata su un aspetto tecnico di non poca importanza: il “calendario errato” seguito dalla comunità che viveva a Qumran, nata in seno alla popolazione essena, secondo alcuni studiosi, o sorta come corrente dissidente all’interno del giudaismo del Secondo Tempio, secondo altri. Eshbal Ratzon, docente all’ateneo di Tel Aviv, ha proposto una nuova teoria riguardante il calendario solare di 364 giorni dei qumraniani, documentato in testi come il “Libro di Enoc” e il “Libro dei Giubilei”. Era diviso in 4 stagioni da 91 giorni ciascuna, composte da due mesi di 30 giorni e uno di 31, per un totale di 52 settimane annue. Questa scansione temporale dava la possibilità di celebrare le feste ogni anno, sempre nello stesso giorno. Per i qumraniani, la Pasqua cadeva, regolarmente, il 14 del mese di “nisan” (marzo-aprile nel calendario gregoriano), nella notte tra martedì e mercoledì, che è il periodo in cui Dio creò il sole, la luna e le stelle. Non è un caso, infatti, che 364 sia divisibile per “7”, il numero che richiama la creazione e stabilisce il tempo umano. Questo calendario si differenziava da quello lunisolare ufficiale adottato dai sacerdoti del Tempio di Gerusalemme, che prevedeva 354 giorni e la possibilità che le festività potessero cadere, di anno in anno, in giorni diversi. Per la comunità di Qumran era una questione inammissibile, perché le solennità dovevano essere commemorate sulla terra, in conformità con la celebrazione in cielo. Scegliere un almanacco, diverso da quello lunisolare della popolazione gerosolomitana, era uno modo per sottolineare che quest’ultima aveva tradito la Santa Alleanza. Secondo l’analisi proposta da Ratzon, pubblicata sulla rivista scientifica “Tarbiz. A Quarterly for Jewish Studies” (2026), nei frammenti del Mar Morto si parla di un anno anomalo composto da 364 giorni, a cui i qumraniani fecero riferimento ma solo nei primi decenni di vita della loro tribù. Il problema si può spiegare con il fatto che, astronomicamente, l’anno solare dura 365 giorni e un quarto, e ciò avrebbe portato ad abbandonare, a lungo andare, il calendario di Qumran che perdeva, ogni 12 mesi, più di un giorno e, in 24 anni, si generava uno scarto che superava un mese, facendo così slittare le festività oltre il periodo naturale in cui si sarebbero dovute celebrare. In più, questa scansione avrebbe posticipato anche le feste dei raccolti e delle primizie, oltre il tempo giusto, compromettendo per giunta il senso religioso e agricolo. L’adozione, da parte della comunità di Qumran, di un calendario di 364 giorni è legata a ragioni, non tanto di carattere astronomico quanto teologico e identitario, perché permetteva – come anticipò negli anni ’50 lo studio di Shemaryahu Talmon, biblista polacco di origine ebraica – di far cadere le feste negli stessi giorni. Questa tesi è sostenuta con un episodio riportato nel “Pesher” di Abacuc, un Rotolo ritrovato a Qumran che decodifica le parole del profeta biblico Abacuc (VII secolo a.C.), da parte dei qumraniani vissuti circa mezzo millennio dopo. In questo volume si parla di un misterioso “sacerdote empio” che perseguitò il “maestro di giustizia”, uno zelante interprete della Torah che si era ritirato nel deserto durante lo “Yom Kippur” (giorno dell’espiazione), forse celebrato in una data diversa. Questo indica la netta separazione tra due comunità, che avevano modi opposti di intendere il giudaismo. Sussiste, tuttavia, un fatto storico da tener presente. Dal 103 al 76 a.C. salì al potere l’asmoneo Alessandro Ianneo, che inaugurò un periodo di distensione dei rapporti tra qumraniani ed gli ebrei, con la conseguente messa al bando del calendario inteso come simbolo identitario. Il calendario di 364 giorni restò, allora, un mero ideale religioso senza alcuna praticità, citato solo nei testi biblici, diventato un documento attestante il tempo perfetto, specchio di quell’ordine divino affidato agli uomini, mediante la rivelazione fatta a Mosè.
