Ucraina, si combatte già temendo l’inverno

“Putin ha bisogno di soldi. Putin vuole soldi per continuare la guerra”. Con queste parole il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha sintetizzato, in un’intervista ad Axios, la vera essenza del confronto che in queste ore sta impegnando le diplomazie internazionali. Mentre gli Stati Uniti cercano di riaprire uno spiraglio di dialogo, la realtà sul campo da gioco restituisce la fotografia di un conflitto irrisolto, destinato a trascinarsi verso l’ennesimo rigido inverno di scontri. La macchina diplomatica guidata dalla Casa Bianca, sotto l’impulso del presidente americano Donald Trump, ha tentato nei giorni scorsi una complessa mediazione. Su indicazione dell’inquilino della Casa Bianca, l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff, affiancato da Jared Kushner e da alti funzionari del Consiglio di sicurezza nazionale, del Dipartimento di Stato e del Dipartimento del Tesoro, si è recato sia a Mosca sia a Kiev per presentare nuove proposte e sbloccare le trattative. Durante la tappa nella capitale ucraina, alla delegazione americana si sono uniti i consiglieri per la sicurezza nazionale di Regno Unito, Germania e Francia.

Ieri, in un messaggio pubblicato su X, Witkoff ha espresso un moderato ottimismo, affermando che “sono stati compiuti progressi sostanziali, compresi passi avanti nella programmazione di ulteriori colloqui trilaterali” e ribadendo che l’amministrazione statunitense si sta impegnando “a fondo per fermare le uccisioni e lavorare per una pace duratura e stabile”. Sulla stessa linea si è mosso il primo ministro britannico Andy Burnham, che in una conversazione telefonica avuta ieri con Trump ha confermato il pieno sostegno di Londra ai recenti negoziati guidati dagli Stati Uniti, convenendo sulla necessità di raggiungere un cessate il fuoco ed evitando un’ulteriore escalation anche nei principali scacchieri internazionali, dal Medio Oriente allo Stretto di Hormuz.

Tuttavia, leggendo tra le righe di queste manovre, emerge una dinamica ben diversa, in cui la diplomazia rischia di trasformarsi in una parentesi tattica anziché in una svolta strategica. La stessa tregua di tre giorni concordata tra le parti per consentire la visita degli inviati statunitensi – e che aveva visto anche l’Ucraina sospendere gli attacchi sulla regione di Mosca – ha mostrato ancora una volta tutta la sua fragilità.

FINE DELLA TREGUA DIPLOMATICA E BOMBE SULLA CAPITALE. La parentesi negoziale si è chiusa bruscamente nella notte tra ieri e oggi. Non appena la delegazione americana ha lasciato l’Europa orientale, la pressione militare è ripartita con inalterata violenza. Tra la notte di ieri e la prima mattinata di oggi, le forze russe hanno sferrato un imponente attacco aereo contro Kiev. Ferti bombardamenti e forti esplosioni sono stati avvertiti distintamente all’alba nella capitale ucraina. L’amministrazione militare locale ha diramato un allarme generale esortando la popolazione a cercare rifugio nei ripari e confermando l’entrata in funzione dei sistemi di difesa aerea. Nonostante l’intervento dei dispositivi anti-missile, i raid hanno provocato delle devastazioni: i servizi di emergenza hanno segnalato che diversi edifici sono stati colpiti nei quartieri di Boryspil e Fastiv, alla periferia di Kiev. Il bilancio provvisorio dell’attacco conta almeno due morti e sette feriti, ma le autorità locali temono che il numero delle vittime possa salire nelle prossime ore.

L’agenzia di stampa statale russa Tass ha confermato apertamente la ripresa delle operazioni belliche, dichiarando che “la moratoria di tre giorni sugli attacchi contro Kiev, imposta durante la visita dei negoziatori statunitensi in Ucraina, è terminata”. Questo fulmineo ritorno ai raid dimostra come la Russia consideri le pause negoziali semplici pause tecniche, utili a gestire le relazioni d’immagine con Washington ma del tutto ininfluenti sulla determinazione di proseguire l’offensiva militare.

