Cultura
Sila preistorica e la miniera di ossidiana
Gli archeologi hanno rinvenuto frammenti di oro nero sull’altopiano calabrese proveniente da Lipari
Un gruppo di archeologi, guidati da Domenico Marino, ha fatto un scoperta sorprendente sull’altopiano silano, nell’ambito di una serie di campagne di scavo promosse dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria. Ha rinvenuto, nell’area del lago Cecita, dei frammenti di ossidiana, storicamente considerata l’oro nero del Mediterraneo. Si tratta di un vetro vulcanico che nasce quando la lava si raffredda di colpo, assumendo le sembianze di una roccia nera tagliente e lucida come uno specchio. Nel Neolitico, molto tempo prima dei metalli, era il materiale più affilato che esistesse. Già settemila anni fa, presso le isole Eolie e, in particolare, a Lipari, c’era una grande abbondanza di ossidiana. Gli uomini di quell’epoca ne capirono l’importanza sul piano commerciale e, a partire dal VI millennio a.C., la esportarono via mare su barche di legno toccando posti lontanissimi: l’Italia continentale, la Francia meridionale, le coste oltre l’Adriatico. Nacque la più vasta rete di traffici commerciali del Mediterraneo occidentale. Una pietra nera di origini vulcaniche fu in grado di connettere uomini e regioni diverse, in un mondo in cui le esigenze mercantili spingevano in direzione del superamento delle barriere fisiche tra i territori. Il peregrinare di questo vetro era il motivo per cui genti, mezzi e idee si spostavano lungo le direttrici del Mediterraneo. Questo prolifico smercio di ossidiana, proveniente da Lipari, giunse anche in Calabria attraverso il mare e, passando di comunità in comunità, penetrò nell’altopiano silano. Il rinvenimento della pietra vulcanica, nei pressi del Cecita, fa di questa zona un’area privilegiata. Da superficie attraversata, inizialmente, da corsi d’acqua, dominata da aree coltivabili e da ampi spazi, divenne il luogo in cui fu realizzato, nel Novecento, il lago che tutti conosciamo, a partire dallo sbarramento del fiume Mucone. Preserva ancora tracce antiche di presenze umane e di attività di vario tipo. Tra il Neolitico finale (3800-3600 a.C.) e l’inizio dell’Eneolitico (età del rame), nell’area compresa tra il Piano di Cecita-Cuponello, Campo San Lorenzo e altre zone, si stanziarono popoli primitivi che costruirono qui i loro insediamenti. Gli archeologi hanno rinvenuto, nella zona di Piano di Cecita, tracce di capanne in legno analizzando delle buche, lasciate nel suolo dai pali. Sono state scoperte anche ceramiche, asce, macine di pietra, lame, punte di freccia in selce, pesi per le reti della pesca. Gli uomini di 7000 anni fa coltivavano la terra, allevavano gli animali, cacciavano e, in più, lavoravano l’ossidiana per fabbricare utensili. Questa scoperta rivoluziona il nostro modo di intendere la Sila preistorica che, effettivamente, non era solo una terra immersa tra le montagne e circondata da boschi e da sentieri impervi, ma attraversata anche da importanti rotte commerciali, sin dal Neolitico. Possiamo dunque affermare che le montagne silane non erano isolate, ma collegate alle coste ioniche e a quelle tirreniche. La presenza dell’ossidiana in Sila testimonia i contatti tra il territorio calabrese e il resto del Mediterraneo, prima della nascita delle strade. Nel IV millennio a.C. arrivarono i metalli (rame, bronzo) e l’oro nero delle Eolie smise di servire.