LE ILLUSIONI DEL CREMLINO E LE VALUTAZIONI DELL’ISW. Se sul piano politico il fronte diplomatico appare quantomai deludente, su quello militare le ambizioni di Mosca continuano comunque a scontrarsi con la dura realtà del terreno. Il presidente russo Vladimir Putin ha fissato l’ennesima scadenza per il proprio esercito, ordinando di completare la conquista dell’intero Donbass entro la fine del 2026. Si tratta dell’ennesima “data obiettivo”: a partire dal febbraio 2022, il leader del Cremlino ha stabilito almeno 15 diverse scadenze per la presa della regione di Donetsk, e nessuna di esse è stata mai rispettata dalle sue truppe.

Un’analisi dettagliata diffusa dall’Istituto per lo Studio della Guerra (ISW) mette a nudo l’inconsistenza delle pretese russe. Secondo gli analisti del centro studi americano, le truppe di Mosca stanno combattendo per la città di Kostiantynivka dallo scorso ottobre 2025 e, dopo undici mesi di assedio non sono ancora riuscite a prenderne il controllo. Inoltre, le forze russe non hanno nemmeno raggiunto – e tanto meno conquistato – le altre fondamentali roccaforti che compongono la cosiddetta “Cintura delle Fortezze”, ovvero le città di Sloviansk, Kramatorsk e Druzhkivka. Di fatto, risulta del tutto irrealistico ipotizzare la caduta di tutte e tre le roccaforti nei quattro mesi che restano prima della fine dell’anno, considerando la totale incapacità russa di conquistare anche un singolo centro urbano in quasi un anno di combattimenti.

Gli analisti dell’ISW evidenziano che “le numerose scadenze fissate da Putin per la conquista dell’intero Donbass riflettono in parte la sua necessità di fornire al popolo russo una significativa vittoria informativa”. Il capo del Cremlino ha infatti promesso alla popolazione la vittoria finale in cambio dei sacrifici economici e umani legati al conflitto, senza però avere la forza politica di spingere la società russa verso uno stato di mobilitazione e guerra totale.

I numeri sull’avanzata russa nell’agosto del 2026 confermano il sostanziale stallo: sul totale del fronte, la progressione russa è stata di appena 2,91 chilometri quadrati al giorno, mentre nell’oblast di Donetsk, considerata prioritaria da Mosca, la media si è fermata a 2,36 chilometri quadrati al giorno. Proiettando questo ritmo di avanzata, la Russia impiegherebbe fino al 2 ottobre 2032 per occupare il restante 19% della regione di Donetsk ancora sotto controllo ucraino. Questo significherebbe completare l’occupazione oltre un anno dopo le prossime elezioni per la Duma di Stato, previste nel settembre 2031.

L’ISW sottolinea inoltre che la progressione russa dovrà affrontare estenuanti e sanguinose battaglie urbane all’interno della Cintura delle Fortezze prima di potersi sporgere in campo aperto, un terreno su cui l’esercito di Mosca ha storicamente palesato enormi difficoltà. D’altro canto, “il ritmo di avanzata russo si è significativamente rallentato in tutto il teatro operativo dal 2025”, e la capacità dimostrata dalle forze ucraine nell’ostacolare le catene logistiche nemiche rende del tutto improbabile un’accelerazione improvvisa, almeno finché il sostegno dell’Occidente a Kiev manterrà i livelli attuali.

LA CATENA DELLE MENZOGNE E LA NARRAZIONE DEL CAMPO DI BATTAGLIA. La spiegazione di questo insanabile divario tra le disposizioni di Mosca e la realtà del fronte risiede nella struttura stessa della catena di comando russa. L’ISW evidenzia come i vertici militari disinformino sistematicamente Putin, alimentando quella cultura della falsificazione che gli stessi blogger militari russi definiscono sprezzantemente la prassi dei “rapporti positivi”. I generali presenterebbero al presidente russo avanzamenti sul fronte fortemente esagerati o del tutto inventati, sia per giustificare i propri fallimenti sia nell’ambito della guerra cognitiva volta a mostrare un’Ucraina sul punto di crollare. Queste distorsioni sistematiche rafforzerebbero la convinzione di Putin di poter raggiungere gli obiettivi bellici entro il 2026, convincendolo che non vi sia alcuna necessità di accettare compromessi sul piano politico. Tale approccio si è riflesso nelle recenti dichiarazioni del consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov, il quale nei giorni scorsi ha affermato che Putin avrebbe illustrato ai negoziatori americani Witkoff e Kushner i “significativi progressi” compiuti lungo la linea di contatto: un quadro propagandistico del tutto slegato dalla situazione reale.

INVERNO, ENERGIA E DIPLOMAZIA: LA STRATEGIA DI KIEV. In questo scenario di prolungata usura, l’avvicinarsi della stagione fredda rappresenta una risorsa tattica e una minaccia per entrambi i contendenti. Nella sua analisi affidata ad Axios, Volodymyr Zelensky ha evidenziato come l’imminente inverno offra una finestra temporale determinante per la diplomazia. Il presidente ucraino è convinto che il Cremlino confidi ancora una volta nelle rigide temperature invernali per piegare la resistenza della popolazione: “La Russia crede sinceramente che questo inverno possa aiutarli a spezzarci”, ha affermato.

Tuttavia, la leadership ucraina osserva anche che Putin si trova in una posizione delicata nei confronti di Washington e non desidera inimicarsi la leadership americana. “La mia sensazione è che Putin abbia bisogno di Trump”, ha rimarcato il capo dello Stato ucraino, sostenendo che l’amministrazione statunitense possiede le leve necessarie per esercitare forti pressioni sul Cremlino e costringerlo a trattare.

Kiev punta a sfruttare i mesi di settembre e ottobre per riattivare i canali negoziali, indicando nei prossimi lavori dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York il contesto ideale per un nuovo confronto diretto con la Casa Bianca, in vista di possibili colloqui trilaterali. Zelensky ha chiarito che l’Ucraina ha già offerto tutte le concessioni possibili e che qualsiasi intesa finale dovrà comprendere rigide garanzie di sicurezza e un piano strutturato di aiuti economici.

Al tempo stesso, l’Ucraina rivendica la propria capacità di ritorsione. Se la Russia dovesse colpire nuovamente la rete elettrica ucraina, Kiev è pronta a colpire le infrastrutture energetiche ed economiche russe. “Quando hanno attaccato la nostra rete elettrica, abbiamo bloccato la loro capacità di vendere petrolio e gas”, ha ricordato Zelensky, avvertendo che l’instabilità nei mercati e i blocchi alle esportazioni agricole rischiano di ripercuotersi sui prezzi dei beni alimentari su scala globale.

Per prevenire una nuova emergenza umanitaria, si sta valutando l’ipotesi di concordare misure puntuali di de-escalation limitate alla protezione delle infrastrutture civili e dei corridoi commerciali durante i mesi freddi. Le trattative condotte dagli inviati americani hanno affrontato proposte specifiche riguardanti la tutela degli impianti elettrici, le forniture di gas naturale liquefatto (GNL), la sicurezza delle esportazioni di cereali e la salvaguardia dei flussi energetici. In questo contesto, una piccola notizia positiva sul campo riguarda il ripristino dell’alimentazione elettrica esterna alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, un passaggio tecnico fondamentale per garantire la sicurezza del sito e prevenire incidenti catastrofici.

In attesa di capire se la diplomazia riuscirà ad aprirsi un varco prima del gelo invernale, l’Ucraina ribadisce l’esigenza di non abbassare la guardia. Come sintetizzato dal presidente ucraino: “Abbiamo settembre e ottobre per trovare un modo per parlare. Senza dialogo… non otterremo alcun risultato”. Ma per far sì che la trattativa non si risolva in un ennesimo esercizio retorico, Kiev chiede il mantenimento di sanzioni rigorose contro la Russia e l’invio continuativo di armamenti e sistemi di difesa aerea, ben consapevole che solo la tenuta del fronte militare potrà costringere Mosca a prendere in considerazione una pace reale.